di Camille Eid - L’Avvenire 26 ottobre 2002
Dalle kamikaze cecene alle giovani suicide in Medio Oriente, alle separatiste tamil che si fanno esplodere in Sri Lanka: Dalal Salameh, deputata palestinese, spiega i motivi che spingono mogli e madri a una scelta del tutto estranea alla natura femminile
«Anche l'islam rigetta il suicidio. Ci chiede di affrontare il nemico, ma non di usare il nostro corpo per far saltare altre persone»
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Chiedere a una palestinese di esprimersi sulle donne candidate al «martirio» equivale a risuscitare i ricordi recenti delle stragi compiute da donne kamikaze in Israele. Dalal Salameh, la più giovane dei deputati palestinesi non esita tuttavia a condannare. Con la sua sensibilità femminile. «Questa è una questione delicata - dice - e richiede un intervento serio da parte delle società e dei governi. Di solito, dietro la partecipazione della donna ad azioni militari devono esservi motivazioni veramente forti. La donna, per sua natura, tende verso le soluzioni pacifiste perché la pace si riflette sulla vita dei suoi figli. Questo orientamento vale per tutti i Paesi, siano essi del mondo industrializzato o del Terzo mondo, e si è espresso in tutte le conferenze internazionali».
Una simile decisione è per lei uno strazio estremo, insomma...
Esattamente. La donna riflette a lungo prima di prendere una simile decis ione. Se finisce con il prenderla è sicuramente perché è stato superato ogni limite di sopportazione. È facile reclutare degli uomini per qualsiasi organizzazione o banda armata. È facile corromperli con i soldi nel nome di una causa o pseudo tale. Ma la donna non obbedisce a questa logica. Quando si incammina su questa strada è solo perché profondamente convinta.
Che peso hanno le convinzioni religiose nel coinvolgimento della donna musulmana in politica?
Il coinvolgimento era iniziato con l'adesione ai partiti nazionali. La donna era motivata dalla volontà di partecipare alla lotta di liberazione dal colonialismo. Aveva constatato, come l'uomo, che l'occupazione la privava dei suoi diritti e si è ribellata. I sentimenti religiosi non erano ancora prevalenti, anche se esistevano come parte di un retroterra sociale. Ora, invece, si assiste a una islamizzazione d el linguaggio politico. Alle «munadilat», le campionesse di lotta nazionale, sono subentrate le «mujahidat», le combattenti della Jihad. Si diffondono nel linguaggio politico nozioni ed espressioni islamiche prima sconosciute.
Eppure è strano vedere l'islam concedere uno spazio politico alle donne...
Diciamo che i movimenti islamici sono stati in qualche modo costretti a riconsiderare la loro posizione sotto l'impulso della emanci-
pazione della donna e davanti alla convinzione diventata prevalente secondo cui l'evoluzione della società non potrà effettuarsi solo grazie agli uomini.
Il caso della donna palestinese può spiegare quanto avviene in Cecenia?
Il caso palestinese è molto particolare. È una situazione di privazione dei diritti che ha raggiunto il culmine. Come altrimenti si può spiegare il coinvolgimento di una infermiera come Wafa Idris in un'azione kamikaze? Forse questo può val ere per altre situazioni. Questo strazio esprime l'intensità dell'ingiustizia subita. Detto ciò, non intendo affatto condividere le scelte di quelle ragazze. Sono contraria a un simile coinvolgimento.
Per motivi religiosi?
Anche. La mia concezione dell'islam rigetta il suicidio. La mia fede mi chiede di affrontare il nemico con tutti i mezzi disponibili, ma non di usare il mio corpo per far saltare altre persone, e ancor prima del confronto. Ci devono essere altri mezzi per recuperare i propri diritti.
E' l'immagine che rimane: queste donne con la cintura imbottita di esplosivo, un'ostilità compatta dentro gli occhi che spuntano dal chador. Dicono siano una ventina, in tutto, là dentro: vedove di guerra cecene, donne pronte a morire. I filmati autorizzati dal commando di guerriglieri, quelli trasmessi e ritrasmessi dalle televisioni di tutto il mondo, parlano di loro, parlan o per loro: non è stato concesso dire una sola parola, a queste che poi sono ancora ragazze, e forse nemmeno serviva. In Cecenia, scrive la cronaca, padri, compagni, mariti e figli vengono sistematicamente fermati, perquisiti, arrestati, interrogati, torturati, uccisi: prima violenza, per le donne. Poi, spesso arriva l'altra, quella più consueta delle botte, degli stupri, della segregazione. I ribelli, confezionando (involontariamente) il più perfetto simbolo di questa catena di odio interminabile, hanno sistemato le loro kamikaze ferme, mute e armate davanti alla telecamera (e dietro i loro primi piani): c'è bisogno di nient'altro per spiegare quello che succede in Cecenia, in Palestina, In Sri Lanka, in Turchia dentro la testa di una donna che si mette una bomba addosso e va ad uccidere e morire.
Le donne hanno imparato a farlo benissimo. Il fanatismo, o la disperazione, sono gli stessi che spingono gli uomini a commettere attentati suicidi. Identica anche la determinazione: nessuno le costringe, perché quando si tratta di guerriglia, tutti i fondamentalismi del mondo sono abilissimi nel superare i pregiudizi di genere. La questione è pratica: le donne, dappertutto, hanno più facilità negli spostamenti, suscitano meno sospetti, vengono perquisite con minor attenzione ai posti di blocco. Non c'è arma migliore. L'assuefazione alla subordinazione sociale, l'abitudine alla violenza, la rabbia, fanno il resto. (B.U.)