L'evanescenza del diritto di guerra

Danilo Zolo - Il Manifesto 28 marzo 2003

 

Se il diritto internazionale è, in un certo senso, il punto di evanescenza del diritto, il diritto bellico è il punto di evanescenza del diritto internazionale». Questa massima è di Hersh Lauterpacht, uno dei più autorevoli giuristi `internazionalisti' del secolo scorso. Nulla come le vicende di questi giorni sembra confermare il realismo di questa massima. Donald Rumsfeld, capo del Pentagono, accusa gli iracheni di non rispettare la Convenzione di Ginevra. Le sue mani grondano sangue ma egli punta l'indice contro chi ha osato mostrare al mondo, con la complicità di Al Jazeera, i volti sofferenti dei prigionieri americani. L'aggressore, che ha stracciato la Carta delle Nazioni unite e ha violato tutto ciò che poteva essere violato, chiede che il diritto bellico venga applicato contro gli aggrediti. Gli fa da contrappunto Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite, che qualche anno fa il presidente Clinton ha imposto alla comunità internazionale con una serie di ricatti. Con olimpica imparzialità l'elegante cerimoniere delle Nazioni Unite ha invitato entrambi i contendenti - gli aggressori e gli aggrediti - a rispettare il diritto internazionale di guerra. Le quattro Convenzioni della Conferenza diplomatica di Ginevra dell'agosto 1949 dettano norme per proteggere le vittime della guerra: i feriti, i malati, i naufraghi, i prigionieri, la popolazione civile. Una delle convenzioni, la terza, vieta che i prigionieri siano torturati fisicamente o moralmente, che le loro vite siano messe in pericolo, che vengano usati come ostaggi. Si può sostenere che l'esibizione televisiva dei prigionieri americani da parte degli iracheni sia illegale perché è una forma di tortura morale? E' una interpretazione estensiva, largamente opinabile, del testo della convenzione.

 Ciò che è assai meno dubbia è la serie di gravissime violazioni del diritto bellico compiute impunemente dagli Stati uniti e dai loro alleati nel corso delle ultime guerre: dalla prima guerra del Golfo alla guerra per il Kosovo, alla guerra in Afganistan. E' sufficiente ricordarne qualcuna fra le moltissime.

 Proprio nei luoghi dove in queste ore è in pieno svolgimento la strategia terroristica del shock and awe, nel 1991 gli Stati uniti si macchiarono di un crimine orrendo. Sull'autostrada che collega la capitale del Kuwait a Bassora - da allora chiamata l'autostrada della morte - un convoglio di oltre dieci chilometri di lunghezza, composto di autocarri, autobus, ambulanze e centinaia di automobili in fuga, venne annientato con una serie di attacchi dal cielo nel corso della nottata conclusiva dell'offensiva terrestre, quando Radio Baghdad aveva già annunciato la resa. Migliaia di civili, in gran parte palestinesi, sudanesi ed egiziani, vennero sterminati senza che potessero opporre la minima resistenza. Come sostenne Newsweek (11 marzo 1991), nessun giornalista venne ammesso allo «spettacolo apocalittico» della strage - così lo definì il maggiore americano Bob Williams - prima che migliaia di cadaveri carbonizzati fossero stati seppelliti nel corso di tre giornate.

 E come non ricordare, come esempi di un sistematico uso criminale della forza militare da parte degli Stati uniti, il bombardamento di carceri e di ospedali serbi e la strage dei giornalisti della televisione di Belgrado, durante la guerra `umanitaria' contro la Repubblica Jugoslava? E il massacro di prigionieri a Mazar-i-Sharif in Afghanistan? E l'uso continuato delle cluster bombs e dei proiettili all'uranio impoverito (Du)? E, soprattutto, come non ricordare il lager della baia di Guantanamo? Da oltre un anno centinaia di prigionieri, accusati di complicità con Al Qaeda al di fuori di qualsiasi procedura legale, sono detenuti in condizioni disumane che suscitano orrore. I suicidi sono già numerosi. A queste persone è stato negato persino lo status giuridico di prigionieri. Ed è di questi giorni la notizia che la Corte federale di appello americana alla quale alcuni detenuti si erano rivolti, ha respinto le loro domande. In flagrante complicità con l'amministrazione Bush, la Corte ha sostenuto di non avere competenza giurisdizionale, essendo Guantanamo una base militare esterna al territorio degli Stati uniti. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti perché gli Stati Uniti si sono accaniti contro la Corte penale internazionale e continuano a sabotarne preventivamente l'attività giurisdizionale. Come ha scritto Antonio Cassese (Repubblica, 24 marzo) il loro timore non è tanto per i soldati, quanto per i leader politici e i vertici militari, che possono essere perseguiti per crimini di guerra o contro l'umanità. Se quella Corte riuscirà mai ad entrare in funzione, dovrà occuparsi a tempo pieno delle responsabilità penali dell'intera amministrazione Bush, a cominciare da Donald Rumsfeld che oggi si atteggia a giustiziere. E' una farsa tragica, una simulazione sfrontata, una crudele parodia della giustizia internazionale.