Arrigo Levi, La Repubblica 23 novembre 2004
Caro direttore, citato due volte sulle pagine del tuo giornale da vecchi amici e compagni di quel dialogo tra "credenti", religiosi e laici, che da diversi anni mi appassiona, e cortesemente invitato da te a intervenire, non resisto alla tentazione di aggiungere alcune considerazioni a quelle di Giuliano Amato e Pietro Scoppola, alle riflessioni sullo stesso tema di Eugenio Scalfari, e a quelle del Cardinale Joseph Ratzinger nel meditato colloquio con Marco Politi.
L´argomento di cui seriamente si discute è il rapporto fra cultura laica e cultura religiosa, fra la Chiesa e il mondo fortemente "secolarizzato" in cui viviamo.
Fortunatamente, sembra essersi pressoché esaurito il dibattito sul tema della presunta persecuzione dei cristiani, che aveva preso l´avvio dal "caso Buttiglione", e che aveva visto non pochi interventi di volonterosi che di religione non si erano in realtà mai più interessati, dai giorni in cui avevano ricevuto i primi elementi di catechismo in oratorio, per poi dimenticarli. Non giovava al dibattito l´opportunismo politico di alcuni, o la foga di quei "nuovi apologeti" del cristianesimo, che don Leonardo Zega ha definito: «Una pattuglia di difensori della fede con un´idea assai vaga di Dio». Non giovavano le strampalate denunce della presunta "persecuzione" del professor Rocco Buttiglione, come quella di un autorevole esponente dei Docenti Cattolici, il quale non ha esitato ad affermare che il professore (va da sé che lo stesso Buttiglione questo non lo ha mai né pensato né detto), veniva trattato «come gli ebrei nei campi di sterminio, che erano costretti ad indossare la stella gialla cucita sulle loro giacche» (a ben altro erano costretti; non portavano la stella gialla, ma un numero marchiato sul braccio; e non subivano il voto contrario di un legittimo Parlamento, ma la sentenza alle camere a gas e ai forni crematori).
Messe da parte queste quisquilie, rimane una certa esigenza di fare chiarezza, e può essere utile riproporre alcune definizioni del significato dei termini di cui si discute.
Il mio personale contributo a un dibattito di così grande importanza è necessariamente limitato. Può consistere soltanto in una riflessione sul dialogo in corso tra "credenti religiosi" e "credenti laici", dibattito significativo e costruttivo, in cui ho avuto una piccola parte. Perché dialoghiamo? Anzitutto, io penso, perché siamo tutti convinti della straordinaria pericolosità dei tempi che viviamo per la condizione umana, per la nostra stessa sopravvivenza. Abbiamo la memoria comune di atroci conflitti, nati da pregiudizi ed odi che vogliamo esorcizzare. E pensiamo che occorra, per scongiurare quella catastrofe finale che abbiamo visto affacciarsi all´orizzonte dell´umanità fin dai giorni di Auschwitz, fin dal giorno di Hiroshima, che tutti gli uomini di buona volontà (io preferisco dire: «tutti gli uomini di fede», temendo che la buona volontà da sola non basti) uniscano i loro sforzi per diffondere parole di pacificazione, di comprensione, di fratellanza fra gli uomini, di ogni nazione o fede; e compiano atti motivati da tali convinzioni.
E qui non posso non rendere omaggio agli amici della Comunità di Sant´Egidio, principali stimolatori e interlocutori delle mie riflessioni su "le due fedi", i quali traducono ogni giorno in iniziative coraggiose la loro luminosa fede in Dio, impegnandosi a realizzare con un instancabile lavoro il loro "sogno" di liberazione dell´uomo dalla miseria, dalle malattie, dagli odi e dalle guerre. Un sogno giustamente insignito qualche giorno fa del "Premio Balzan". È a loro e ad altri come loro che Giuliano Amato si riferisce quando dice che la fede religiosa ha "una marcia in più" di quella dei laici.
La sorgente del nostro dialogo non va però ricercata soltanto nella comune coscienza del Male che è nella storia, di cui abbiamo sofferto e che ci minaccia tutti. Abbiamo in comune anche valori positivi, primo fra tutti la fede.
Vi è una definizione della fede che vale per la fede religiosa come per la fede laica, ed è quella di San Paolo nella Epistola agli Ebrei (XI,1), laddove è detto: «La fede è una certezza di cose che si sperano, e dimostrazione di cose che non si vedono», ma che vorremmo veder realizzate. Nella versione dantesca (Par. 24°), «fede è sustanza di cose sperate - e argomento delle non parventi». Secondo Giovanni Luzzi, questa è l´unica definizione della fede che troviamo in tutta la Bibbia. I rabbini preferivano porre in cima a tutto non tanto la fede in Dio, quanto l´amore di Dio («Amerai dunque il tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l´anima tua e con tutte le tue forze», Deut. VI,5). L´amore di Dio mette in evidenza il contenuto attivo della fede, che non vuol essere passiva contemplazione ma stimolo all´azione e regola di vita.
Quanto alla fonte prima di questa fede più forte di ogni tragedia che abbiamo vissuto e a cui siamo sopravvissuti, essa è, per i credenti religiosi, il "Dio Creatore". Quanto ai laici come me e come Norberto Bobbio, che così la definiva in una lettera a me indirizzata, la nostra è fede "non in un Dio Creatore ma in un Dio creatura"; fede non in un Ente Supremo trascendente, ma faticosa "fede nell´uomo". Per gli uni come per gli altri, quale che sia la fonte prima della fede, il luogo in cui essa si trova è (Deut. 30, 14) "la nostra bocca e il nostro cuore": parola del Signore. Per tutti i credenti, religiosi o laici, la fede è un atto incausato, una grazia, che potrebbe lasciarci, che dobbiamo lottare per mantenere viva attraverso le più terribili prove. Per tutti i "credenti", laici o religiosi, la fede è sempre una faticosa conquista, che chiede ad ogni passo di essere rinnovata, perché la realtà la mette sempre e comunque a dura prova.
Senza la fede, laici o religiosi, noi non saremmo sopravvissuti a troppe catastrofiche prove. Tra i rabbini, dopo Auschwitz, c´era chi si chiedeva se si potesse ancora credere in Dio. Ma era una domanda sbagliata. Che cos´altro rimaneva loro, per poter continuare a vivere, se non la fede in Dio? E per i laici, dopo Auschwitz, che cos´altro rimaneva se non il coraggio di un nuovo umanesimo, la fede nella capacità di dar vita a cose "sperate e non parventi", a una nuova fratellanza fra i popoli protagonisti di tante atrocità? Se questa non era fede, che altro era?
Il dialogo tra di noi, credenti delle due fedi, è dunque lo strumento della nostra ricerca di un mondo che ancora non c´è. Ci rispettiamo a vicenda, nella nostra diversità, forti ciascuno di noi delle proprie convinzioni, l´animo aperto ad arricchirle con le convinzioni e col fervore di fede dell´altro diverso da noi. La sua fede non mette in dubbio la mia, ma la rafforza.
Questo può sembrare un mistero, ma è cosa facile, una volta che ci si sia liberati dalla presunzione di essere i soli a sapere, i soli a conoscere "la verità". Siamo tutti ecumenici. Siamo tutti anti-fondamentalisti. E la diversità dell´altro ci piace. Non fatico a concedere a Giuliano Amato, non meno laico di me, la sua convinzione, che ho già citato, che la fede religiosa abbia «una marcia in più», perché ? egli dice ? «nasce da un atto di amore». A quanti atti di carità, a quante mitzvot ? comandamenti e doveri ? ha dato vita l´amore di Dio, rafforzato dalla preghiera? Ben venga, dunque; è ancora necessaria ispirazione per tanti, e di giovamento per tutti.
Tutta la Bibbia si riassumeva, per i rabbini, in un solo duplice concetto: l´amore di Dio e l´amore del prossimo, includendo nel prossimo anche «lo straniero che abita in mezzo a voi»: il che oggi vuol poi dire il mondo intero, perché tutti gli uomini oggi sono nostro prossimo, e tutti viviamo in mezzo a tutti gli altri. Lo sapeva già Kant, che la pace perenne doveva essere in tutto il mondo, o non sarebbe mai stata. Noi vediamo avverarsi quella profezia.
E non credo che gli amici "credenti" religiosi si rifiutino di negare il valore e i suggerimenti che loro vengono dallo spirito laico, intendendo, per laicità, la disposizione «alla libera ricerca della verità attraverso l´esame critico e la discussione», frutto di una lunga storia del pensiero occidentale. In questo senso, siamo tutti laici, tutti credenti. Ma ha ragione il Cardinale Ratzinger di condannare quel tipo di laicismo che non crea "spazi di libertà per tutti", ma degenera in una "aggressività ideologica secolare" che vuol limitare la libertà di parola del credente religioso. Un tale atteggiamento tradisce l´essenza della cultura laica, rinnega il grande insegnamento che il pensiero laico ha impartito al pensiero religioso tradizionalista, liberandolo dalle sempre presenti tentazioni fondamentaliste, insegnandogli la tolleranza e il dialogo, contribuendo alla sua crescita spirituale: tanto da rendere la Chiesa contemporanea capace di accettare (cito ancora Ratzinger) «che la storia vada avanti, affrontando la difficoltà di credere in un contesto pluralista», che la rende però "libera e adulta".
Vengo all´ultima cosa che ci unisce: è la convinzione che la costruzione di un mondo di pace non sarà una manna piovuta dal Cielo. Sappiamo, con Mosè come con papa Wojtyla, che avendo concesso all´uomo (Deut. 30,15), la capacità e la libertà di scegliere fra "la vita e il bene, la morte e il male", avendogli cioè fatto dono del "libero arbitrio", il Signor Iddio «di fronte alla libertà umana ha voluto, in un certo senso, rendersi impotente» (parola del Papa). Sappiamo che la costruzione di quel mondo fatto di cose sperate e "non parventi" che è il nostro sogno tocca dunque a noi, ispirati dalla parola di Dio, o dalla parola della nostra coscienza. Conosciamo l´immensa difficoltà dell´impresa.
Noi non pensiamo al nostro dialogo in termini di piccola politica. Lo viviamo come un modesto contributo alla costruzione di un edificio di cui vediamo soltanto le prime strutture - e la minaccia oscura di distruzione che la scienza e arroganza umana fanno pesare su di esso, su quel sogno di pace per i nostri figli che forse, un giorno, da speranza diverrà realtà. E sappiamo che ad ogni passo della storia avvenire il patto di pace tra gli uomini, che ancora non c´è, dovrà essere rinnovato. Perché la minaccia non verrà mai meno. Mai più, per tutti i tempi dei tempi.
Vorrei dare infine una breve risposta a un passaggio del testo del Cardinale Ratzinger; secondo il quale, nella società contemporanea (dove, egli dice, Dio «è molto emarginato»), è «necessario riscoprire che anche la sfera politica ed economica ha bisogno di una responsabilità morale, che nasce dal cuore dell´uomo e, in ultima istanza, ha a che fare con la presenza o l´assenza di Dio». Giacché «una società in cui Dio è assolutamente assente si autodistrugge: lo abbiamo visto nei grandi regimi totalitari del secolo scorso». È una concezione a prima vista non troppo distante dall´idea dostojevskiana che «se Dio è morto, tutto è permesso».
Fortunatamente non è così. Amici credenti in Dio, rassicuratevi. Abbiate fede. Come dite voi, le vie del Signore sono infinite. Dovreste pur vedere che Dio è parte anche della nostra storia, di noi laici, che abbiamo liberamente scelto, nella lunga storia di Dio, delle idee di Dio, quelle che più rispondevano al nostro ideale di umanità, e le abbiamo fatte nostre. In verità: non fate anche voi delle scelte? Quante cose non hanno forse detto gli ultimi Papi che, non troppi secoli fa, li avrebbero fatti bruciare come eretici? A me, laico, Dio appare dunque assai meno emarginato dalla società contemporanea, dalla società secolarizzata, libera e tollerante in cui ci è dato vivere, di quanto tema, guardando al mondo dalla Sala Rossa del Sant´Uffizio, il cardinale Joseph Ratzinger.