di Gabriella Sartori - L’Avvenire 26 ottobre 2002
Terroriste e assassine, disposte a uccidersi pur di uccidere: imbottite di esplosivo come i compagni maschi che, insieme a loro, tengono prigionieri centinaia di innocenti in un teatro di Mosca, le cinque vedove cecene parlano in tv. E parlano di morte.
Col corpo e il volto nascosti dai pesanti veli che sono il simbolo stesso dell'inferiorità in cui le confina la società islamica, esse annunciano di esser pronte a compiere le stesse crudeltà dei loro simili dell'altro sesso. La voce è ferma, non tradisce emozioni: perché i guerrieri non ne hanno. E il velo nero che palpita al ritmo delle loro parole in corrispondenza della bocca, più che indizio di vita, è il segno che, in loro, ogni respiro è votato all'odio disperato e alla distruzione.
Sì, queste donne sono davvero uguali agli uomini: tanto che, come hanno decretato dotti teologi islamici, è sulla base di questa terribile uguaglianza che anch e a loro sarà possibile godere - una volta raggiunto in questa maniera il "paradiso" - degli stessi privilegi fin qui riconosciuti solo ai maschi.
Dunque è così, nel più feroce e più disumano dei modi, che comincia per le donne di quei Paesi islamici il lungo cammino verso la conquista della parità. Che non è mai stato facile neanche per tutte le altre, in quanto liberarsi dall'ingiustizia non è agevole per alcuna categoria di oppressi.
Vedi, per esempio, il caso delle europee. La loro lunga e dolorosa avventura cominciò quando le masse femminili furono "gettate" nel lavoro fuori casa: prima nelle miniere, già ai tempi della prima rivoluzione industriale, in nome delle leggi del capitale e per le esigenze del profitto. Più tardi, e in modo ben più massiccio, toccò loro esser catapultate nelle fabbriche, per sostituire gli uomini i mpegnati sui fronti della prima guerra mondiale. E anche, almeno per le donne di certe regioni europee, quando fu loro chiesto di spender la miglior parte dell'esistenza nei lavori più umili dell'emigrazione più sfruttata: domestiche di undici anni buttate lontano da casa nelle grandi città per poter mangiare tutti i giorni, balie di diciott'anni che passavano i monti e il mare per "aiutare la famiglia", vedove bianche di mariti perennemente emigrati che dovettero inventarsi mille, faticosissimi modi per tener in piedi casa e figli.
E' stata una storia lunga, costellata di inenarrabili (e troppo dimenticati) sacrifici.
Tuttavia, per quanto dura e drammatica, questa storia, per le donne europee, è cominciata dal lavoro. Per queste donne islamiche, invece, essa pare destinata a cominciare dall'assassinio: dal pagamento di un folle dazio di morte da imparare a dare a se stesse e agli altri, innocenti compresi. La differenza sta qui ed è sostanz iale. Mentre il pensiero non riesce ad allontanarsi da quel teatro di Mosca dove sta andando drammaticamente in scena il più impensabile dei drammi.