di Noam Chomsky - La Stampa 5 ottobre 2002
L’INTERVENTO DI CHOMSKY NEL DIBATTITO SULLA SITUAZIONE INTERNAZIONALE PROMOSSO DALLA RIVISTA «GLOBAL»
IL filosofo Ludwig Wittgenstein consigliava di esaminare l'impiego di una frase allo scopo di determinarne il significato. Adottando tale suggerimento, scopriamo molto spesso che i termini del discorso politico internazionale sono utilizzati con un significato completamente diverso da quello letterale.
Il termine «terrorismo», ad esempio, non viene utilizzato secondo la sua definizione di vocabolario, ma è riservato agli atti di terrorismo commessi da «loro» contro gli Stati Uniti o i loro alleati e clienti. Convenzioni simili vigono per «crimine di guerra», «difesa», «processo di pace» e altri termini correnti.
Uno di questi termini resi ambigui è «la comunità internazionale». Il senso letterale è ragionevolmente chiaro: l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, o una sostanziale maggioranza di essa, ne costituirebbero una prima, buona approssimazione. Invece il termine viene regolarmente utilizzato per indicare gli Stati Uniti insieme ad alcuni alleati e clienti (significato per il quale utilizzerò da qui in avanti il termine «Intcom»). Di conseguenza, viene costituita una impossibilità logica per gli Stati Uniti di sfidare la comunità internazionale.
Questi usi del linguaggio sono illustrati a sufficienza dai casi che attualmente ci preoccupano. Da nessuna parte si legge che per 25 anni gli Stati Uniti hanno ostacolato gli sforzi della comunità internazionale volti a raggiungere un accordo fra israeliani e palestinesi, secondo le linee oggi riprese dalla proposta saudita, che la Lega araba ha approvato nel marzo scorso. Usualmente quella proposta viene definita una grande opportunità storica che potrà essere realizzata soltanto se i paesi arabi si convinceranno, infine, ad accettare in pieno l'esistenza di Israele.
In realtà i paesi arabi (insieme all'Organizzazione per la liberazione della Palestina) hanno ripetutamente fatto ciò, a partire dal gennaio 1976, quando si sono uniti al resto del mondo nel sostenere una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che invocava un accordo politico basato sul ritiro di Israele dai territori occupati attraverso «accordi appropriati...per garantire...la sovranità, l'integrità territoriale, e l'indipendenza politica di tutti gli Stati nell'area e il loro diritto a vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti».
In effetti, la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite giungeva a riconoscere uno Stato palestinese. Gli Stati Uniti opposero il veto alla risoluzione. Da allora, Washington ha regolarmente bloccato simili iniziative. La maggioranza degli americani concorda con le linee del piano saudita.
Tuttavia, non si sente dire che gli Stati Uniti stanno sfidando la comunità internazionale o l'opinione pubblica nazionale. In base alle convenzioni prevalenti, il governo degli Stati Uniti non può sfidare la «Intcom»; e, in qualità di paese democratico, per definizione esso ascolta l'opinione pubblica nazionale.
Similmente, non leggiamo da nessuna parte che gli Stati Uniti sfidano la comunità internazionale in materia di terrorismo, pur se essi soli o quasi (con Israele, e l'unica astensione dell'Honduras) hanno votato contro l'importante risoluzione delle Nazioni Unite del dicembre 1987, che condannava duramente questa piaga dell'era moderna e chiedeva a tutti gli Stati di sradicarla. Le ragioni di quel voto sono istruttive e, oggi, di grande rilevanza.
Ma tutto ciò è stato cancellato dalla storia, come avviene di solito quando «Intcom» si oppone alla comunità internazionale intesa nel senso vero della parola. A quel tempo, gli Stati Uniti stavano ostacolando gli sforzi compiuti dai latinoamericani per portare a compimento un accordo di pace in Centro America, e subirono una condanna per terrorismo internazionale dalla Corte internazionale di giustizia, che ordinò agli Stati Uniti di porre fine a tali crimini. La risposta degli Stati Uniti fu l'escalation.
Né questa vicenda né altri episodi simili avvenuti in seguito vengono usualmente tenuti in conto nel descrivere l'atteggiamento di «Intcom» verso il terrorismo. In qualche raro caso, occorre riconoscerlo, l'isolamento di «Intcom» viene messo in luce; se ne traggono domande angosciate sui turbamenti psichici che affliggono il pianeta. Ne è un esempio un articolo di Richard Bernstein del gennaio 1984, che il New York Times titolò «Le Nazioni Unite contro gli Stati Uniti» (e non l'opposto).
C'è davvero qualcosa che non va nel mondo se, passati i primi anni di vita delle Nazioni Unite, quando ogni desiderio di Washington era legge, gli Usa sono divenuti il paese che ha posto più volte il veto in Consiglio di sicurezza, con la Gran Bretagna al secondo posto, e l'Unione Sovietica (poi Russia) terza a distanza. I dati sui lavori dell'Assemblea generale sono simili; ma nessuno ne trae conclusioni su dove stia la comunità internazionale.
Uno dei più importanti temi contemporanei è la rivoluzione normativa che «Intcom» ha posto in atto negli anni '90, accettando infine - così si sente affermare - il suo dovere di intervento umanitario per porre fine a crimini tremendi. Ma nessuno ricorda che al contrario la comunità internazionale «respinge il cosiddetto “diritto” all'intervento umanitario», insieme ad altre forme di coercizione che essa percepisce come una nuova forma dell'imperialismo tradizionale.
Quelle citate sono parole che si leggono nella dichiarazione del Vertice del Sud del mondo, avvenuto nell'aprile 2000: il primo incontro tra i capi di Stato del G-77 (l'erede dell'ex movimento dei paesi non allineati), che tutti insieme rappresentano circa l'80% della popolazione mondiale.
Gli anni '90 vengono considerati comunemente il decennio degli interventi umanitari, a scapito degli anni '70, pur se questi ultimi furono contraddistinti da due dei più significativi interventi per porre fine a crimini orrendi: quello dell'India nel Pakistan orientale e quello del Vietnam in Cambogia. La ragione è chiara: non è stata «Intcom» a compiere questi interventi. Anzi, essa si è opposta con veemenza, imponendo sanzioni, minacciando l'India, e punendo aspramente il Vietnam per il «crimine» di aver posto fine alle atrocità del regime cambogiano di Pol Pot. Al contrario, il bombardamento della Serbia guidato dagli Stati Uniti, appare come il momento più importante della nuova consapevolezza internazionale: non importa che a tale azione si siano opposte con forza l'India, la Cina e gran parte del resto del mondo.
Non c'è tempo qui di esaminare le caratteristiche degli interventi umanitari attuati da «Intcom» per preservare la sua credibilità: per ragioni di pubbliche relazioni, ha dovuto porre termine a crimini che essa stessa aveva causato. Né è questa l'occasione di esaminare il rifiuto di «Intcom» di porre fine alla sua lunga partecipazione a crimini paragonabili o peggiori.
C'è un genere letterario molto in voga, in cui ci si chiede quali carenze culturali impediscano a «Intcom» di rispondere in modo adeguato ai crimini commessi da altri. Secondo ogni logica, è invece assai più pressante un'altra domanda che resta senza risposta: perché «Intcom» persevera nei suoi crimini, sia agendo in prima persona, sia dando un indispensabile sostegno a suoi clienti che conducono pratiche omicide?
Sarebbe troppo facile per me proseguire; pur riconoscendo che tali pratiche non costituiscono, per «Intcom», una novità. Esse ricordano alcune costanti del passato, con rassomiglianze che non è bello ricordare.
Noam Chomsky insegna linguistica al Massachusetts Institute of Technology