Kamikaze: in principio furono i curdi
La strategia del suicidio per colpire il nemico ha una lugubre tradizione. E i protagonisti dei più odiosi atti di terrorismo sono mossi da un miscuglio di abnegazione e fanatismo.
«Sarebbe pronto a morire con le armi in pugno. A togliersi la vita, mai!». Così un fedelissimo di Yasser Arafat parla del suo capo. C'era una terza possibilità, e meno male che Arafat non l'ha scelta: digiunare a oltranza. Non è né morire combattendo né suicidarsi: lasciarsi morire, respingendone la responsabilità sui nemici. Fra i curdi che protestano contro il regime carcerario turco è morto il cinquantesimo digiunatore. È singolare come le cose vadano avanti e indietro. I curdi erano stati gli anticipatori di questa nuova auge di suicidi per colpire il nemico. In due forme. Dandosi fuoco: vi ricordate come infuriassero i roghi umani nelle manifestazioni di strada europee per Ocalan? Nuova auge perché quella protesta aveva segnato l'Asia, i monaci buddisti nel Vietnam del Sud, e non ha smesso di trovare adepti nelle manifestazioni di quel continente. In Europa è un evento saltuario, benché non così raro.
Fu una denuncia scandalosa e dirompente con Jan Palach e un suo emulo e coetaneo, nella Praga del 1968 schiacciata dai carri dell'Urss, e si ripeté a volte, passata sotto silenzio, nelle piazze dell'Europa sovietizzata.
In Italia, succede che persone sole, che si sentono troppo tristi o troppo oppresse, si diano fuoco. È difficile che passino per altro che poveri pazzi. Mi ricordo, una ventina di anni fa, di una donna che si diede fuoco dichiarando che non ce la faceva a vivere in un mondo in cui i bambini in Iran e Iraq venivano ammazzati sui fronti di guerra. Mi ricordo anche (ho dimenticato il nome) di un giovane omosessuale siciliano che si diede fuoco per protesta in piazza San Pietro.
Fra i curdi sorsero anche i primi attentatori suicidi, giovani donne per lo più, che si imbottivano di esplosivo e si facevano esplodere in mezzo a poliziotti o militari turchi. Donne, perché passavano più inosservate, e perché da donne in quelle tradizioni, e forse dovunque, si pretende e ottiene una abnegazione più piena. Poi fu appunto la volta dei digiuni mortali. Che hanno provato a volgere l'inferiorità di un confronto armato e la debolezza e l'isolamento politico in forza, addossando al loro nemico la propria morte per estenuata consunzione. Anche questo era già avvenuto, e in un modo per noi più raccapricciante, con Bobby Sands e i prigionieri irlandesi. Scandalo insostenibile e rimosso, in un paese così europeo e cattolico.
I curdi continuano coi loro digiuni senza ritorno, mescolanza di dedizione, di fanatismo e anche di plagio, per usare questa trista parola. Ne è venuta una metamorfosi nella conoscenza fisiologica della resistenza alla fame, già diventata più familiare per il dilagare dell'anoressia, e soprattutto della attenzione pubblica a essa. Durate di digiuni inimmaginate e distillate con metodo scientifico, ma senza altro opportunismo che quello della protrazione dell'effetto di raccapriccio: perché quella che si prolunga stremamente è un'agonia irreversibile.
Poi, in questa lugubre gara di esaltazione e disperazione, è stata la volta degli attentatori suicidi palestinesi, che hanno infatti oscurato le morti per inedia turche, ormai trafiletti. Innovazione, anche rispetto alle ragazze curde incinte di dinamite, perché quelle miravano alle ronde e ai corpi di guardia e questi, ragazzi e poi ragazze, mirano al mucchio indistinto dei civili: e tanto meglio se bambini e donne e gente che sta festeggiando o facendo la spesa o andando in autobus. Terrore civile, appunto, con un sentimento privato (ucciderne quanti più possibile) e una mira politica: inibirne la vita ordinaria, chiuderli in casa oggi, cacciarli lontano domani.
Si fanno discussioni capziose. Si litiga fra chi dice «odiosi terroristi» e chi dice « ragazzi che si immolano per disperazione». È un odioso terrorismo e le persone che se ne lasciano travolgere in un contagio spaventoso non cessano di essere persone, l'una diversa dall'altra, nonostante l'uniforme d'ordinanza, la benda d'ordinanza del martirio, il filmato d'ordinanza con l'annuncio da lasciare in reliquia. Una ragazza palestinese (bella, con occhi che stringono il cuore, una che ha giurato vendetta al suo fratello ammazzato) che va ad ammazzarsi e ad ammazzare una ragazza israeliana, che non aveva altra parte nella recita se non di trovarsi a passare da lì in quel momento. I giornali si commuovono, e si capisce: le fotografie delle due ragazze si accostano, il lettore distratto deve leggere le didascalie per accertarsi di quale fosse l'attentatrice e quale la vittima. Al lettore la cosa sembra come un misterioso appuntamento fra due ragazze, cui solo il gioco feroce del caso ha dato di trovarsi di qua o di là. Ci piace vedere così le cose troppo tristi, per essere meno spaventati.
Certo, viene da piangere insieme le due ragazze, confondere quella venuta per giuramento con quella che passava per caso, quella che voleva morire e uccidere con quella che voleva vivere. Si capisce che si abbia voglia di risalire dal fondo pagina con la storia delle due ragazze all'apertura di pagina con i ritratti accoppiati e simmetrici di Ariel Sharon e Arafat. Al diavolo le equidistanze. Ognuno stia vicino e lontano a chi crede, e magari agli uni e agli altri: ma le due facce di Arafat e di Sharon meritano, temo, di stare assieme, di spiegarsi l'una con l'altra.
Due che giocano altro che se stessi in un duello grottesco. Uno che si proclama martire imminente a lume di candela e telecamera. Un altro che è restato solo ad avere un programma di fronte allo smarrimento e all'angoscia dei suoi: il programma di pestare sodo. Due che non digiunano, non si danno fuoco. Due che dovrebbero essere inghiottiti da una pensione e un qualche taciturno giardinaggio, e lasciare che le loro genti rifluiscano ciascuna dalla propria parte, e in mezzo passi un mare, finché non torni il tempo dei ponti e delle ragazze.