Marco Fossati
Da molto tempo le parole oriente e occidente hanno smesso di indicare esclusivamente due direzioni spaziali. Secondo il loro originario significato geografico e astronomico, in base al quale rappresentano rispettivamente il luogo del cielo dove compare il sole all'alba (dal latino oriri, sorgere) e il luogo dove tramonta (da occidere, cadere), l'oriente e l'occidente non potrebbero essere dei luoghi precisi. Infatti, poiché il moto apparente del sole intorno alla terra compie un giro completo nell'arco delle 24 ore, ciascun punto del cielo è, di volta in volta, oriente e occidente e lo stesso vale per i luoghi che vi corrispondono sulla superficie terrestre.
[Da indicatori geografici a termini geopolitici]
Oggi tuttavia non abbiamo bisogno di conoscere la località di partenza per sapere quale sia la meta di un viaggiatore che si reca nei paesi "orientali" e siamo perfettamente in grado di capire a che cosa si riferisce l'aggettivo "occidentale" (per esempio: la moda occidentale, la politica occidentale, ecc.) senza bisogno di sapere in quale punto del mondo si trovi chi lo usa. Da termini relativi quali erano originariamente (ciò che è a oriente di un luogo è a occidente di un altro), Oriente e Occidente sono divenuti nomi di significato assoluto (e in questo senso è bene scriverli con l'iniziale maiuscola).
Se i punti cardinali, da indicatori di direzione, sono diventati luoghi geografici definiti, la spiegazione sta nel fatto che tutti coloro che ne fanno uso assumono implicitamente il medesimo punto di osservazione. Se israeliani o giordani parlano della regione in cui vivono chiamandola "Medio Oriente", se un commentatore politico sudafricano può riferirsi ai "paesi dell'Est" per intendere la Russia e l'Ucraina, che rispetto a lui si trovano decisamente a Nord, questo avviene perché il punto di osservazione in cui tutti idealmente si collocano è l'Europa. E' stata l’Europa, a determinare l'Oriente. E al tempo stesso ne è stata determinata diventando l'Occidente.
Un po' di tempo fa gli storici facevano risalire a una parola semitica che significa "luogo del tramonto" il nome stesso dell'Europa mentre, secondo la stessa ricostruzione, il nome Asia avrebbe significato "il luogo dove sorge il sole". Questa interpretazione si è poi dimostrata inesatta, ma ha ugualmente un notevole interesse. Ci fa capire infatti che quelli di Europa e Asia sono due concetti nati in forma contrapposta. Europa e Asia, Occidente e Oriente, si sono per secoli definiti per esclusione reciproca e, più che espressioni geografiche hanno indicato differenti modelli politici, culture, sistemi di valori.
[L'origine mitica dell'Europa]
Il nome Europa è quello di una divinità della mitologia antica ed è servito, originariamente, per indicare una parte della penisola greca. In seguito è stato esteso fino a comprendere tutte le terre che, lungo la costa settentrionale del Mediterraneo, si estendevano fino allo stretto di Gibilterra e all'Atlantico. Anche i confini settentrionali dell'Europa, una volta esplorate le coste del Mare del Nord e del Mar Baltico, sono stati facilmente individuati. Ma quali erano i suoi confini orientali? Individuarli non era così semplice, e non lo è neanche oggi. Se infatti osserviamo una carta geografica, mentre non abbiamo alcuna difficoltà a indicare l'Africa o l'America, non ci risulta immediatamente chiaro dove passi il confine fra Europa e Asia. E anche se ricorriamo a una carta politica, nella quale cioè siano messi in evidenza i confini fra gli Stati, le cose non migliorano molto. In che continente metteremo infatti la Turchia? E dove faremo passare la linea che separa la Russia europea da quella asiatica?
Queste domande ci fanno capire che il nome Europa non ha soltanto un significato geografico ma serve a definire una realtà politica (potremmo dire che è un concetto geo-politico) e anche se i libri di geografia ci suggeriscono la catena dei monti Urali o il corso del fiume Don, se davvero vogliamo conoscere i confini dell'Europa, dobbiamo andarli a cercare nella sua storia.
Nell'antichità il confine fra l'Europa e l'Oriente passava per il mare Egeo e separava la Grecia delle poleis dal territorio dell'Impero persiano. I greci, fieri delle loro libere istituzioni politiche, disprezzavano i persiani che si lasciavano dominare da un despota (l'imperatore) e che si prostravano davanti a lui come se fosse un dio. Scrive Ippocrate (460-377 a.C.) che gli uomini in Asia hanno "caratteri e costumi più miti e mansueti" che in Europa per via dei fattori ambientali e del clima. Ma aggiunge anche che"non è solo per queste ragioni che gli Asiatici sono imbelli, ma anche a causa delle istituzioni politiche. La parte maggiore dell'Asia è governata da re, e dove gli uomini non sono padroni di se stessi, autonomi, ma dipendono da un padrone, non pensano ad addestrarsi alla guerra, ma fanno di tutto per non sembrare bellicosi." [Ippocrate, Arie acque e luoghi, Venezia, Marsilio, 1990, pp.112-115]
La volontà e la capacità di combattere sono dunque, secondo Ippocrate, strettamente legate alla libertà e alla determinazione che i popoli liberi hanno di conservarsi tali. Per questo le guerre che i greci combatterono per difendersi dalle invasioni persiane sono state da loro vissute e raccontate come altrettanti episodi della lotta fra libertà e schiavitù e fra civiltà e barbarie e questo giudizio ha condizionato anche in seguito i rapporti con le popolazioni orientali.
[La guerra di Troia]
Lo storico greco Erodoto (484ca-425ca) faceva risalire questo conflitto a una lunga sequenza di rapimenti di donne greche e asiatiche culminati con quello famoso di Elena che diede inizio alla guerra di Troia. In quel caso infatti, secondo il racconto mitologico che è al centro dei poemi omerici, per riprendersi la bella moglie del re greco Menelao rapita da Paride, figlio del re di Troia, i greci avevano compiuto una spedizione militare contro la città asiatica. "Fino a questo punto, - scrive Erodoto - si trattava soltanto di rapimenti tra l'un popolo e l'altro; ma, da questo momento, grave divenne la responsabilità dei Greci; perché furono i primi a muovere in armi contro l'Asia, prima che quelli d'Asia venissero contro l'Europa. […] Da allora, sempre, tutto ciò che è greco è da loro considerato nemico. Poiché i Persiani considerano l'Asia e i popoli che vi abitano come cosa loro; con l'Europa, invece, e con il mondo greco in particolare, ritengono di non aver nulla in comune." [Erodoto, Le Storie, trad. di L.Annibaletto, Milano, Mondadori, 1963, vol.I, p.31]
Su uno dei miti più antichi e famosi della nostra storia, quello relativo alla guerra di Troia, si basa dunque l'origine del conflitto fra Oriente e Occidente di cui le guerre combattute fra greci e persiani nel V secolo avanti Cristo furono la prima manifestazione storica.
[Barbarie e civiltà]
I greci chiamavano "barbari" tutti i popoli stranieri ma rivolgevano quell'appellativo dispregiativo soprattutto agli abitanti dell'Asia, ai persiani. Anche i romani, che molto più dei greci si dimostrarono capaci di accogliere i contributi dei popoli con cui venivano a contatto, chiamavano "barbari" coloro che vivevano fuori dai confini del loro impero. Ma quando il mondo romano crollò sotto la spinta dei "barbari" e da questi ultimi, mischiatisi alle popolazioni latine, nacque l'Europa medioevale, la stessa diffidenza e gli stessi pregiudizi continuarono ad operare nei confronti delle popolazioni orientali. Gli unici che erano tenuti in qualche considerazione dagli europei erano i sudditi dell'Impero di Bisanzio, cioè dell'antico Impero Romano d'Oriente. Ma anche con loro i rapporti si raffreddarono e divennero decisamente ostili dopo che fra Bisanzio e Roma si aprì una competizione che aveva in palio la direzione spirituale del mondo cristiano e che produsse alla fine la separazione fra la chiesa cattolica romana e quella greca-ortodossa.
Quando, a partire dalla seconda metà del VII secolo, su tutta la costa orientale e su quella meridionale del Mediterraneo, fino alla penisola iberica, si sviluppò la raffinata civiltà arabo-islamica, nell'Occidente cristiano si continuò a considerare con disprezzo quelle regioni estranee all'Europa cristiana nonostante fossero gli europei, a quell'epoca, i veri "barbari" arretrati economicamente e culturalmente.
[La "res publicha christianorum"]
Privo di un preciso confine geografico verso Est, l'Occidente medioevale si definì principalmente sulla base della comune appartenenza religiosa. Era il "paese dei cristiani" (res pubblica christianorum) e terminava là dove iniziavano le "terre degli infedeli". Naturalmente erano considerati infedeli tutti quelli che non fossero cristiani, ma più di tutti "gli infedeli" erano i musulmani seguaci di una religione aggressiva e concorrente. Contro di loro, quando si sentì abbastanza forte, l'Europa cristiana lanciò la controffensiva delle Crociate.
[Cristiani occidentali contro cristiani orientali]
Mobilitati in difesa della cristianità e orientati a combattere contro la presenza musulmana in Terrasanta, i crociati che partivano dall'Europa non avevano mostrato segni di solidarietà verso i loro correligionari dell'impero cristiano d'Oriente e non si erano fatti scrupolo di dirottare una loro spedizione contro la stessa Costantinopoli che venne attaccata e conquistata nel corso della IV crociata (1202-1204). Sempre più nettamente l'Occidente si definiva in contrasto con l'Oriente e quest'ultimo veniva a coincidere tanto con il mondo musulmano quanto con quello greco-ortodosso ugualmente, seppure distintamente, sentiti come estranei alla coscienza europea.
Questa divisione religiosa, politica e culturale su base geografica si confermò quando l'Impero d'Oriente venne sconfitto e invaso da una popolazione turca, convertitasi all'Islam, su cui regnava la dinastia degli Ottomani. Mentre Costantinopoli diventava Istanbul e la chiesa di S.Sofia, edificata dall'imperatore Costantino, era trasformata in moschea, il vessillo della cristianità orientale veniva raccolto dai sovrani di un nuovo impero, quello di Russia, sorto anch'esso sul confine fra Europa e Asia. Da quel momento sarà Mosca, "la terza Roma" dichiaratasi erede di Costantinopoli, a rappresentare i destini della cristianità orientale.
[La Russia eredita l'immagine della barbarie asiatica]
Divenuta Mosca la capitale del cristianesimo greco-ortodosso, gli osservatori europei poterono più facilmente riprendere i temi della tradizione classica, secondo la quale l'Oriente coincideva con la barbarie, che a fatica avevano cercato di applicare alla raffinata civiltà bizantina. Nelle parole, scritte intorno alla metà del XVII secolo, con le quali il tedesco Adam Olschläger descrive i russi, echeggiano gli stessi accenti di disprezzo con cui gli antichi autori greci si riferivano ai persiani: "Siccome i Russi sono duri e per così dire creati dalla natura per la servitù, debbono anche essere tenuti sotto un giogo duro e rigido, e vengono spinti al lavoro sempre con le bastonate e le frustate, delle quali essi non si mostrano granché impazienti, perché la loro condizione così richiede e ve li abitua. […] Essi sono tra loro schiavi e servi. E' anche loro costume e maniera di umiliarsi davanti a uno, di mostrare il loro animo di schiavi davanti a qualche persona ragguardevole curvandosi a terra, inchinando profondamente il capo fino a batterlo al suolo, e gettandosi anzi a terra su un piede; anche dei colpi delle punizioni sogliono ringraziare in tal guisa". [Adam Olschläger, Descrizione del mio viaggio a Mosca e in Persia, in: V.Gitermann, Storia della Russia, Firenze, La Nuova Italia, 1973, Vol.I, p.871]
Questa immagine che faceva dei russi un popolo incline per natura alla schiavitù, venne confermata nei secoli successivi e in particolare nell'800 quando, in un'Europa attraversata da rivoluzioni nazionali e da moti di indipendenza, l'impero zarista divenne l'emblema stesso dell'autocrazia e del dispotismo. Il quadro non si modificò sostanzialmente neanche dopo che, nel '900, l'impero degli zar venne abbattuto dalla rivoluzione socialista e, nel giudizio delle democrazie occidentali, i russi diventarono l'emblema di un nuovo tipo di schiavitù imposta dal Partito Comunista e dai suoi dirigenti.
[L'impero Ottomano e la Turchia moderna]
Intanto, con la caduta di Costantinopoli (1453) era scomparsa l'ultima presenza cristiana nel Mediterraneo orientale e, anche se nell'Impero Ottomano era tollerata la presenza di popolazioni di fede greco-ortodossa, il bacino di quel mare e le terre della sua costa settentrionale risultavano definitivamente divise in due: a Ovest l'Europa cristiana, che stava ormai frantumandosi in Stati diversi; a Est l'Oriente musulmano.
Successivamente questa frontiera si trasformò e si definì ulteriormente attraverso un lungo scontro che contrappose l'Impero Ottomano, desideroso di espandersi verso Ovest, e l'Impero tedesco degli Asburgo che fecero per secoli da argine a quell'espansione.
Quando l'Impero ottomano crollerà, alla fine della Prima Guerra Mondiale (1914-18), dopo quasi cinque secoli di dominio, quella frontiera religiosa e culturale continuerà a esistere e a segnare i confini dell'Europa.
[L'esotismo]
Oltre che antagonista e rivale l'Oriente è stato per secoli, nella coscienza dell'Occidente europeo, anche un luogo dove si celavano affascinanti misteri. Questo aspetto, che emergeva già dai racconti di Marco Polo e degli altri viaggiatori tardo medioevali, acquistò un ruolo di primo piano all'epoca delle conquiste coloniali di fine Ottocento quando le relazioni avventurose degli esploratori che si spingevano nel cuore dei continenti inesplorati, alimentavano l'interesse e la curiosità di un pubblico sempre più vasto. Nacque un nuovo genere letterario, quello dei romanzi esotici. Ma i lettori non ne ricavavano una testimonianza reale dei paesi e dei popoli lontani, quanto piuttosto la rappresentazione fantastica di ciò che essi si aspettavano di trovare. Non è l'immagine reale dei popoli dell'Asia quella che emerge dai racconti dello scrittore inglese Rudyard Kipling (1865-1936), uno dei maggiori interpreti dell'ideologia colonialista, o da quelli dell'italiano Emilio Salgari (1863-1911), il quale peraltro descriveva l'India e la Malesia senza mai essersi mosso dall'Italia, ma un Oriente favoloso, e inesistente, costruito sulle fantasie degli europei.
Questo gusto dell’esotico è del resto spesso riconoscibile nel modo in cui noi ci poniamo di fronte a tutte le culture diverse dalla nostra: non le osserviamo mossi dall'interesse di conoscerle per come esse sono effettivamente, ma per rintracciare in esse quello che noi vi abbiamo proiettato.
Oggi oltre ai romanzi esotici ci sono i film, i materiali illustrativi delle agenzie turistiche, gli spot pubblicitari, pronti a darci dei paesi e dei popoli lontani immagini corrispondenti ai nostri stereotipi. E migliaia di turisti ogni anno tornano a casa soddisfatti, convinti di aver speso bene i loro soldi, se possono confermare nei racconti agli amici che l'Oriente è davvero "misterioso" o che l'Africa è davvero "selvaggia".
[M.Fossati G.Luppi E.Zanette, Studiare Storia I, Milano, E.S.B.Mondadori 2001]