di Adriano Sofri - Panorama 20 gennaio 2003
I giornali di questa settimana hanno pubblicato servizi agghiaccianti sull'avviamento al «martirio» dei bambini palestinesi, e col raccapriccio mi è tornato in mente un ricordo d'infanzia.
Intanto, le notizie. Le traggo da un ampio articolo per La Stampa di Fiamma Nirenstein. Prima vengono i fatti: il numero crescente di attentati omicidi-suicidi compiuti da ragazzi o bambini palestinesi. Bambini, di otto anni, di dieci anni.
A volte mandati da orrendi adulti, spesso mossi spontaneamente dall'ideale di imitare gli «shahid», i fratelli maggiori che immolano la vita per spegnere quelle dei nemici israeliani. I bambini, si sa, sono molto più seri dei grandi. Non vale ancora per loro quella scissione, se non contrapposizione, fra le cose predicate e quelle praticate che tiene su il mondo adulto come un paio di bretelle.
I bambini prendono sul serio le cose. Adulti contano su questo rigore infantile per storcerne il legno umano a propositi di fanatismo e di odio. Altri adulti, che hanno dimenticato la serietà dei bambini (hanno dimenticato se stessi bambini, e la grandiosità di paura e di coraggio che provarono), seguono più o meno consapevolmente un'idea di educazione che addita degli ideali (dei «valori») ma stando attenta a dare l'esempio di una distanza di sicurezza, a insegnare che la vita è un'altra cosa. La misura, o il semplice buon senso, vengono insegnati nei comportamenti pratici, per la fatica di cercarli fin nella formulazione degli ideali e dei valori, sicché un'incoerenza fra modelli e pratica diventa inevitabile.
A volte fa da riparo alle intransigenze cieche, altre volte conduce per reazione a una sfrenatezza cupa dei gesti. Quel limite, quella misura scompaiono sia dalla grammatica sia dalla pratica nell'educazione al «martirio» che dalla famiglia alla scuola, dai funerali alle televisioni, investe i bambini dei territori palestinesi.
Quando un bambino va a sacrificare la vita agognando la strage dei nemici, e sua madre e suo padre se ne proclamano fieri e felici, come i capi del loro popolo, niente resta più a trattenerli. Forse niente: perché forse anche in quel legno storto fin dal primo butto qualcosa resta che rilutta alla dissipazione della vita altrui e propria.
Ho la speranza che si spieghi anche così il fallimento di tanti attentati, il passo falso, l'incidente, la sventatezza che tradiscono in estremo l'impresa.
Fiamma cita le domande e le risposte di un conduttore televisivo a due bambine di 11 anni. Una risponde che niente è più bello che la shahada, il martirio, e l'assicurazione del paradiso. Il conduttore chiede all'altra bambina: «Che cosa preferite, la pace e i pieni diritti per i palestinesi oppure la shahada?». «La shahada» è la risposta. «Ogni bambino prega: oh Signore, vorrei diventare un martire».
L'effigie dei morti negli attentati in cui hanno fatto strage invita i bambini palestinesi dagli schermi televisivi a «raggiungerli in paradiso».
Le maestre vantano il loro alunno suicida-omicida: «Diceva sempre ai suoi amici: quando sarò uno shahid, distribuite dolci»; i compagni di scuola giurano in suo nome di seguirne l'esempio. Donne lodano Dio per averle benedette rendendole madri di eroi e di martiri.
Ci sono persone, e padri e madri, cui ripugna questa devota ferocia, e a volte denunciano coraggiosamente (ci vuole molto coraggio) il lugubre e cinico addestramento alla morte che una società persegue sui propri piccoli. E denunciano l'infamia degli adulti che predicano il sacrificio dei figli, ma dopo aver mandato i propri in salvo in qualche paese straniero. Tuttavia, l'esortazione esaltata al martirio è il messaggio pubblico dominante.
Il mio ricordo d'infanzia riguarda san Tarcisio. Adesso mi torna in mente anche la circostanza: un sillabario, una maestra che mi dice di leggere ad alta voce. Ho qui il Dizionario dei santi nell'arte della Electa, ma Tarcisio non figura. Strano, perché era pateticamente adatto all'illustrazione (infatti nel mio sillabario c'era la figura a piena pagina) con le braccia incrociate sul petto, nella fuga, e anche dopo la morte, a custodire l'ostia consacrata che i cattivi soldati romani volevano strappargli. Nell'educazione cristiana infatti il martirio aveva (e questo Papa si è molto sforzato di rianimarlo) un posto cruciale. Appunto, un bambino prende molto sul serio la cosa. Prendere le cose sul serio vuol dire immaginare di trovarsi in quella circostanza e interrogarsi sulla propria reazione. Se mi fosse affidata l'Eucaristia, e i soldati romani mi inseguissero, sarei capace di correre abbastanza?
E di tenere le braccia strette al petto così sigillate da impedire che me le aprano anche dopo che mi avranno ucciso? Il mio banale ricordo d'infanzia mi è servito a capire meglio, e dunque a scandalizzarmi di più per la sorte dei bambini palestinesi. Quanto alla compassione, no, ne avevo già molta. Un giorno, durante la guerra fra Iran e Iraq, andai nel luogo di gita dei cittadini di Teheran, sulla montagna a ridosso della città: c'erano file di bambini guidate alla marcia da ispidi pasdaran, alla cadenza di «Yek, do, se, shahid!». Lo scrivo a orecchio, mi scuso). Un, due, tre, martirio! Al «martirio!» i bambini battevano il passo.
Al tempo stesso, il ricordo mi ha confermato la grande differenza. Ci sono due educazioni parallele al martirio: ma l'una insegna ad aborrire la violenza fatta altrui, l'altra asserve il sacrificio di sé alla morte del nemico. La shahada nella versione suicida-omicida, che non è musulmana, ma è solo una versione orribile della obbedienza musulmana, somiglia più oggi a certe nobilitazioni politiche della violenza che alle religioni sorelle.
La differenza comunque è tale che l'idea stessa di usare una sola parola per il martirio cristiano contemporaneo e per questa shahada islamica dovrebbe essere interdetta.