Quale democrazia contro il terrorismo

di Ryszard Kapuscinski - La Repubblica 22 novembre 2001

 

L'11 settembre è cominciata una nuova grande trasformazione del mondo. Per la prima volta, dalla fine della guerra fredda, è stato avviato un dibattito serio sullo stato del mondo contemporaneo, un dibattito che ha aperto le nostre coscienze e del quale avevamo bisogno come di ossigeno. Fino all'11 settembre, l'Occidente era molto soddisfatto del suo sviluppo, anche se era uno sviluppo contaminato da un virus mortale, la distribuzione ineguale dei frutti del progresso tecnologico.

Nel decennio degli anni Sessanta, confrontando il livello di vita delle persone più abbienti con quello dei più poveri, risultava che le persone più povere vivevano trenta volte peggio dei ricchi. Alla fine degli anni Novanta, i più poveri vivevano ottantadue volte peggio dei ricchi. Le differenze tra ricchi e poveri si approfondiscono senza sosta. Si registrano già a livello della famiglia, ma si riflettono anche nella sorte che di solito spetta ai bambini e alle donne, soprattutto in tempo di guerra. La loro sorte è assai peggio di quella degli uomini. Oggi assistiamo a un nuovo tipo di guerre, sconosciuto finora. Non è più lo scontro tra soldati di due diversi eserciti.

Ai tempi della Prima Guerra Mondiale moriva soltanto un civile ogni sette militari. Ora la proporzione si è invertita, per ogni soldato muoiono sette od otto civili. I soldati sono in maggioranza uomini, mentre i civili, in genere, sono donne e bambini.

Un'altra differenza evidente è quella che si coglie a livello regionale. In molti paesi ci sono regioni dominanti che trattano le altre regioni come colonie. Per esempio, il sud del Brasile tratta il nord del paese come una colonia.

A livello mondiale, le differenze sono tremende, perché per ogni venti persone che vivono bene, ce ne sono ottanta che vivono in povertà. La miseria è uno dei principali problemi economici e psicologici della nostra epoca. Il povero si sente rifiutato ed emarginato, sente di essere in una situazione che non ha via d'uscita. Questa percezione crea a sua volta altri condizionamenti, come la frustrazione, l'odio, l'invidia e l'ira. E sono precisamente questi sentimenti la fonte principale degli integralismi e della violenza. Non dobbiamo scordare che ci sono milioni e milioni di persone nel mondo che vivono senza un tetto e, ancor più, vivono una media di venticinque anni in meno degli europei.

Non stiamo dunque assistendo a uno scontro tra la civiltà occidentale e quella orientale. Siamo testimoni del confronto tra coloro che hanno avuto fortuna e che hanno trionfato, e coloro che hanno fallito, che niente hanno conseguito, che non hanno alcuna speranza di uscire dall'emarginazione.

I terroristi di oggi non assomigliano per niente a quelli che conosciamo dalla prosa di Dostoievski. Quelli descritti dal maestro russo erano dei folli disperati. Quelli di oggi, ben forniti dal punto di vista tecnologico, hanno una personalità molto diversa.

Samuel Huntington, un politologo nordamericano molto noto, analizza il mondo dal punto di vista di una grande potenza che nessuno può uguagliare per potere. Occorre capire che, attualmente, gli Stati Uniti non hanno un solo avversario all'altezza. In confronto alla loro potenza, tutti gli altri stati sono molto deboli. Dunque, ciononostante, ci sono due avversari che possono diventare dei nemici molto pericolosi per gli Stati Uniti. Mi riferisco a due civiltà, quella cinese e quella musulmana. Non cedono alla pressione della cultura e dello stile di vita americani, perché sono "impenetrabili", cosa che permette loro di conservare la propria singolarità e originalità.

L'attuale reazione militare degli Stati Uniti è considerata una operazione bellica contro il terrorismo. La realtà è molto più complessa. Il vero problema ha radici nelle contraddizioni connaturate nella democrazia. La lotta contro il terrorismo potrebbe essere risolta in maniera vittoriosa in un mese se fossero introdotte, questo sì, le norme di difesa inventate dallo stalinismo. Ma come eliminarlo senza rinunciare ai valori dalla democrazia?

Se gli Stati Uniti troveranno Bin Laden vivo, se lo processeranno secondo le leggi degli Stati Uniti, egli, ricco com'è, assolderà i migliori avvocati e il processo potrà durare lunghi anni. È un uomo malato e non è escluso che possa morire prima che il tribunale emetta una sentenza.

 

Poco tempo fa, uno dei settimanali più importanti degli Stati Uniti, ha pubblicato un articolo del responsabile dell'anti terrorismo del Dipartimento di Stato negli anni 19941995. L'autore afferma che la lotta contro il terrorismo è un'attività totalmente astratta. «L'unica cosa che siamo in grado di fare è limitare le sue conseguenze, perché i sistemi democratici non hanno i meccanismi che permettono di controllare in maniera totale la situazione. Se avessero questi meccanismi, non sarebbero democrazie. Come risultato, il conflitto durerà molto tempo e l'unico che ne beneficerà a lungo termine sarà Putin, perché gli Stati Uniti possono accedere all'Afghanistan soltanto dallo spazio controllato dalla Russia».

In effetti, una grande opportunità si è aperta per la Russia, ma questa non deve scordare che anche nella sua area d'influenza diretta ci sono delle comunità musulmane che possono diventare un grave pericolo. Nel passato, l'espansione dell'Islam ha proceduto lungo il fiume Volga, dividendo la Russia in due, quella europea e quella siberiana. Se le comunità musulmane lì esistenti si sollevassero, nascerebbero nuovi e seri problemi.

Dunque, anche se non sembra vero, il principale nemico degli integralismi Islamici non sono gli Stati Uniti, ma i regimi dei paesi Islamici considerati e trattati dai fondamentalisti come "traditori del Corano". Per questo non siamo noi, quelli che devono sentirsi particolarmente spaventati per quello che i terroristi potrebbero farci, mai i presidenti dei paesi musulmani.

L'Islam può essere analizzato in maniera varia, ma in linea generale si può parlare di un "Islam del fiume" e un "Islam del deserto". L'"Islam del deserto" è quello violento, aggressivo, quello combattivo, nato tra nomadi. È un Islam spietato, primitivo e chiuso. L'"Islam del fiume" ha un volto aperto e democratico, è l'Islam dei bazar, vale a dire democratico, perché il mercanteggiare richiede un atteggiamento democratico, disposto ad arrivare a un compromesso.

 

Oggi tutte le dichiarazioni bellicose sono negative, perché indipendentemente dal fatto che si stia negoziando la pace, siamo seduti su una polveriera. Questo significa che potremo vincere soltanto se agiremo con calma, buona volontà e spirito di dialogo. Non dobbiamo scordare che siamo già sei miliardi di persone a popolare il pianeta che chiamiamo Terra, non dobbiamo scordare che ogni anno la popolazione aumenta di ottanta milioni e non dobbiamo scordare che di questi, settantacinque milioni sono poveri.

Quella enorme massa umana che è l'umanità non ha potere. Tutte le comunità hanno organi di potere propri, ma l'umanità nel suo insieme, non li ha. Non c'è alcuna autorità centrale, non ci sono meccanismi centrali di controllo. Se quella enorme massa decidesse a un certo punto di rompere tutti gli argini, nessuno potrebbe contenerla. Per questo è così importante quello che oggi si dice e come lo si dice.

I musulmani che oggi ci sono al mondo, un miliardo e trecento milioni, costituiscono il 15 per cento di tutta l'umanità. L'Islam è la religione più dinamica: ogni anno conquista nuove masse in tutti i continenti. Venti milioni di americani sono musulmani. In Europa abbiamo altri venti milioni di musulmani che, allo stesso tempo, sono europei. Anni fa potevamo definire la nostra civiltà "cristiana", ma ora dobbiamo chiamarla "cristianomusulmana".

Il problema della eliminazione del terrorismo equivale alla distruzione del fenomeno terrorista. Le organizzazioni terroristiche sono sorte nell'Islam dalla lotta contro le Crociate. Parliamo dunque di una tradizione di novecento anni. Possono i bombardamenti distruggere queste organizzazioni terroristiche che fanno parte del tessuto sociale Islamico?

Da migliaia di anni, l'Afghanistan è uno spazio nel quale s'incrociano le strade degli invasori. Per questo in Afghanistan vivono rappresentanti di molte culture. È dunque una comunità molto disintegrata dalla diversità delle tradizioni e atomizzata ancor di più dalle guerre che lì si combattono ininterrottamente da più di sessanta anni. Oggi, uno dei principali nemici degli afgani sono le mine, che causano migliaia di mutilati e di ciechi, i quali, inabili a fare qualsiasi cosa, muoiono di fame.

Ricevo dagli Stati Uniti un numero sempre maggiore di telefonate e lettere da compagni e amici. Sono segnali tristi, perché coloro che me li mandano mi dicono di trovarsi in uno stato d'animo finora sconosciuto: la depressione. Rispondo loro che tutta la storia del mio popolo, quello polacco, è una storia di invasioni e di aggressioni.

Da Los Angeles mi è arrivata la lettera di uno scrittore molto promettente. Mi dice che dopo l'11 settembre non vede alcun senso nello scrivere. Non vede alcun senso in niente.

 

Copyright El Pais

Traduzione di Guiomar Parada

 

L'autore è giornalista e scrittore polacco, il suo ultimo libro è "Shah of Shahs"