Arturo Carlo Quintavalle, Il Corriere della Sera 21 settembre 2004
Per due secoli letteratura e arte hanno letto quella realtà come semplice folclore esotico
Forse non ci si pensa neppure ma l'Islam, che oggi entra prepotentemente nella cronaca quotidiana, è stato per anni sfondo, paesaggio, non luogo, se non della fiaba, del folclore, mai, dunque, per l'Occidente, cultura, civiltà. E resta da capire quanto questa sostanziale non considerazione della realtà dell'Islam abbia portato l'intero Occidente a non vedere le profonde trasformazioni, le gravi contraddizioni che in quel contesto oggi sono esplose. Resta da capire quando tutto questo e iniziato e perché. Nella storia della cultura, l'Islam è un grande rimosso: le raccolte di arte islamica si formano quasi sempre nel '900, i pochi resti di arte islamica antica stanno nei tesori delle cattedrali, avori, stoffe, magari ceramiche o bronzi. Eppure, nel lungo tempo medievale, fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453 e ancora dopo, fino alla età moderna prima del colonialismo, il mondo islamico è stato sempre parte essenziale di un sistema di cultura collegato, dove gli scambi, i rapporti, le integrazioni dei diversi modelli ed esperienze, dalla struttura della città alla costruzione delle navi, dalla strumentazione tecnica ai commenti ad Aristotele, dall'astronomia all'algebra era o diventava comune, da Occidente a Oriente. Quando dunque si determina quella crisi della quale viviamo ancora oggi le conseguenze? Forse considerare due territori culturali, quello del racconto e quello della fotografia, può aiutare a capire. In Francia, appena dopo la pubblicazione de Le mille e una notte (1704-1717) tradotte da Galland, nasce l'idea dello spazio del mondo islamico come sfondo, come scenografia fittizia. Così Montesquieu con le sue Lettere persiane (1721) oppure Voltaire con Zadig (1748) propongono un racconto dell'Oriente in termini mitici, l'Oriente, non importa che esso sia la Persia o Babilonia, è il luogo della saggezza, il luogo della fiaba, harem ed eunuchi, vizir e pascià, castighi terribili e salvezze insperate; questo territorio mitico viene usato per criticare, per mettere in evidenza le contraddizioni dell'assolutismo in Occidente. Ma il carattere del racconto è destinato trasformarsi ancora: la spedizione di Napoleone in Egitto (dal 1798 ) ribalta la visione mitica dell'Oriente e permette la riscoperta di una civiltà antichissima presto considerata la matrice di tutte le altre, quella dell'Egitto dei Faraoni. Certo, quando gli scienziati e disegnatori di Napoleone costruiscono la loro monumentale Description de l'Egypte essi propongono anche la illustrazione della fauna e della flora, ma l'accento è posto sui grandi monumenti dei Faraoni scatenando così anche una perversa corsa al collezionismo delle potenze d'Occidente; nell'opera troviamo anche immagini incise delle architetture e dei costumi arabi, ma sono da considerare come documenti di un folclore estraniato dal «civile» occidente, come lo è la pittura degli «orientalisti» che diventerà presto di moda. Dopo Napoleone, il rapporto col mondo islamico appare sempre più difficile. Così Chateaubriand, poco dopo aver pubblicato Le genie du Christianisme (1802), giunge in Palestina alla ricerca dei luoghi della vita del Cristo e vive il mondo islamico, e gli ebrei, come alienante disturbo. E presto l'Impero ottomano è destinato a trovarsi di fronte un altro enorme problema: quello della indipendenza nazionale della Grecia: Byron che muore a Missolungi, l'intervento occidentale e la sconfitta ottomana a Navarino, tutto questo viene esaltato da Victor Hugo ne Les Orientales (1829), poesie appassionate che disegnano gli Ottomani come oppressori e la Grecia, culla della civiltà occidentale, come la vittima. E dopo? Dopo la storia è ancora diversa: una spedizione che dura dal 1849 al 1851 in Egitto, Nubia, Siria, Palestina, vede insieme due amici, Gustave Flaubert e Maxime du Camp: mentre Flaubert scrive poche note di viaggio che poi trasformerà in romanzo, Salambò, Du Camp fotografa i monumenti dell'antico Egitto inventando la loro iconografia per le generazioni a venire. Karnak e i colossi di Memnone, le piramidi, la sfinge, tutti ripresi come forme assolute, bloccate nella luce. Dopo Du Camp che aveva pubblicato le sue foto in volume nel 1852, molti fotografi proseguiranno su questa strada: Antonio Beato, Bonfils, Auguste-Rosalie Bisson, Zangaki, Abdullah Frères e molti altri, dagli anni 60 alla fine del secolo. Essi riprenderanno anche i monumenti cristiani di Gerusalemme o di Costantinopoli e, a volte, anche quelli antichi della Grecia. E l'Islam? L'Islam, a questo punto, per l'Occidente torna a essere luogo di racconti mitici, così ad esempio Gerard de Nerval, rifacendosi agli schemi de Le mille e una notte, costruisce la sua Storia del califfo Hakem. Siamo alla metà del secolo, una generazione dopo Guy de Maupassant, ne La vita errante, visita Cartagine e parla degli arabi come di un «popolo fanatico e nomade» e sottolinea come la moschea di Kairouan sia un centone di frammenti «presi dalle città cadenti», certo opera eretta in onore di Allah ma ben diversa dalle grandi cattedrali dell'Occidente. Dunque l'Islam resta folclore, salvo che per Pierre Loti, appassionato viaggiatore e testimone, rimasto quasi il solo, fino agli inizi del '900, a difendere la civiltà islamica, a identificarsi in essa, persino a perorare la causa dell'Impero ottomano cercando così di impedirne lo smembramento. Dunque il mondo islamico, da due secoli, per la nostra poesia, per il romanzo e la letteratura di viaggio, è sfondo mitico e più spesso spazio visto con distacco di una non cultura che fa da contorno a monumenti antichi egizi, bizantini, cristiani, per noi importanti; la fotografia, l'incisione, la pittura replicano questo schema di racconto: nell'800 i fotografi piazzavano i fellah accanto ai templi dei faraoni, come metro per fare capire le dimensioni enormi degli edifici, adesso, sotto le piramidi, ci si fa fotografare sui dromedari, travestiti da beduini. Dunque ancora folclore. Questa difficile storia del come l'Occidente ha mascherato, raccontandoselo, l'Islam, deve aver contribuito non poco a perdere di vista la realtà di una cultura che si è progressivamente isolata o che noi stessi abbiamo isolato, mettendo fra parentesi o rifiutando quell'insieme di conquiste che, dall'Habeas corpus al Contratto sociale formano la struttura delle costituzioni degli Stati. Certo, i musei d'arte islamica nascono assai tardi in Occidente, mentre in Medio Oriente la loro organizzazione sembra svilupparsi meglio, ma in Afghanistan, ricordiamolo, non è andata altrettanto bene ai tesori dell'arte, tesori che vogliono dire consapevolezza della storia, dunque civiltà; inoltre solo di recente l'Unesco ha cominciato a tutelare come patrimonio dell'umanità l'architettura islamica. Forse un articolato dibattito sulle culture attorno alle rive del Mediterraneo medievale potrà proporre una riflessione ulteriore sull'imponente realtà storica dell'Islam e sulla tutela del suo patrimonio culturale che eventi recenti, peraltro, sembrano mettere profondamente a rischio.