L’occidente che non merita la maiuscola

Adriano Sofri, Il Foglio 13 novembre 2004

 

Il Foglio pubblica la postfazione di Adriano Sofri a “Occidentalismo. L’Occidente agli occhi dei suoi nemici” di Ian Buruma e Avishai Margalit, Einaudi, 166 pagine, euro 11,50.

 

Fra le riflessioni suscitate dall’11 settembre si distinse il saggio pubblicato da Ian Buruma e Avishai Margalit sulla “New York Review of Books” del 17 gennaio 2002. Il titolo era già questo: Occidentalism. . Il trauma dell’11 settembre aveva indotto gli americani a chiedersi sbigottiti: “Perché ci odiano tanto?”. Una comunità abituata a guardarsi nel proprio specchio provava a vedersi con gli occhi degli altri, alla ricerca di una spiegazione del colpo impensabile appena ricevuto. Buruma e Margalit, che riguardano l’Occidente e non solo gli Stati Uniti nello specchio dei suoi nemici, hanno mutuato la categoria che aveva ispirato il libro più famoso dell’intellettuale palestinese cristiano Edward Said, Orientalism (1977, trad. it Bollati Boringhieri 1991, ora presso Feltrinelli; Said è morto nel 2003). Molto più svelto di quello studio classico, anche nel suo svolgimento in volume, il testo di Buruma e Margalit usa dunque il nome “occidentalismo” nella sua accezione capovolta, la visione stereotipa e paranoica dell’Occidente che ossessiona i suoi nemici. “Abbiamo chiamato Occidentalismo il quadro disumanizzante dell’Occidente dipinto dai suoi nemici”. Ma il loro punto è un altro, l’incrocio di culture. “Quella che abbiamo raccontato in questo libro non è la storia manichea di una civiltà in guerra con un’altra. Al contrario, è la storia di una contaminazione incrociata di cattive idee”.Un bilancio così ripartito allontana la tentazione dello scontro di civiltà. E fa bene, naturalmente. Tuttavia l’andare del tempo, e i disastri che si porta dentro – scrivo quando è avvenuta la strage di bambini a Beslan, e Shamil “Abdallah” Basaev se ne è gloriato – consumano la nitidezza e la virulenza delle parole sulle quali ci misuriamo. Mostrano già la corda formule retoriche estreme, compresa la “quarta guerra mondiale”: troppa grazia. Lo scontro di civiltà sta a sua volta fra la constatazione e l’auspicio. Il secondo è odioso, la prima non è così infondata. Fra le parole che occorre ripassare all’esame dei fatti c’è anche quella: Occidente. Una modesta revisione è senz’altro la riduzione della sua maiuscola a una più affabile minuscola, ed è così che lo scriverò d’ora in poi: occidente.Succede che questo nome non sia mai apparso così prezioso, e insieme così incerto e offuscato. Non è strano, perché ci si inter-roga di nuovo sul senso di parole usate quando le si sente sul punto di perdersi. L’occidente era accantonato dal nostro atlante civile. Era già stato messo in un angolo dal terzomondismo, e poi dalla più netta opposizione fra Nord e Sud del mondo. La globalizzazione è sembrata superarlo del tutto, o ridurlo a un sinonimo minore, l’occidentalizzazione. E’ proprio allora che è tornato alla ribalta, nella sua versione polemica. L’occidente è stato rimesso in auge dai suoi nemici: quelli che Buruma e Margalit chiamano “occidentalisti”. L’occidente dei suoi nemici ha ulteriormente perduto la sua accezione di punto cardinale – conservandone tuttavia l’evocazione più suggestiva, di terra del tramonto, del declino e della decadenza – per diventare senz’altro un modo di vita. L’impero di un modo di vita. Il pensiero sull’occidente oggi non si interroga tanto sull’impero, ma sulla fine degli imperi. Sul tramonto dell’occidente, appunto. (Era quasi curioso il titolo di Oswald Spengler, Der Untergang des Abenlandes, 1918-1924. Il tramonto dell’occidente: il tramonto di un tramonto). La vecchia domanda: da che parte stare, se non si deve scrivere una bella poesia, fra impero e barbari?Uno degli effetti della sfida aggressiva all’occidente è di renderlo più gelosamente consapevole di sé, delle proprie prerogative e della propria scadenza – dunque, in contraddizione con se stesso, meno “universalista”. Non è la prima volta: “Noialtre, civiltà, ora sappiamo che siamo mortali” (Paul Valéry, 1919). Si pensava al tramonto dell’occidente nel senso della deriva economica e strategica verso il Pacifico, il Giappone e la Cina, e la retrocessione dell’Europa e dell’Atlantico. Il dinamismo economico asiatico non si è affatto fermato, ma la scena è tenuta dalla rinascita islamica: economia battuta dall’ideologia e dalla religione, chissà quanto provvisoriamente. . Intanto, occidente non è più l’opposto, o il complemento di oriente. Lo è stato molto a lungo, uno dei binomi fondanti della nostra cultura. Fino a poco fa: stereotipi come la razionalità occidentale contro la spiritualità orientale, l’impazienza occidentale contro la lentezza orientale, il mutamento e la permanenza.L’odio più accanito degli “occidentalisti” si concentra sul proprio occidente intestino l’impuro modo di vita che si insinua dentro il loro mondo. La guerra santa islamista contro l’occidente è in primo luogo una guerra di riconquista interna: l’Iran sciita riscattato alla Persia imperiale di Reza Pahlavi, l’Afghanistan talebano tolto alla monarchia e al laicismo sovietizzante, l’Arabia Saudita dissacrata dal passaggio delle donne soldato americane… . Ma le cose si tengono, e la metropoli dell’occidente, la roccaforte degli ebrei e dei crociati cristiani e delle loro donne, diventa il bersaglio diretto: materialmente colpito e simbolicamente affondato l’11 settembre. L’occidente metropolitano dei suoi odiatori ha preso il posto di quell’altra grandiosa descrizione del mondo: la città assediata dalla campagna. . E’ grottesco abbastanza, se si confronti la resistenza dei simboli alla trasformazione della realtà: l’Asia delle torri di Singapore e di Kuala Lumpur già eclissate dai cantieri di Shanghai. Ma la città conserva la sua connotazione occidentale ed ebraica e femminile, tentacolare e peccaminosa. Una parola nuova qui si dovette evocare, Urbicidio, e la coniò Bogdan Bogdanovic, un architetto e già sindaco di Bel-grado, per la ex Jugoslavia europea, a Vukovar e a Sarajevo. Lì già si annunciava l’11 settembre, l’antica città a far da simbolo di mescolanza e di convivenza, e i suoi nemici giurati appostati sulla cintura delle montagne a bombardarla e fucilarla per anni. Chissà se una parola come urbicidio era già stata coniata nella Cambogia di Pol Pot, magari in un’accezione entusiasta. Quanto al fatto, avvenne, ed eclissò i precedenti. Lo so, Pol Pot aveva studiato tecnologia a Parigi, e aveva abitato in qualche istituto religioso. L’urbicidio ha compiuto a Manhattan la sua apoteosi: non è un caso che un bersaglio strategicamente inaudito e spettacoloso come il Pentagono sia passato pressoché inosservato.Di fronte a un attacco così temerario e inaspettato – non che mancassero gli avvertimenti, ma c’è un limite psicologico a quello che siamo disposti ad aspettarci, noi singoli e le nostre comunità – ci siamo ritrovati addosso questo nome di occidente che avevamo messo in qualche baule invernale. avevamo E’ sempre una esperienza forte sentirsi rinfacciare ostilmente, o come un insulto, un’identità pressoché smessa. (Lo sanno in un modo speciale le persone che si accorgono di essere ebree perché qualcuno, chissà perché, li ha insultati con quel nome). La prima reazione è risentita e solenne: l’Occidente si riprende la sua maiuscola, e rivendica stentoreamente la propria superiorità civile e morale – e coloniale e militare, s’intende. E’ successo, infatti. C’è un’altra reazione, che fa propria l’immagine dell’Occidente che lo specchio dei suoi nemici esterni rinvia, e ne diventa alleata comprensiva o complice entusiasta. Qualcuno riprende Toynbee – il crollo di una civiltà come risultato dell’unione di proletariato interno ed esterno – e lo aggiorna alla “quinta colonna” proletaria-internazionalista, poi terzomondista, oggi antiglobalista. Buruma e Margalit sono prudenti: “Non possiamo mettere insieme alla rinfusa i nemici gauchisti dell’‘imperialismo Usa’ con gli estremisti islamisti”.Poi c’è un’altra reazione. (Dico per dire: ce ne sono tante, e le demarcazioni nette forzano la gamma reale e i suoi trapassi e le sue contraddizioni). Voler rinnovare la propria carta d’identità, che si era lasciata scadere distrattamente, nel mondo ricco in cui era diventato raro sentirsela chiedere, e nel mondo più vasto in cui le frontiere erano facili a passare, per chi venisse dalla parte ricca. Dover scrivere qualcosa, alla voce: “Nazionalità”. Se si annuncia una guerra, una guerra che abbia per posta l’essenziale, ci si rassegna a stare da una parte. Scrivere il nome – neutro o patriottico che suoni – di un singolo Stato ha poco senso, se la guerra è mondiale. Scrivere il nome universale – “Nazionalità: umana” – è una bella idea, ma fa temere una cattiva diserzione. . E’ allora che si pensa al delirio che ha invaso una genia nuova di guerrieri, che hanno giurato morte e sottomissione all’occidente, e si ve: “Nazionalità: occidentale”.Quel piccolo accorgimento, la minuscola iniziale, sta lì a commemorare un’enormità: il famoso fardello dell’Occidente. Quello storico, fino alle guerre di religione dell’altro ieri, fino al colonialismo, fino alle due guerre chiamate mondiali di ieri, fino ad Auschwitz, fino alla Kolyma, fino a Hiroshima. E quello presente e vivo, la differenza scandalosa fra la nostra ricchezza e la loro povertà, fra la lunghezza della nostra vita e la brevità della loro, fra il pregio della nostra e la viltà della loro. L’occidente cui ci iscriviamo non se ne dimentica: al contrario. Non può dimenticare nemmeno i disastri che covano nell’intenzione di rifare il mondo daccapo. Da questo punto di vista, la questione è pratica: se e in che misura l’occidente riesca a non dissomigliare troppo dall’idea che ha di se stesso. Se e in che misura riesca a far corrispondere i fatti alle sue dichiarazioni universali. Qualcuno teme che la libertà occidentale non possa esistere senza la povertà e la schiavitù di un’altra parte del mondo. E’ un sospetto da prendere sul serio. Dopotutto, si è concesso un tempo insopportabile all’idea che il comunismo dovesse solo correggere gli errori dei propri esperimenti reali. Qualcun altro confida che la libertà occidentale possa essere la libertà di tutti. La prova è anch’essa una questione di fatto. Era una questione di giustizia. Ora è diventata una questione di vita e di morte.Ho detto del rilievo centrale che in Buruma e Margalit prende l’intreccio fra le culture e i modi di vita, mostrando l’inganno di rappresentazioni schematiche di mondi chiusi, piuttosto che scambievoli e mutuamente contaminati. Importa agli autori documentare non solo le analogie nella sostanza di idee e gesti, ma la loro trasmissione diretta fra personalità e movimenti dei mondi supposti reciprocamente sigillati e opposti. La documentazione è efficace e istruttiva, soprattutto quando ricostruisce biografie di pensatori e leader politico-religiosi islamisti che ebbero una frequentazione con i libri e con le città e le scuole dell’Europa o dell’America, e ne subirono fortemente l’influenza. A Buruma e Margalit, come ad altri studiosi che hanno insistito sulla mescolanza, interessa, più della repulsione che personalità islamiste abbiano ricavato dall’esperienza diretta di luoghi e modi di vita e di pensiero occidentali, l’influenza esercitata su loro dai critici e dai nemici occidentali dell’occidente. L’“occidentalismo” esotico appare così una filiazione dall’avversione e l’odio per l’occidente teorizzati e praticati da pensatori e militanti indigeni. . In alcuni esempi, in passato troppo misconosciuti fuori dalla cerchia degli specialisti, la ricostruzione è rivelatrice e suggestiva: così per Sayyid Qutab (al quale dedica uno spazio ingente anche Paul Berman, “Terrore e liberalismo”, Einaudi). In altri casi, per esempio nella formazione del Baath siriano e iracheno, o dello stesso Saddam Hussein, il retaggio diretto del nazismo e dello stalinismo è più conosciuto e madornale.Mi chiedo tuttavia se non cediamo alla tentazione, dopotutto rassicurante, di spiegarci l’ignoto e l’inaudito attraverso il noto e il già avvenuto. E’ tutt’altro che rassicurante, direte, riconoscere la resurrezione del razzismo nazionalsocialista e della spietatezza d’apparato stalinista nel nuovo mondo asiatico o africano. E però la vecchia peste si maneggia meglio della nuova, e in qualche caso le abbiamo trovato dei vaccini. La paziente e accurata ricognizione degli incroci, il riconoscimento di qualcosa di noi nella paura o nell’odio che contraffà lo sguardo dei nostri nemici, vale a metterci in guardia dalla demonizzazione metafisica degli eventi, dall’irruzione del Male tramutato in una maiuscola metastorica, solo perché avviene in un tempo e in luoghi che spiazzano le nostre abitudini e le mete che credevamo di aver irrerversibilmente toccato. Credevamo di essere al riparo, di aver lasciato alle spalle ciò che d’improvviso ci si drizza di nuovo di fronte, come uno spettro. Ancora, scorgere la nostra lana disfatta dentro la stoffa nuova del fanatismo terroristico e della guerra di religione, serve a ricordare la misura di colpa, e la misura di errore, e comunque la responsabilità che ci viene dal colossale privilegio nel quale, chissà quanto provvisoriamente, la storia universale ci ha insediati. E, se non ne facciamo una ennesima più lacerante partita del torneo facusatori del fardello dell’Occidente e rivendicatori del privilegio al merito, serve a educarci alla virtù della pace preventiva, alla solidarietà e al risarcimento degli strappi mortali all’umanità e alla terra.Uno studioso saggio e disincantato come Bernard Lewis la tratta così, la questione del fardello: “Nella decisione di conquistare, soggiogare e saccheggiare altri popoli, gli europei non facevano altro che conformarsi alla pratica comune a tutta l’umanità. Non è tanto interessante capire perché ci provarono, ma perché ci riuscirono e perché, essendoci riusciti, si pentirono del loro successo come di un peccato. Il successo fu l’unico dell’era moderna: il pentimento lo fu addirittura di tutta la storia. Imperialismo e sessismo sono parole di conio occidentale, non perché l’Occidente abbia inventato quelle piaghe, ma perché le ha riconosciute, ha dato loro un nome e le ha condannate come mali. Se la cultura occidentale dovesse davvero finire, imperialismo, razzismo e sessismo non finirebbero con lei. A morire sarebbero più probabilmente la libertà di denunciarli e gli sforzi per mettere loro fine”. .Dicono per loro conto Buruma e Margalit: “Uno dei nostri intenti è di mostrare che l’Occidentalismo, come il capitalismo, il marxismo e molti altri ismi, nacque in Europa, prima di essere trasferito ad altre parti del mondo”. . Con un eccesso di zelo, si spingono fino a fare dell’occidentalismo qualcosa di simile ai marchi di moda dei nostri stilisti, così ben falsificati nelle cantine cinesi: “L’Occidentalismo può essere paragonato a quelle stoffe variopinte esportate dalla Francia a Tahiti, dove venivano adottate come abiti indigeni, solo per essere dipinte da Gauguin e altri come un esempio tipico dell’esotismo tropicale”.L’insistenza sulla parentela, se non sulla filiazione diretta, della guerra islamista mossa all’occidente, dalla scorsa guerra civile occidentale (e dai suoi resti ostinati) coinvolge sia persone e correnti che attaccano l’iniquità dell’occidente stesso, sia chi vuole ridestare la fierezza e la forza dell’occidente. . Anche Paul Berman avverte: “Un numero sorprendente di terroristi arabi e musulmani rivela un’identità secondaria – o addirittura principale – occidentale”. A Berman importa che la guerra al fondamentalismo sia riconosciuta come una rinnovata guerra antifascista. “Avevo sperato che i leader dell’America riconoscessero nelle dottrine terroriste una versione delle stesse visioni del mondo apocalittiche e paranoiche che in passato avevano animato il totalitarismo europeo […] anche se stavolta i totalitari si dichiaravano musulmani devoti o nazionalisti della causa araba, senza alcun legame con i movimenti europei di non molto tempo fa”. L’Europa, insiste Berman, è riuscita a esportare nei paesi musulmani le dottrine più perniciose del suo passato. Berman ricorre volentieri al paragone con la situazione europea del 1939. Persino il nodo suicidio-omicidio gli sembra la reincarnazione di un classico europeo: “L’omicidio come ribellione, il suicidio come onore, omicidio e suicidio come emblema congiunto della libertà umana: i temi di Victor Hugo erano questi”. . O di Baudelaire… .André Glucksmann, che è fra i più veementi fustigatori dell’impotenza dell’occidente, e si spinse a sostenere l’intervento in Iraq, ha contribuito decisamente alla larga fortuna del termine di nichilismo. Il nichilismo è la categoria che riconduce più nettamente alla crisi incubata nel grembo stesso dell’occidente e alle sue manifestazioni più proverbiali, come il terrorismo russo ottocentesco. I titoli di Glucksmann sono eloquenti: “Dostoevskij a Manhattan”, “Occidente contro Occidente”. “Il “fratello” islamico pronto a sacrificare gli altri e se stesso è il gemello dell’“uomo d’acciaio” bolscevico, una riedizione dell’“eroe” fascista che proclama ‘viva la morte!’”. Glucksmann mette in guardia dall’immaginare un’“originalità del fenomeno” islamista. Il nichilismo, dice, è un affare interno dell’Occidente. Tuttavia ho l’impressione che il nichilismo sia diventato una nozione troppo generica (la perdita di ogni senso, l’irrilevanza dei valori, l’indifferenza alla morte, la dedizione alla distruzione, la persuasione che tutto sia permesso) e oltretutto si adatti male a quel sovrappiù di senso, quella devozione entusiastica alla morte propria e altrui, quell’obbedienza prona a un Dio vivo e furente, quella immolazione ebbra e pignola. . Per nominare l’avvento degli uomini e delle donne “shahid” tenterei anzi la parola contraria di nichilismo – una parola che alludesse non al nulla e al vuoto, ma al troppo, al pieno. L’estremismo religioso del suicidio-eccidio, che non stanno uno al servizio dell’altro, ma sono ambedue fini a se stessi, sognati, amati e ricercati, non era nel novero delle cattive idee occidentali che hanno passato la frontiera. La dedizione nichilista alla distruzione finisce con un’alzata di spalle; il kamikaze islamista comincia con la sua videocassetta estatica. Uccido, dunque sono. Mi uccido, dunque sono. Il terrorismo suicida ha una sua originalità, e un luogo e una data di nascita: il Libano degli hezbollah filoiraniani, 1983.Buruma e Margalit lo dicono così: “L’idea che terroristi in proprio si guadagnino l’ingresso in paradiso come martiri assassinando civili inermi è un’invenzione moderna, tale che avrebbe fatto inorridire i musulmani del passato, sciiti o sunniti, e fa inorridire ancora molti musulmani oggi”. In generale, i due autori hanno cura di avvertire che “l’islamismo, come ideologia, è stato solo in parte influenzato da idee occidentali. La sua rappresentazione della civiltà occidentale come una forma di idolatria barbara è un contributo originale alla ricca storia dell’Occidentalismo”.Senza riconoscere l’intreccio di culture, pensieri e gesti, l’occidente si vieterebbe la riparazione politica e la pace preventiva. Senza riconoscere la novità dell’entusiasmo terroristico e la sua devozione totalitaria alla morte, l’occidente si metterebbe il vestito della festa per aspettare i barbari.Avvertono Buruma e Margalit: “Bisogna evitare la trappola intellettuale paralizzante della colpa coloniale”. . Bisogna soprattutto rendere tutti responsabili di sé: senza di che non c’è rispetto per la diversità né tolleranza leale. Una ragione più profonda c’è, molto più profonda del luogo comune del fardello dell’uomo bianco, per accostare occidente e oriente e moderazione liberale ed estremismo islamista e il resto: che l’intera storia comune della specie umana è chiamata a rispondere in solido del presente.L’amore per la vita, il vigliacco amore per la vita, è la quintessenza dello spirito ebraico secondo i devoti del “martirio”. Se dovessi indicare il più autentico ed efficace Manifesto occidentale dell’occidentalismo non avrei esitazioni: i Protocolli dei Savi Anziani di Sion. . Questo orrendo e fatale falso conosce una diffusione trionfale in larga parte del mondo islamico e terzo (e non solo: perfino in Giappone, e in Sudafrica) e informa vastamente pensieri e linguaggi jihadisti. Rimonta a quel testo la combinazione di ingredienti che ancora domina la paranoia antioccidentale. Per dirla con Buruma e Margalit, la Città, il Borghese, la Ragione e il Femminismo.Il nazionalista, il tradizionalista del sangue e del suolo, l’antisemita, ha paura della città e la odia. La città che cresce, e diventa la metropoli tentacolare, è ai suoi occhi una smisurata macchinazione di distruttori. Riguardate l’ossessione dei Protocolli per il sottosuolo della cospirazione, le gallerie e le metropolitane fatte per essere minate e far esplodere le città dalle loro viscere. Quel testo continua ad alimentare l’ossessione del complotto degli odiatori delle città: e sono loro a farsi attentatori terroristi nelle gallerie delle metropolitane, a Tokio o a Mosca o a Parigi. Esempio caratteristico del rapporto fra gli antimoderni e la modernità: se ne afferra la vulnerabilità tecnica per la propria opera di distruzione. Mescolanza che ispira lo scenario cruciale dell’impresa di Al Qaeda. Un petroliere cadetto che si muove lentamente e ieraticamente su uno sfondo di grotte afghane, contro l’immagine della Manhattan che sprofonda. Nessuna rappresentazione ha gratificato altrettanto l’immaginazione antimperialista nelle sue varie incarnazioni: la campagna che accerchia la città, la periferia del mondo contro la metropoli, il sud del mondo contro il nord. . Dopo di allora, la critica della città ha dovuto sempre più mordersi la lingua. Altrettante innocenze che vengono messe al bando. L’immigrato a Milano della Vita agra di Luciano Bianciardi (veniva solo da Grosseto, del resto) aveva voglia di far esplodere il Pirellone. Allora, 1962, era ancora un pensiero innocente.La città effemina. Mohammed Atta, ricordano Buruma e Margalit, si era laureato in architettura al Cairo e addottorato in pianificazione urbanistica al Politecnico di Amburgo – qualcosa come una Scienza delle Distruzioni. Alla vigilia dell’11 settembre lasciò le sue istruzioni: “Chi laverà il mio corpo indossi guanti, così da non toccare i miei genitali… . Non voglio che donne incinte o una persona non pulita venga a salutarmi, perché lo disapprovo”.Anche del Borghese il modello è l’ebreo visto come cosmopolita e sradicato, pantofolaio, bottegaio, bisognoso di pace e sicurezza per fare affari, ottuso agli ideali. La più suggestiva lode della globalizzazione resta quella famosa del Voltaire (incline lui stesso all’antiebraismo) che investiva i suoi denari a Londra. Si tratta appunto della voce: “Tolleranza”. “Alla Borsa di Amsterdam, di Londra, di Surat, o di Bassora, il guebro, il baniano, l’ebreo, il maomettano, il deista cinese, il bramino, il cristiano greco, il cristiano romano, il cristiano protestante, il cristiano quacchero, trafficano tutto il giorno assieme: e nessuno leverà mai il pugnale sull’altro per guadagnare un’anima alla sua religione.Quella che Buruma e Margalit ripercorrono è una storia di teorie che si diffondono fino a diventare idee correnti e a influire sulla cultura e la mentalità popolare. Sulla formazione di stereotipi culturali naturalmente non pesano solo le idee, ma anche i fatti: piuttosto, la loro reciproca azione. L’attenzione alle idee può sopravvalutarne l’incidenza, rischio banale, e può anche esagerarne la responsabilità, fino a incolpare pressoché ogni corrente culturale dei malanni dell’intolleranza e della prepotenza. Mi fa qualche impressione, per esempio, la combattività con la quale John Gray (“Al Qaeda e il significato della modernità”, Fazi 2004) se la prende con “i positivisti”. “I positivisti sono i profeti originari della modernità”: dichiarazione plausibile e insieme eccessiva. Così la motivata insistenza di Gray sul carattere moderno dell’antimodernismo del terrore islamista cede alla boutade per cui “quel peculiare ibrido di teocrazia e anarchia che è Al Qaeda è un effetto collaterale del pensiero radicale occidentale”. Troppa grazia, no?Trovo un altro rischio nella incolpazione troppo metodica delle idee e delle concezioni del mondo: preferirei un moderato eclettismo. Ci sono idee odiose ed esiziali per sé. Ce ne sono altre che ricevono un senso diverso dalle circostanze: dal divario fra intenzioni ed esiti, dal carattere delle persone che le incarnano, dal contesto in cui vengono pensate e perseguite. E’ un’avvertenza che vale anche per alcuni degli ingredienti principali della ricostruzione di Buruma e Margalit. Per esempio: l’odio per la metropoli, il suo disegno di piovra tentacolare, lo scandalo per la sua perdizione sessuale e mercantile, fanno parte della paranoia terroristica. Tuttavia, la denuncia del-la città disumana, alienante, schiacciante, ha una diffusione e una dignità enormemente più varia, ed è stata anzi una specie di costante contrappunto dell’urbanesimo occidentale.Buruma e Margalit studiano la circolarità dei pensieri e delle culture, specialmente dall’occidente all’oriente. Ma quella circolarità non è rigidamente destinata a una sola direzione, a un solo esito. Gli stessi motivi culturali, gli stessi spunti di esperienza possono prendere strade del tutto diverse. Citerei il caso più rivelatore, che è stato studiato proprio come un esempio di circolarità di cultura e di costume: la formazione di Gandhi (Gianni Sofri, in “Gandhi e Tolstoj”, Giunti, 1995). Come molti degli ideologi “occidentalisti” studiati da Buruma e Margalit, Gandhi si ispira largamente all’esperienza vissuta dell’occidente. Scopre l’“oriente”, per così dire, a Londra, attraverso un’aura “controculturale” che comprende vegetarianesimo e animalismo, vie-ne iniziato alla Bhagavad Gita nella traduzione inglese, viene spinto da autori inglesi alla rivalutazione dell’induismo, si appassiona alla critica radicale di Ruskin della civiltà industriale moderna, disumana e degradante, e all’odio dichiarato alla grande città nemica dello spirito, da fautori del ritorno alla vita naturale come Carpenter o Thoreau. . Correnti di pensiero e scelte di vita – salutisti e antivivisezionisti, suffragiste e fautori della liberazione della donna e dei diritti degli omosessuali, che traevano molto dalla voga dell’oriente, e specialmente della filosofia indiana. Gandhi riscopre dunque in buona parte il proprio mondo culturale attraverso la mediazione di pensatori occidentali. Il Mahatma non avrebbe più attenuato l’anatema contro la grande città moderna, Calcutta e Bombay e gli altri focolai di peste, così come la denuncia dell’“infatuazione delle macchine”, di ferrovie, telegrafi, macchine, costumi nuovi, portatori di schiavitù e di degradazione morale, agli europei come agli indiani. Gandhi stesso potrebbe allora essere descritto come un “occidentalista”, benché vedesse il conflitto delle civiltà non fra un Occidente e un Oriente, ma fra una forma di vita moderna, convulsa, materialista, trionfante in Europa – e in buona parte dell’India colonizzata e del Giappone modernista – e una forma di vita tradizionale, lenta, pacifica. Osservazioni non dissimili si possono fare a proposito dell’ultimo Tolstoj, che del resto Gandhi prese a maestro. (E in effetti Tolstoj è entrato nel catalogo di Buruma e Margalit). Ma si potrebbe annoverare nell’“occidentalismo” personalità come Gandhi solo rinunciando a rendere l’“occidentalismo” inevitabilmente responsabile dell’intolleranza fanatica, per non dire della sfida terroristica all’occidente. . Anche Buruma e Margalit ricordano come l’opera di Gandhi venisse osteggiata da Abu-l-Ala Maududi come un cavallo di Troia occidentale contro l’islam indiano.Che cosa caratterizza positivamente (cioè, non per distinzione e differenza) l’occidente? La democrazia – non può mancare in occidente, ma può esistere, e per fortuna esiste, in società che non hanno niente a che fare con l’occidente: l’India, per dire la principale. . Più esattamente, la mediocrità democratica, l’oggetto del disgusto dei capi totalitari: la mediocrità democratica oggi ricava un pregio ulteriore dalla de-moralizzazione politica, dal mondo da riparare piuttosto che da ricreare. Un tenore di vita medio incomparabilmente più alto di quello del resto del mondo. In particolare, una durata media della vita molto più lunga. Una dose di consumo delle risorse non rinnovabili e di inquinamento incomparabilmente superiore a quelli del resto del mondo. L’indipendenza dello Stato dalle religioni e dalle ideologie integrali. Una vasta e influente opinione pubblica, e un enorme sviluppo dei media. Una sensibilità dominante per l’immagine, a cominciare da quella umana. Una attenzione preminente alle libertà personali, e alle libertà delle donne. Un posto preminente del sesso nella gerarchia dei valori spettacolari. Una vasta diffusione dell’istruzione. Una forte libertà di ricerca scientifica e di innovazione tecnologica, benché accompagnata dalle “peggiori stravaganze pseudomistiche”. Una forte dipendenza del tempo libero più raffinato e informato, della sensibilità umanitaria, ecologista, estetica, dal lusso. Una cura per la vita debole.Che cosa caratterizza negativamente, da che cosa si differenzia, a che cosa si contrappone, l’occidente? Si differenzia dal resto del mondo. Che ha un tenore di vita assai più basso, una vita media assai più breve. Che spesso ha una forma di Stato confusa con una religione o un’ideologia dominante. Una rudimentale opinione pubblica, e una prevalenza delle folle umane (maschili) rispetto al pubblico dei media. Un rudimentale sviluppo dei media. Spesso una diffidenza o un’ostilità per le immagini, specialmente umane. Un, almeno apparente, attaccamento alla tradizione. Una bassa considerazione delle libertà personali. Una vasta diffusione dell’analfabetismo e un ridotto accesso all’istruzione. Una debolezza scientifica e tecnologica. Una forte dipendenza dai bisogni primari. Una considerazione dell’affinamento culturale e artistico, della premura umanitaria ed ecologista, come un lusso superfluo e inarrivabile. Una diffidenza per il “furore di proselitismo” occidentale. (Tuttavia all’oriente che denunciava il proselitismo cristiano è succeduto un vero furore di proselitismo islamista, contro l’esportazione più tipica dell’occidente, il modo di vita). Questa è la differenza, che si riassume nell’enorme privilegio – insieme vanto e colpa – dell’occidente. Il mondo povero, per usare la formula più sommaria, era anche il mondo di più vivace resistenza delle tradizioni, e nelle tradizioni duravano culture e forme di vita singolari e ricche. In particolare, conoscenze sapienti, linguaggi peculiari, abitudini di sobrietà e di convivialità, esperienze preziose del mondo naturale, adesioni ricche al tempo e ai suoi cicli. Quel mondo povero non c’è più (c’è sempre meno: questa espressione relativa è più esatta ma è un eufemismo). Esso è stato sradicato, come sono state sradicate le grandi foreste. Non si può aspettarsi una alternativa dal mondo povero e tradizionale.Penso che l’essenziale dell’occidente stia nella libertà delle donne. Questo è l’unico progresso che non sia finito in un vicolo cieco. Lo dico con qualche imbarazzo perché conosco molte donne che troverebbero ipocrita e pretestuosa questa affermazione. .E conosco parecchie femministe convinte che la libertà delle donne sia diventata la nuova bandiera strumentale del dominio maschile occidentale. Ma la loro preoccupazione è senza proporzione con la sottomissione universale delle donne. Paul Berman è arrivato a dire che “la guerra in Afghanistan fu la prima guerra femminista della storia”. Glucksmann ha citato una divertente corrispondenza del “Mundo” da Kabul, 16 novembre 2001, a proposito dei programmi televisivi criptati: “Gli afghani se ne fregano. Trascorrono ore incollati di fronte allo schermo e non si stancano mai di guardare le ragazze nei concorsi di bellezza italiani”.La libertà delle donne le riassume tutte. La semilibertà – i prigionieri lo sanno – non è una libertà incompleta. E’ piuttosto una forma di illibertà. E’ vero per le società schiavistiche, lo è per le società in cui la libertà è riservata agli uomini. La libertà delle donne non riguarda solo il loro destino – la metà mancante – ma l’intera condizione umana: a partire dal loro rapporto con i figli. La differenza essenziale fra le società islamiche e occidente è nella condizione della donna. Gli “occidentalisti” se ne accorgono, e lo mostrano col loro scandalo, oppure lo rivelano coi loro tic. Gli occidentali, donne comprese, se ne accorgono di meno. Credo-no ancora che la questione del velo sia una strana intrusione esotica nella nostra periferia. Pensano che sia affare delle loro donne, o tutt’al più che le loro donne debbano poter scegliere se indossare o no il velo. Non si figurano che qualcuno voglia metterlo in testa alle donne occidentali, il velo. Gli islamisti della jihad si vedono come maschi valorosi e devoti all’assalto della gran meretrice occidentale. Anche qui, il loro obiettivo primo è la riconquista delle loro donne. Riassicurarle alla loro padronanza, se si sono già prese delle libertà; ribadirne i ceppi, se non si sono ancora allontanate. Pensano che l’occidente fomenti e organizzi la loro evasione, attraverso lo spettacolo delle proprie donne libere e sfrontate. Le tappe successive dell’offensiva islamista, a partire dall’Iran khomeinista, poi nell’Afganistan talebano, in Algeria (e in Bangladesh e in Nigeria, e in altri paesi arabi e musulmani asiatici), hanno avuto esattamente questa posta: ridurre a nuova servitù donne che godevano di una libertà, o andavano conquistandola. Sarà questa la posta ultima della stessa guerra civile irachena, specialmente nell’ambizione sciita. L’irruzione della questione del velo nei territori di immigrazione è il complemento della guerra per la cattura delle donne nei paesi islamici.Se lo si ammetta, e ormai lo si ammette sempre più nitidamente, il rapporto fra offensiva islamista e critica occidentale all’occidente si mostra in una luce diversa. “La morale sessuale riguarda soprattutto le donne, il governo del comportamento femminile. . E’ così perché l’onore dell’uomo dipende dal comportamento delle donne a lui legate. La questione delle donne non è marginale: essa sta al cuore dell’Occidentalismo islamico”. Così Buruma e Margalit, che sono stati fra i più tempestivi e lucidi nell’additare lo scontro sulla libertà della donna, dunque sulla sessualità, al centro dell’odio per l’occidente. (Io avrei dedicato, in una trattazione dell’occidentalismo, un capitolo rilevante a Bill Clinton e al vestitino conservato in frigo da Monica Lewinski e all’epoca che il Philip Roth della Macchia umana fa chiamare del “pompinismo”: fu allora che una gran parte del mondo terzo si fece un’idea. . E poi se la confermò ad Abu Ghraib). La libertà delle donne è tutt’altro che costitutiva della storia occidentale. Per limitarsi al nesso fra democrazia e condizione femminile, il voto alle donne è recente quanto il primo Novecento in Norvegia, e ha dovuto aspettare il 1947 in Italia. Il delitto d’onore ha avuto posto nel nostro codice fino a ieri. La discriminazione di fatto nei confronti delle donne è ancora impressionante nei nostri parlamenti e in genere nei posti di comando. Tuttavia la segregazione femminile è qui impensabile. Le mutilazioni genitali sono aborrite come una violenza raccapricciante. . Le bambine studiano, le ragazze frequentano in maggioranza gli studi superiori, e con risultati più brillanti. Le donne dispongono del proprio nome, della propria capigliatura e del proprio abbiglia-mento. I ragazzi si incontrano per amore.La condizione della donna (e della sessualità, e dell’educazione dei bambini) è un tema che dà poco spazio all’incrocio di culture e ancora meno alla filiazione della ginofobia islamica dalla discriminazione occidentale delle donne. E’ un caso eminentemente autoctono. Non è “occidentalista”. Tantomeno è “orientale”. E’ islamico e, tristemente, islamista. (L’islamismo è forse l’islam che ha paura di essere espropriato del proprio dominio, di non essere più padrone in casa propria).Ci si può ancora attardare a descrivere occidente e oriente, saltata la frontiera geografica, secondo l’opposizione fra materialismo e spiritualismo. Balle. Donne prigioniere o fortemente sottomesse, e natalità irruenta, nella grandissima parte dei paesi islamici. Donne libere, e anche liberamente in vendita, e natalità avarissima, nell’occidente ricco. Una piega sessuale segna lo stesso terrorismo suicida-omicida. Ragazze cecene stuprate dai contrattisti russi (epoca di contratti, la nostra) vengono messe al bando da famiglie e villaggi, e indotte a farsi attentatrici suicide. Poco dopo che il terrorismo pio di Hamas aveva rinunciato a escludere le donne dagli attentati suicidi, una giovane fu mandata ad ammazzare e morire con la pancia grave di esplosivo e di un feto nato da un adulterio: giusta punizione, devoto riscatto. Tutto questo orrore ha trovato nelle fotografie di Abu Ghraib la convalidazione che voleva, oltre le proprie stesse immaginazioni frustrate o morbose. I pasdaran iraniani, che uso staranno facendo di quelle fotografie contro le ardite ragazze iraniane?C’è una complicazione tortuosa nella questione della modernità. Non tanto nella sua applicazione all’islamismo contemporaneo: i bravi medievisti per primi si indignano della denigrazione della loro specialità. Ma non si tratta solo della difesa di un medioevo meno oscuro che non si dica, e tanto meno del medioevo arabo-musulmano e luminoso. Si tratta dei terroristi che imparano a guidare i jet ricordandosi di indossare tre paia di mutande per andare secondo le regole in paradiso. L’islamismo è un oscurantismo passatista che si serve della tecnologia ultramoderna. La “spectre di Osama Bin Laden sceglie la simmetria fra le torri di Manhattan e la grotta afghana per ragioni di scenografia: ma la modernità di Bin Laden è fuori discussione. Il problema è, all’opposto, che razza di moderni siamo diventati noi. . L’intimità fra modernità e progressismo va perduta. E’ vero che noi abbiamo identificato modernità e progresso – peraltro, non sempre, non tutti noi, non l’autore di quel verso: “Le magnifiche sorti e progressive”. . Ma è vero anche che ne abbiamo misurato la consumazione. Abbiamo intravisto il vicolo cieco. La modernità come teleologia ha lasciato via via il posto, non a modernità svincolata dal progresso e resa laicamente ambigua o neutra, ma a una teleologia alla rovescia, una lunga infine precipitosa marcia al regresso. Il fine, la fine. Dopo essere stati fedeli superstiziosi della modernità, ci avviamo a sentircene traditi e minacciati, e a rinnegarla come il castigo che ci siamo fabbricati con le nostre stesse mani. Altri se la stanno conquistando rapacemente, la modernità, e non hanno alcuna intenzione di sottoporla ai freni della coscienza ecologica o della salvezza del pianeta. La Cina, naturalmente, l’India. La Cina tuttora comunista ha elaborato una teoria originale, calcata sulla pretesa che la democrazia non le si addica: che la modernità estrema le si addica, ma senza la libertà, che inquinerebbe lo spirito cinese. Lo spirito presunto della campagna preservato d’autorità nel paese del record metropolitano.Non ci sono più orienti dai quali ricavare una vicinanza alla natura e un rispetto per sobrietà e lentezza. L’Africa è il più urbanizzato dei continenti: di che urbanizzazione, è altro affare. L’occidente può togliere solo da sé, dalla propria modernità rovesciata su se stessa, il lusso e la necessità dell’autolimitazione e della riparazione. Non lo fa, non abbastanza. Però lo sa. Odierà la propria modernità. La odierà di un odio tutt’altro che combattivo – demoralizzato. E’ per questo che ha paura. “Voi amate la vita – rinfacciano i martiri assassini – per questo perderete, perché noi amiamo la morte”. Se fosse vero, se fosse solo così, vinceremmo, perché chi ama la vita alla lunga si batte meglio del fanatico della morte. Ma il rischio è che il nostro attaccamento alla vita si inaridisca nella paura. La modernità, da quando ha preso una tale velocità d’inerzia, è uscita per intero dalla capacità di controllo mentale e psicologico degli individui. E’ depositata fuori di loro, cresce su se stessa. Le persone, non importa quale dimestichezza abbiano con qualche frammento di scienza e di tecnologia, ne sono spinte fuori strada.Il mondo è moderno, le persone antiche. Ci sarebbe amaro riconoscere nell’intera storia delle rivoluzioni una radice essenziale di resistenza alla modernità, alla rapidità del cambiamento. Avevamo immaginato il contrario: i rapporti sociali di produzione che a un certo punto non si lasciano più contenere dal modo di produzione, e allora occorre il pietoso e spietato colpo di forcipe. Ma già allora ci ritrovavamo con la nostra piccola vita privata, e la piccola vita privata di Carlo Marx…La dirò grossa: l’inadeguatezza penosa che noi stessi, individui occidentali moderni, ci trasciniamo dentro a confronto dello spettacolo pubblico di liberazione e oltranzismo e trasgressione sessuale, è alla radice di quell’endemia di omicidi-suicidi di mogli, fidanzate, figlioletti, prostitute, che sono, da noi, il fenomeno più prossimo al terrorismo kamikaze islamista. Quando aggiungeremo alla nostra chiusa frustrazione la consapevolezza che possiamo fare molto più rumore, passeremo anche noi forse agli autobus e alle discoteche, e forse l’abbiamo già fatto, senza avere il coraggio di proclamare che era per vendicarci di lei che ci ha lasciati, e anzi compilando chissà quale demenziale volantino. Speriamo di no, dite? Certo, certo, speriamo.