di Scott Atran - Internazionale 6/12 giugno 2003, n.491, anno 10
Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush inizialmente aveva definito i dirottatori dell'U settembre "malvagi e vigliacchi". Nel tentativo di contrastare il sentimento antimusulmano, alcuni gruppi islamici hanno consigliato ai loro membri di rispondere che "i terroristi sono maniaci estremisti che non rappresentano affatto l'islam".
Gli psicologi sociali hanno indagato su questo "fondamentale errore di attribuzione", vale a dire sulla tendenza che hanno alcune persone a spiegare i comportamenti in termini di tratti della personalità individuale, anche quando esistono significativi fattori ambientali. Le caratterizzazioni fatte dal governo e dai media statunitensi degli attentatori suicidi mediorientali come maniaci omicidi potrebbero essere condizionate da questo fondamentale errore di attribuzione: nessun atto di terrorismo suicida religioso o politico scaturisce dall'azione solitaria di attentatori impauriti o instabili.Lo psicologo Stanley Milgram scoprì che, in alcune circostanze, anche gli statunitensi comuni obbediscono prontamente a ordini distruttivi. Quando un "insegnante" diceva loro diinfliggere scosse elettriche potenzialmente mortali agli "allievi" che non riuscivano a memorizzare coppie di parole, la maggior parte delle persone accettava di farlo. Anche quando esitavano perché le vittime urlavano e imploravano pietà,i soggetti continuavano a usare questo tipo di violenza, non perché avessero tendenze assassine ma per un senso di obbligo imposto da un'autorità. Un'ipotesi legittima è che comportamenti apparentemente estremi Dossono essere suscitati e resi accettabili da particolari contesti storici, politici, sociali o ideologici.
Per quanto riguarda il terrorismo suicida, il problema è capire perché così tanti individui non patologici rispondano alle organizzazioni di reclutamento permettendo a queste di portare avanti la loro politica. In Medio Oriente alcuni dei motivi che spingono i kamikaze e i loro sostenitori a esprimersi in questo modo sono il senso collettivo di ingiustizia storica, di asservimento politico e di umiliazione da parte delle potenze mondiali, nonché la speranza di una ricompensa religiosa. Cercare di comprendere le cause di questi sentimenti non significa accettarli, ma ignorandoli si rischia di non capire i motivi degli attacchi suicidi e di non essere in grado di trovare una soluzione.
Nel nostro mondo, molti sono convinti che liberando la società dalla povertà la si libera anche dalla criminalità. Ha detto Bush: "Combattiamo la povertà perché la speranza è la risposta al terrore. Sfideremo la povertà, la disperazione, la mancanza di istruzione e i governi che troppo spesso consentono condizioni che favoriscono i terroristi". Durante un incontro tra premi Nobel per la pace, il sudafricano Desmond Tutti e il sudcoreano Kim Dae Jung hanno dichiarato: `Alla base del terrorismo c'è la povertà".O, per esempio, Elie Wiesel e il Dalai Lama hanno affermato che "l'istruzione è l'unico mezzo per eliminare il terrorismo".Le ricerche dell'economista Gary Becker sembrano sostenere questa tesi, dimostrando chei reati contro la proprietà sono dovuti alla povertà e alla mancanza di istruzione. Secondo il suo modello basato sugli incentivi, i criminali sono persone razionali che agiscono nel loro interesse. Un individuo sceglie di comportarsi in modo illegale quando i vantaggi superano le probabilità di essere scoperto e arrestato nonché il reddito proveniente da attività legali. Quando un criminale non ha nessuna abilità specifica né istruzione, il crimine paga.
Queste teorie della scelta razionale basata sulle opportunità economiche non spiegano comunque alcuni tipi di crimini violenti (omicidi domestici o per motivi di odio). E funzionano ancora meno se applicati al terrorismo suicida. Ai kamikaze di solito non mancano le opportunità di cui gode il resto dei loro connazionali.
I risultati di uno studio di Alan Krueger e Jitka Maleckova fanno pensare che non esiste alcuna correlazione tra il sostegno al terrorismo e il livello di istruzione, o esiste addirittura una correlazione positiva. Da un sondaggio effettuato nel dicembre del 2001, su 1.357 pa-lestinesi con più di 18 anni e residenti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, è risultato che era favorevole agli attacchi armati il 68 per cento di quelli che avevano più di dodici anni di scolarizzazione, il 63 per cento di quelli che avevano frequentato la scuola per meno di undici anni e il 46 per cento degli analfabeti. Solo il 40 per cento delle persone con un titolo di studio superiore era a favore del dialogo con Israele, rispetto al 53 per cento dei laureati e al 60 per cento di quelli con meno di nove anni di scuola. Facendo un confronto tra i militanti hezbollah morti in azione e un campione di giovani della stessa età e provenienza, è risultato meno probabile che i militanti venissero da famiglie povere e più probabile che avessero un titolo di scuola superiore.
Nonostante questo, la relativa perdita di vantaggi sociali ed economici da parte delle persone istruite potrebbe aumentare il sostegno al terrorismo. Nel periodo che ha portato alla prima intifada (1982-1988), il numero di maschi palestinesi con almeno dodici anni di scolarizzazione è più che raddoppiato; mentre quelli con una scolarizzazione più bassa sono aumentati solo del 30 percento. Questo ha coinciso con un forte aumento della disoccupazione per i laureati rispetto ai diplomati. 11 salario reale quotidiano dei laureati è diminuito del 30 per cento, mentre quello dei diplomati è rimasto stabile.
Anche se l'umiliazione e la disperazione possono contribuire a spiegare, in alcune situazioni, la propensione al martirio, questa spiegazione non è sufficiente né applicabile in altre circostanze. Gli studi dello psicologo Ariel Merari mettono in evidenza l'importanza delle organizzazioni. La sua équipe ha intervistato 32 delle 34 famigliedegli autori di attentati suicidi in Palestina-Israele (prima del 1998), alcuni attentatori sopravvissuti e alcuni reclutatori catturati. A quanto sembra, l'identikit dei terroristi suicidi in termini di istruzione, condizioni socioeconomiche e tipo di personalità corrispondeva a quello della popolazione di appartenenza. L'età media andava dai 20 ai 25 anni. Quasi tutti erano scapoli e avevano manifestato la loro fede religiosa prima del reclutamento.
Oltre a essere uomini giovani e senza legami, i kamikaze differiscono dai membri delle organizzazioni razziste ai quali vengono spesso paragonati. In particolare, non manifestano carenze nei rapporti sociali (non sono senza padre, senza amici, senza lavoro) o tendenze suicide. Non mostrano di aver paura del nemico, di essere "disperati," né di "non avere nulla da perdere":
Merari attribuisce la responsabilità maggiore alle organizzazioni che arruolano i possibili candidati. Addestratori carismatici procedono poi a coltivare in piccole cellule, che vanno dai tre ai sei componenti, la determinazione a morire gli uni per gli altri. L'ultimo passo prima del martirio è un contratto sociale formale, che di solito prende la forma di un testamento videoregistrato.
Lo psicologo Brian Barber ha condotto un'indagine su 900 adolescenti musulmani durante la prima intifada di Gaza (1987-1993). Gli adolescenti più coinvolti mostravano un forte senso di orgoglio personale e di coesione sociale. Da un sondaggio di controllo effettuato durante la seconda intifada (cominciata nel2000), è risultato che quelli non ancora sposati agivano in modo che poteva essere pericoloso a livello personale ma che era molto considerato a livello sociale. Nell'estate del 2002, tra il 70 e 1'80 per cento dei palestinesi approvava questi atti di martirio.
In precedenza, i reclutatori setacciavano le moschee, le scuole e i campi profughi alla ricerca di candidati che sembrassero predisposti a un intenso indottrinamento religioso e addestramento logistico. Durante la seconda intifada c'èstato un esubero di volontari e un crescente coinvolgimento delle organizzazioni secolari (che accettano anche le donne). La frequenza e la violenza degli attacchi suicidi hanno subito un'escalation (ci sono stati più attentati dal febbraio 2002 a oggi che dal 1993 al 2000); la preparazione è stata meno scrupolosa. Nonostante questi cambiamenti, non sembra che il Drofilo complessivodegli attentatori si sia modificato (sono sempre per lo più scapoli, appartengono alla classe media e sono moderatamente religiosi).
In contrasto con i palestinesi, le indagini condotte su un gruppo di controllo di adolescenti musulmani bosniaci nello stesso periodo rivelano espressioni molto meno marcate di autostima, speranza nel futuro e interesse per la società. Una differenza fondamentale è data dal fatto che i palestinesi di solito usano la religione per dare un significato sociale ai traumi personali. I musulmani hosniaci sostengono di non aver considerato l'appartenenza religiosa come un aspetto significativo della loro identità personale o collettiva, fino a quando una violenza apparentemente arbitraria non li ha costretti a prenderne coscienza.
Quindi si può dire che uno dei fattori determinanti del terrorismo suicida sia la lealtà a gruppi di coetanei, che le organizzazioni di reclutamento spesso incoraggiano tramite la comunione religiosa. Generalmente questo coinvolgimento emotivo spinge all'azione in circostanze che altrimenti sarebbero paralizzanti. Nel terrorismo suicida di ispirazione religiosa, tuttavia, queste emozioni sono intenzionalmente manipolate dai leaderdelle organizzazioni, dai reclutatori e dagli addestratori, a beneficio dell'organizzazione piuttosto che dell'individuo.
All'attentatore suicida derivano ben pochi benefici tangibili (in termini di teorie delle scelte razionali). Il maggior riconoscimento sociale viene loro attribuito solo dopo la morte. Ma per i capi, che non prendono quasi mai in considerazione la possibilità di suicidarsi (nonostante dichiarino di essere pronti a morire), negli atti di martirio i benefici materiali probabilmente superano leperdite. Ecco la ricetta di un funzionario palestinese per una missione riuscita: "Un giovane volenteroso, chiodi, polvere da sparo, un interruttore e un pezzetto di filo, mercurio (che si estrae facilmente dai termometri), acetone. La cosa più costosa è il trasporto in una città israeliana". Il costo totale è di circa 150 dollari.
Per l'organizzazione gli attentatori suicidi sono deibeni spendibili la cui perdita genera altri beni facendo crescere il favore del pubblico e i serbatoi di potenziali reclute. Poco dopo 1'11 settembre, da un indagine dei servizi segreti condotta su un campione di sauditi istruiti tra i 25 e i 41 anni è risultato che il 95 per cento sosteneva al Qaeda. Il denaro esce abbondantemente dalle tasche di chi è disposto a lasciar morire gli altri, coprendo facilmente i costi operativi. Dopo un attentato in un supermercato diGerusalemme compiuto da una ragazza palestinese di 18 anni, i sauditi hanno raccolto più di cento milioni di dollari per "l'intifada al Quds".
Le pesanti rappresaglie aumentano il vittimismo della gente e la disponibilità a comportarsi come chiedono le organizzazioni che sfruttano questo tipo di sentimenti. In un sondaggio condotto su 1.179 palestinesi della Cisgiordania e di Gaza nella primavera del 2002, il 66 per cento degli intervistati ha dichiarato che a ogni intervento dell'esercito si sentiva più propenso a sostenere gli attacchi suicidi. Questa radicalizzazione delle opinioni fa aumentare sia la richiesta sia l'offerta di martiri.
Forse per fermare gli attentati dovremmo cercare di capire quali configurazioni di rapporti psicologici e culturali attraggono e tengono unite le migliaia, o forse i milioni, di persone per lo più comuni che formano la rete di martiri di al Qaeda. È necessario studiare come si formano queste organizzazioni terroristiche e quali sono le similitudini e le differenze tra le varie strutture organizzative. Le loro pratiche di reclutamento e le persone reclutate. Esistono differenze significative tra i gruppi religiosi e quelli secolari, o tra il terrorismo ideologico e quello scaturito dal risentimento?
Dovremmo anche cercare di capire quali sono i rapporti causali tra le scelte politiche e le azioni della nostra società e quelle delle organizzazioni terroristiche e dei loro sostenitori. Potremmo scoprire che il programma economico, politico e culturale della nostra società svolge una funzione catalizzatrice, spingendo alcuni a distaccarsi dalla nostra visione del mondo (taliban) o a fungere da contrappeso (al Qaeda). Trovare i fondi per questo tipo di ricerche non sarà probabilmente facile. Anche perché, dato l'uso tendenzioso del "terrore" per ridurre il dissenso interno, i nostri governi e i media potrebbero preferire di non vedere questo rapporto causa-effetto come legittimi campi di indagine per capire che cos'è il terrorismo e perché esiste.
Questa ricerca potrebbe richiedere più pazienza di quella che qualsiasi amministrazione sia in grado di tollerare in tempi di crisi. A lungo andare, tuttavia, può darsi che la nostra società non si possa più permettere di ignorare né le conseguenze delle proprie azioni né le cause delle azioni altrui. I potenziali costi di una tale ignoranza sono incalcolabili. La spesa, alla fin fine ridotta, che richiederebbe indagare su queste conseguenze e su queste cause potrebbe portare inestimabili vantaggi.
[Scott Atran, Genesis of suicide terrorism, Science, 7 March 2003, Volume 299, Number 5612]