Hanadi, la kamikaze col trucco

di Adriano Sofri  - Panorama 10 ottobre 2003

 

Dell'eccidio-suicidio, la mutazione più orribile della specie umana, ho scritto tante volte che posso sbrigarmene senza essere sospettato di indulgenze. Da qualunque abisso di offesa, dolore e disperazione parta alla volta del luogo pacifico in cui seminare morte e mutilazioni, il «kamikaze» va all'assalto di persone inermi, innocenti, messe a caso in quel punto del mondo, o per una risacca di altre malvagità. Un ristorante di Haifa, proprietà di arabi israeliani, di avventori mescolati. Collezionismo di morti altrui, neanche scelte, se non per il record del numero, per la distanza da ogni figura di nemico combattente, per la socievolezza da sfregiare. Nel ristorante sono morti ebrei, musulmani, cristiani, bambini in fasce e in tenera età, donne e uomini adulti e vecchi. L'attentatrice, hanno cura di dire i sottotitoli, era sorella di un uomo di 25 anni e cugina e fidanzata di uno di 32 anni, ammazzati lo scorso giugno a Jenin da militari israeliani. È per completare la notizia, per spiegarla, per giustificarla? Del resto, ciascuno dei venti ammazzati e delle decine di feriti e mutilati nell'attentato avrà avuto i suoi fratelli e sorelle e cugini e fidanzati. Il conto di azioni e reazioni cresce per geometria. Calcolatelo, e sarà presto il deserto in quella terra contesa. Non è possibile comprensione né indulgenza per il terrorismo suicida.

 

E tuttavia: un turbamento si insinua e non si può cacciarlo come una vergognosa debolezza. La debolezza apre la strada alla pietà e non si deve vergognarsene né averne paura. Abbiamo in mente ricordi troppo schiaccianti, Antigone sorella (seppellitrice però, non vendicatrice), l'orto dei Getsemani. Si guarda con pietà spaventata alle ultime ore di colui, o colei, che deve morire. Hanadi Jaradat è giovane, è istruita, un avvocato, è bella: come altre prima di lei, Wafa, Ayat... Ha lasciato la fotografia della vita di prima, la vita non travolta: il capo coperto ma il bel viso truccato con cura. Ha lasciato il video del testamento, depositato all'associazione di farabutti che ne ha raccolto l'iscrizione al martirio assassino, velata di bianco, con le fasce verdi e i foglietti in mano. Suo fratello si chiamava Fahdi, suo cugino, che era anche il suo promesso sposo, Saleh. Ha tre sorelle. Una sorella racconta che l'ultima notte, quando tutti sono andati a letto, lei ha spiegato di voler restare alzata ancora un po', a leggere il Corano. La mattina dopo è andata a registrare i messaggi, prima di farsi portare a Haifa da uno dei farabutti che si è affrettato poi a tornare indietro.

Wafa aveva innaffiato le piante prima di partire per il suo attentato. Ayat, che era un'adolescente, si era messa in testa un cappello elegante. Sapete che gli attentatori di Sarajevo 1914, disgraziati di paese, adolescenti a loro volta, alla vigilia erano andati a farsi la fotografia: perché sarebbero passati alla storia, spiegarono. Non immaginavano quanto. Nel ristorante di Haifa sembra che Hanadi abbia deciso di farsi esplodere dopo aver raggiunto la carrozzina di una bambina di due mesi, una sorellina di 5 anni accanto.

 

La pietà è in agguato anche nella scena di un crimine così orrendo. Certo si sta attenti, bisogna vietarsi di accomunare, magari solo per distrazione, carnefice e vittime, bisogna aver cura di non offendere il dolore dei colpiti. Si sta attenti a non scrivere: «20 morti», ma piuttosto: «19 morti, oltre alla terrorista». È giusto, ma non basta a esorcizzare la pietà. Copio dalle cronache un dettaglio raccapricciante. «La testa con la coda di cavallo della terrorista è schizzata sul marciapiede di fronte, aggrovigliata in fili elettrici». E intorno altri avanzi, scarpe, un lenzuolino, un rossetto, un pacchetto di sigarette... È la descrizione di una pattumiera. La giovane Hanadi ha creduto probabilmente di investire la propria vita, di farla fruttare in morti d'altri, al 2 mila per cento e più. L'ha buttata via, invece, mischiata in un solo mucchio coi resti delle sue vittime.

 

È questo il movente più forte della pietà, questa constatazione dello spreco, della dissipazione di intelligenza, bellezza, giovinezza, generosità. Le guerre e la fame del mondo sono questo, immani cerimonie di dilapidazione senza riscatto, spreco di vite ramazzate e incenerite prima e piuttosto di misurarsi con le proprie promesse. Ma somigliano troppo a questo anche le paci, le pericolanti e circoscritte pause fra due guerre e due carestie.

Di questa parola triste, consumare, abbiamo fatto uno slogan ebete e gaudioso. Un precipite consumo stritola tutto, come nei camion della monnezza, senza riparo, senza rigenerazione. Acque, aria, piante, animali: ma soprattutto le persone, e l'aspettativa con la quale vengono incolpevolmente al mondo. Innumerevoli vite, che non costano niente, dunque non valgono niente. Campioni senza valore. La loro intelligenza, la loro capacità d'amore, di felicità, di talento: forse eccezionali, se no ordinarie. Tutto nella grande discarica.

 

La vedono bene, questa civiltà della consunzione, da luoghi come Korogocho, o come il Somaliland di Annalena Tonelli... (non l'avremmo sentita nominare, Annalena Tonelli, senza il suo omicida neanche suicida). Anche da dove sto io si vede, gente buttata via, e neanche usata prima, abusata, non di rado. La grande discarica. Divieto d'intelligenza, di amore, di speranza. Quante volte l'ho sentita l'affettuosa imbecille domanda: «Che cosa faresti se fossi libero?». Che cosa farebbe la gente della Terra se fosse libera? Chi sa più immaginare una famiglia umana di cui lo spreco di persone non sia la legge.

Vale la pena? Vale la pena di crescere, truccarsi, laurearsi in giurisprudenza, per andare a farsi esplodere in mezzo al proprio prossimo? Rispondono di sì i genitori di Hanadi (chissà, a leggere nei loro cuori): «Il suo è stato un dono. È stato il minimo che potesse fare per noi e per quelli che amiamo»... Macché. Sprecata la vita di lei, e brutalmente violate quelle delle sue vittime. Sacrifici umani.