AUSCHWITZ E HIROSHIMA

Adriano Sofri - UNA CITTÀ n. 78 / Giugno 1999

 

I processi di Norimberga e di Tokyo avvengono sotto il segno del ripudio della guerra. L’altro grido, mai più Auschwitz, si perde. Lo stereotipo, creato dal romanzo Guerra e pace, di una Russia che si difende solamente, e quello di un America capace, invece, solo di bombardare dall’alto in casa d’altri. Intervista a Adriano Sofri.

 

Secondo te, continuiamo a vivere sotto il segno della seconda guerra mondiale, perché?

La seconda metà del secolo ha continuato a restare sotto l’ipoteca delle lezioni tratte dalla seconda guerra mondiale.

Nel ’45 il problema che si pone è che non devono più succedere guerre. C’è una volontà di rendere tabù la guerra. Rafforzata non solo dall’atrocità smisurata di quel conflitto, ma dal fatto che si attribuisce lo scatenamento della guerra da parte di Hitler al fallimento del tentativo, messo in atto dopo la carneficina della prima guerra mondiale, di istituire una legislazione internazionale, con la Società delle nazioni e altre istituzioni, capace di prevenire la guerra.

Dunque, nel 1945 si mette in piedi un tribunale internazionale, anzi più tribunali e un inizio di legislazione internazionale che si propone come compito fondamentale l’attuazione in pratica dell’auspicio "mai più guerra".

Questo intento assolutamente comprensibile e condivisibile contiene al suo interno una piccola contraddizione, che alla lunga si ingrandirà fino a inghiottire il problema: finita la guerra la parola d’ordine "mai più Auschwitz" risulta del tutto marginale.

Esemplare, a questo proposito, è il processo di Norimberga.

L’impianto giuridico del processo poggia su due pilastri, dei quali, però, solo uno è quello portante, mentre l’altro è del tutto secondario. Innanzitutto, si tratta di processare persone ritenute personalmente responsabili della preparazione e dello scatenamento della guerra aggressiva. Una parte dell’accusa sosterrà con forza l’imputazione della cospirazione per provocare la guerra (altri metteranno in dubbio la validità giuridica di questa tesi del complotto).

L’altra motivazione, rimasta secondaria, era la persecuzione dei delitti contro l’umanità. Questa, se per un verso sembrava semplicemente riprendere la vecchia legislazione internazionale riguardante le atrocità di guerra, i cosiddetti "crimini di guerra", per un altro rifletteva la sensazione di trovarsi di fronte a cose nuove: intanto la portata gigantesca, su una scala tale che ne tramutava la qualità, dei massacri compiuti durante la seconda guerra mondiale; e poi, ovviamente, i campi di concentramento e di sterminio.

Tuttavia, l’idea che ci dovesse essere una nuova capacità del diritto internazionale di misurarsi con tali crimini che potesse spingersi oltre la tradizionale sovranità degli stati (idea per altro in discussione da molto tempo perché già la Società delle nazioni implicava dei limiti alla sovranità nazionale), resterà marginale nell’impianto, nella conduzione e nella conclusione dei processi.

 Alla fine, a Norimberga, Auschwitz entra, ma all’interno di un’incolpazione sulla guerra, sui crimini di guerra. Non entra con una sua specificità.

D’altra parte, è così ovunque: prima che Auschwitz riesca a imporsi come questione centrale passerà molto tempo. Finita la guerra, è della guerra che si parla e gli scampati e i sopravvissuti dei campi vengono spostati da un angolo all’altro dell’Europa senza che si sappia cosa farne. Displaced persons. Quando Primo Levi torna, si accorge che non riesce a raccontare Auschwitz perché la gente ne ha abbastanza dei propri ricordi, e poi vuole voltare pagina.

In realtà, solo a cinquant’anni di distanza Auschwitz comincia ad assumere la parte che le spetta nella storia di questo secolo: quando qualcuno protesta che è passato troppo tempo ed è ora di metterci una pietra sopra.

 

Il processo che si svolge in Giappone contro i generali di Hirohito è ancora più significativo per certi versi...

A Tokyo si svolge un processo equivalente a quello di Norimberga. Il Giappone dal ’31, anno dell’invasione della Manciuria, al ’45, è stato protagonista di un’espansione imperiale sull’intera Asia, nella quale si è reso colpevole di ogni sorta di crimini: torture ai prigionieri, stupri, tratta di donne, atrocità razziste, persino schiaviste. Ma anche il Giappone viene processato innanzitutto come un paese che ha mirato alla guerra di aggressione, e anche qui appare l’aggravante della cospirazione. Le atrocità vengono processate, ma in subordine, e all’interno del capitolo tradizionale delle atrocità di guerra. Il processo di Tokyo, però, rispetto a quello di Norimberga, presenta anche delle differenze. La prima è che il Giappone non ha avuto un’ideologia antisemita o razzista che lo portasse a programmare e attuare il genocidio di un popolo. La seconda differenza è che il Giappone viene occupato non da più potenze, ma da una sola, cioè gli Stati Uniti, e da una specie di dittatore con pieni poteri, Mac Arthur. La terza, quella più importante, è che, quando si è trattato di decidere, gli Stati Uniti hanno buttato la bomba atomica sul Giappone e non sulla Germania. Non è solo questione dei tempi di disponibilità della bomba. Quelli erano gialli e là si poteva buttare.

Ora, la bomba atomica è un vero passaggio d’epoca, e non già per la quantità di vittime -nel bombardamento di alcune città tedesche i morti furono molti di più- ma per la potenza che lascia esterrefatti tutti: bombardati, bombardatori, spettatori. Il Giappone si converte a un pacifismo assoluto, che diventerà anche il centro del proprio rapporto col passato. Essendo la vittima, il testimone, il martire di questa potenza troppo superiore a ciò che il genere umano può sopportare, il Giappone diventerà l’alfiere della parola d’ordine "mai più Hiroshima", "mai più la bomba atomica", che oscurerà del tutto le altre, tipo "mai più massacro di Nanchino".

 

Il massacro razzista dopo la guerra viene in qualche modo messo da parte?

C’è una specie di separazione, che però, attenzione, era già avvenuta nella pratica della guerra stessa. Era sicuramente insita nella logica nazista della guerra. Quando Hitler, dopo averla preparata molto bene e molto a lungo, scatena la guerra mondiale, si serve di questa come dell’occasione per sterminare gli ebrei. E ce la mette tutta, sacrifica molte energie per riuscire ad uccidere il maggior numero di ebrei. Pur di realizzare la missione che si era dato da tempo, mette nel conto di danneggiare la guerra, non mandando, per esempio, rifornimenti al fronte per usare i treni per le deportazioni. Al tempo stesso, la finalità di sterminare gli ebrei è sottratta all’andamento della guerra, è autonoma. Usa la guerra come pretesto, e quando i nazisti alla fine lasciano il loro testamento al resto del genere umano, a cui, eccezion fatta per ebrei, zingari e slavi, si sentono legati, del quale si sentono una specie di avanguardia, dicono: "Guardate, noi abbiamo fatto più che potevamo, un giorno ci sarete grati, non per la guerra, ma per il lavoro dello sterminio, che eroicamente e altruisticamente ci siamo addossati".

Già durante la guerra, per altro, gli stessi Alleati, cioè le potenze libere, accettarono la divaricazione. Tant’è vero che non bombardarono Auschwitz. Continuarono a fare la guerra più o meno in buona fede -io penso con una dose di malafede- con la convinzione che il loro compito esclusivo fosse vincere la guerra e sconfiggere i nazisti.

 

Torniamo al dopoguerra...

La conseguenza universale della fine della guerra è che in Giappone, in Germania, negli Stati Uniti, in Russia, ovunque si diffonde la parola d’ordine "mai più guerra". Ma in un dopoguerra in cui il conflitto diventa ben presto quello fra comunismo e Occidente, fra Unione Sovietica e Stati Uniti, è l’Unione Sovietica, malgrado corra a farsi il suo armamento nucleare, a presentarsi come la titolare della pace. Il movimento per la pace nel mondo viene ben presto egemonizzato dai comunisti dell’Unione sovietica. La qual cosa a tantissime persone in Occidente risulta essere la traduzione più comprensibile, ragionevole, di quello che si vuole: mai più guerra.

Perché succede questo? A spiegarlo non può bastare il fatto che molto presto gli Stati Uniti cominciano a diventare, con la guerra di Corea, la potenza che usa i propri mezzi militari per una politica interventista, in "difesa" della libertà, dei valori occidentali, e così via.

Questa divisione non sarebbe così forte, non si sarebbe impossessata del cuore della gente così com’è riuscita a fare, se non si fondasse su un altro fatto che è insieme reale e propagandistico, e che, secondo me, ha improntato la storia della guerra e del dopoguerra; un fatto non abbastanza apprezzato. Lo considero come una specie di dimostrazione della potenza che hanno i romanzi, per esempio Guerra e pace di Tolstoj. Il modo in cui l’intelligenza mondiale ha guardato alla Russia nella seconda guerra mondiale, è stato filtrato attraverso l’esperienza della lettura di Guerra e pace, con la consacrazione del rapporto fra Napoleone e la grande Russia, del "generale inverno", che si vedeva ripetersi nel rapporto tra Hitler e la madre Russia. Lo stesso Stalin, d’altra parte, interpreta genialmente Guerra e Pace quando accantona il comunismo e invoca le sorelle e i fratelli: "Russia, risvegliati e misurati con i nazisti!". La cecità di tanta intelligenza occidentale nei confronti dello stalinismo, del gulag, ha un fondamento reale in questa simpatia, non già per il comunismo, ma per l’idea del popolo russo. E se poi i soldati russi sulla via di Berlino, hanno stuprato tutte le donne tedesche che hanno incontrato, non importa. E’ questa simpatia che ha salvato il comunismo, e non viceversa. E’ questa ideologia radicatissima che è stata la base dell’adesione al comunismo, non viceversa. E’ un’esperienza vissuta e filtrata attraverso la lettura di Guerra e pace che porta le persone come Primo Levi, che hanno idee chiarissime, a distinguere fra Unione Sovietica e nazismo. Quando finalmente è uscito dal campo, Primo Levi vede arrivare Timocenko, uno dei marescialli dell’Armata rossa e si commuove, gli pare di vedere il Kutuzov di Guerra e pace. E quando deve parlare e riconoscere i gulag, lo fa, però continua a dire che il comunismo "è stato questo per noi".

Allora, una volta che la si guardi da lontano, la seconda guerra mondiale si presenta come una vittoria della grande alleanza internazionale di due poli. Uno è la Russia -non l’Unione Sovietica bensì la Russia di cui Stalin ha saputo fare un buon uso patriottico; la Madre Russia, i fratelli invece che i compagni; la Russia di sempre, del contadino Ivan, di sua madre, sua nonna, sua figlia; la Russia del contadino abbarbicato alla sua terra che resiste ai nazisti, del fante che combatte e che arriva a piedi alla Cancelleria di Berlino.

L’altro polo è l’America, nel cui territorio non si è mai combattuto, tranne che nella guerra di secessione che si sono fatti fra loro, e che nello stereotipo combatte essenzialmente bombardando dall’alto, fino a comporre quella specie di apoteosi dell’onnipotenza che sono Hiroshima e Nagasaki.

Dunque, il militante del movimento della pace di fronte al fatto che l’Unione Sovietica è una tirannide, o, peggio, che il gulag è lo specchio del lager, obietta con il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, e l’argomento ha una grande forza perché la bomba atomica è una minaccia senza precedenti.

Questa specie di intreccio, simboleggiato da due immagini che si ipostatizzano, diventa fortissimo. Gli americani, prima della seconda guerra mondiale, non erano affatto considerati in questo modo.

 

Però, piano piano anche Auschwitz ritorna...

Sì, "mai più guerra" prevale e "mai più Auschwitz" resta invece un’appendice, senza aver nemmeno un sostegno di mentalità, di abitudine, di teoria, di diritto. La stessa parola "genocidio" si afferma solo dopo gli anni Quaranta. Ciò nonostante, lentamente, dentro i vecchi vestiti stretti, i camuffamenti, cominciano a svolgersi quei sentimenti che abbiamo via via conosciuto: la solidarietà coi popoli nelle loro lotte, l’anticolonialismo, l’antimperialismo, e poi il tema delle libertà, dei diritti, di un internazionalismo non partigiano e classista, ma garantito dal diritto internazionale, dalla comunità internazionale. Il rapporto fra i due poli progressivamente si riequilibra. Il pensiero "mai più guerra" per un verso si attenua, perché si attenua anche la preoccupazione dell’olocausto nucleare (diventano più importanti altre preoccupazioni, ivi compresa quella della catastrofe ecologica, che a un certo punto finisce per soppiantare quasi del tutto quella nucleare, militare). Per un altro verso, si discredita e si indebolisce, perché non c’è giorno senza guerre, certo parziali, ma sanguinarie, terribili. D’altra parte, il pensiero "mai più Auschwitz" si rafforza sia per la conoscenza e riflessione su Auschwitz che si diffonde, come per la crescita di una domanda di diritto e di capacità di intervento internazionale che superi la sovranità statuale in nome di una protezione contro le sopraffazioni.

Tutto ciò si porta dentro una quantità di contraddizioni.

Intanto, il fatto che nel frattempo altri genocidi avvengono e restano impuniti. E i grandi genocidi del nostro tempo avvengono platealmente, in tutti i modi possibili, da quello oscuro e ignorato -Cambogia- a quello seguito in diretta -Ruanda-, per cui alla fine non si può dire: non sapevamo. E non siamo intervenuti nonostante il diritto internazionale non solo autorizzasse, ma forzasse a intervenire.

In questo sviluppo semisecolare di conflitti in cui tutto si intreccia equivocamente e confusamente secondo interpretazioni nuove e comportamenti legati a mentalità del passato, l’America continua a presentarsi come il gendarme del mondo, espressione che a me interessa molto perché tiene tutte e due le cose insieme.

Da una parte significa il dominio imperiale, dall’altra richiama l’idea di una polizia mondiale, delegata a intervenire quando i problemi degenerano. Ma nell’una e nell’altra versione continua a presentarsi sempre come la potenza che bombarda con gli aerei. Un’immagine ampiamente falsa, perché gli americani sono morti come le mosche, nell’Italia occupata come nel Vietnam.

 

Qual è il problema per la sinistra?

Secondo me, il problema di oggi sta, appunto, nell’eredità di questi due propositi, di cui uno schiacciava l’altro nell’immediato dopoguerra. Da una parte, la parola d’ordine "mai più guerra", nelle sue varie traduzioni: "meglio rossi che morti", "meglio tutti i kosovari morti che noi feriti", che non va semplicemente vilipesa, perché la guerra è terribile, il rischio della guerra mondiale poi è irreparabilmente terribile; d’altra parte, "mai più Auschwitz", cioè "mai più pulizia etnica", "mai più genocidi", "mai più calpestare i diritti umani".

 Il pacifismo è l’erede di quella conclusione della guerra mondiale che aveva rimosso Auschwitz. Viceversa, i fautori di un legittimo impiego di una forza internazionale dove siano calpestati i diritti umani, dove è addirittura minacciata l’esistenza di un popolo, come di una minoranza, sono gli eredi dell’altra parola d’ordine.

 

Tu propendi per la seconda tendenza...

Attenzione, però, perché una volta che diventa chiara la necessità di intervenire, diventa decisivo il modo in cui ciò si realizza. Quando non devi più perdere tempo a discutere di questa ovvietà, il problema si apre e non si chiude. Ed è paradossale che l’Occidente, quella parte del mondo, cioè, che a volte giustamente (altre retoricamente e demagogicamente) al "mercato dell’umanità", fonda la propria offerta sulle sue libertà, sul suo stile di vita, sulla sua musica, sul suo cinema, sulla sua cultura, sulle sue scuole, sui suoi caffè con i tavolini fuori, non sappia far altro, arrivati a un certo punto, che passare la parola ai generali, i quali obbediscono al riflesso condizionato di bombardare con gli aerei perché altrimenti si rischiano le proprie vite umane. Il che, fra l’altro, diventa la conferma di quell’antico e odioso messaggio: gli Stati Uniti sono la potenza che arriva dall’alto con i suoi aerei, ti bombarda, e sotto c’è il fante Ivan di Stalingrado, i ragazzini rockettari di Belgrado, che quando vedono Milosevic vomitano, ma intanto si sono messi il bersaglio sul petto, e cantano canzoni rock alle quattro e inni marziali alle quattro e mezzo.

Stanno arrivando al pettine tutti i nodi di quest’ultimo mezzo secolo, che si fanno chiari e al tempo stesso si aggrovigliano, si mostrano pericolosamente irrisolti.

 

Si può dire che, alla fine del secolo, Auschwitz assumerà quella centralità che, paradossalmente, all’indomani degli avvenimenti, non le fu riconosciuta?

E’ veramente bello che la centralità di Auschwitz si stia imponendo proprio in questa terra di nessuno, se così si può dire, che sono gli ultimi anni di vita dei protagonisti, dei superstiti. Sta succedendo proprio il contrario di quello che predica Sergio Romano -"E’ passato abbastanza tempo, basta": che è poi quello che dicevano più grossolanamente tanti altri.

Io non ho visto il film La vita è bella, però penso che anche quello sia, con tutti i rischi del caso, un sintomo di tutto ciò. Siamo in una specie di crepuscolo, che non è ancora il buio e non è più la luce. E’ come se ci fossero voluti cinquant’anni per poter guardare veramente in faccia Auschwitz. Uno che comincia a guardare le cose partendo da Auschwitz non può più contentarsi di dire: "Sono contro la violenza, sono contro la guerra". Bisogna farsi una domanda inutile: fino a che punto sarei stato disposto a spingermi per impedire che partissero aerei per bombardare Auschwitz, se mai avessero deciso di farlo?