di Gilles Kepel - La Repubblica 29 novembre 2002
GLI attentati doppi sono una firma chiara. Gli autori dell' attacco multiplo di Mombasa vogliono farsi riconoscere. Un' azione spettacolare e ripetuta - come nell' attacco alle ambasciate Usa a Nairobi e Dar es Salaam nell' agosto ' 98, come le Torri gemelle l' 11 settembre 2001 - serve per dire due cose: siamo noi e non avete scampo. La tecnica usata moltiplica la paura, il senso d' ineluttabilità di non potersi salvare. Ed è un "linguaggio" comprensibile a tutti, all' Occidente e al mondo islamico. Una lingua che vuol dare molti segnali diversi ma che si rivolge a tutto il mondo. Quel che è accaduto su Mombasa rientra nel crescendo di azioni iniziate subito dopo l' adozione della risoluzione 1441 del consiglio di Sicurezza Onu sull' Iraq. Nell' ultimo messaggio attribuito a Bin Laden e diffuso dalla tv Al Jazeera - che la voce sia esattamente la sua o sia qualcun altro a parlare per lui non è fondamentale nell' attuale strategia perseguita da Al Qaeda - lo sceicco saudita si complimentava per gli attacchi compiuti (Yemen, Bali, Mosca) e annunciava nuove azioni contro l' Occidente. Dal momento in cui la risoluzione Onu ha avviato l' escalation nei confronti di Saddam, è scattato il conto alla rovescia dei terroristi. L' accelerazione del ritmo degli attentati non potrà che crescere con l' avvicinarsi dell' intervento in Iraq. L' orologio degli estremisti batterà rintocchi sempre più forti prima della scadenza del calendario elaborato al Palazzo di Vetro. Gli attacchi si legano alla situazione irachena anche con un altro simbolismo: la guerra elettronica, ultratecnologica e asettica che l' America pensa di poter condurre contro Saddam non risparmierà vite umane, Né da una parte, né dall' altra. Ci saranno azioni di guerra "sporche" ovunque nel mondo: moriranno occidentali a Mombasa, a Bali e altrove. I missili e i kamikaze di Mombasa promettono poi alle masse arabe che l' eventuale guerra e l' inevitabile vittoria degli americani su Bagdad non rimarrà impunita: i terroristi che hanno colpito in Africa vogliono essere percepiti come il braccio armato degli sconfitti, i Robin Hood delle masse musulmane che avranno dovuto subire l' onta della sconfitta per mano di Bush. Colpire obiettivi israeliani fuori da Israele sta anche a significare - e qui i terroristi si rivolgono prima di tutto alla Casa Bianca - che in nessun caso si può mettere da parte la questione palestinese. Che la guerra all' Iraq non potrà mai offuscare e risolvere il nodo del Medio Oriente, ovvero il conflitto arabo-israeliano. Tentare anche solo, come sta facendo l' attuale amministrazione statunitense, di rinviare una soluzione del problema-Israele deve dimostrarsi impossibile. Per costringere la casa Bianca a occuparsene le sigle non contano: che l' "Esercito della Palestina", una formazione sconosciuta, abbia rivendicato la doppia azione di Mombasa vuol solo riaffermare il legame tra gli attacchi e la questione palestinese. Sono la tattica, l' ampiezza e la ricchezza di mezzi usati a dimostrare la matrice dell' azione. In fin dei conti la strategia di questi ultimi tempi di Al Qaeda non fa che ricalcare quella di Saddam nel '91, ai tempi della Guerra del Golfo: per ricollegare il conflitto contro Bagdad al problema della Palestina il raìs lanciava missili Scud in territorio israeliano, adesso sono stati lanciati missili e autobombe contro obiettivi israeliani. Il moltiplicarsi degli attacchi si rivolge direttamente anche al Pentagono e agli strateghi americani che, con la guerra in Iraq pensano di raggiungere tre obiettivi: primo, cacciare o far comunque finire il regno di Saddam. Secondo, istituire un protettorato americano a Bagdad che controlli di fatto il paese che ha le seconde maggiori riserve mondiali di greggio dopo l' Arabia Saudita; così facendo riuscirebbero a diminuire la dipendenza dal petrolio saudita e l' importanza di Riad nell' area. Terzo, creare un circolo virtuoso con la ricostruzione dell' Iraq: come dopo la Guerra del Golfo l' economia della regione ebbe una sferzata positiva dovuta alla richiesta di mano d' opera per far risorgere il Kuwait attaccato da Saddam, così a dieci anni di distanza un' immensa richiesta di braccia arabe per ricostruire e far rinascere Bagdad e l' economia irachena porterebbe un fiume di giovani arabi - palestinesi, giordani, egiziani - allentando la pressione da Israele e dalla crisi economica che da anni ormai stagna nei territori palestinesi, fomentando la nuova Intifada. Così facendo, gli ambienti pro-israeliani ai quali appartiene la maggior parte dei "falchi" del Pentagono spera di permettere allo Stato ebraico di trovare una tregua senza far concessioni politiche significative ma beneficiando d' una congiuntura economica e sociale favorevole che contribuirà a svuotare della sostanza la protesta palestinese. L' ultimo segnale prodotto dall' attacco a Mombasa è probabilmente diretto all' Africa stessa, a quei paesi, come la Somalia - che proprio dieci anni fa vedeva lo sbarco di soldati americani nella missione di pace dell' Onu, finita in un fallimento diplomatico ma anche militare per gli Usa - compresi da Washington nella lista dei "paesi canaglia" e serbatoio del fondamentalismo islamico tanto da poter assurgere rapidamente a santuario del terrorismo di Al Qaeda, come un nuovo Afghanistan post 11 settembre.