di Shorsh Surme(*) - Il Manifesto 22 marzo 2001
Venerdì 16 marzo di tredici anni fà veniva bombardata con le armi chimiche la cittadina kurda di Halabja provincia di Sulaimanya 260 km Nord Est di Baghdad; nel giro di mezz'ora morirono più di 10.000 persone. L'Occidente allora si limitò a una timida manifestazione nei confronti di Saddam, nonostante questi avesse palesemente agito contro i diritti umani usando un'arma bandita dalla convenzione di Ginevra nel 1925. Alla fine di marzo del 1988 l'opinione pubblica internazionale è venuta a conoscenza, grazie a videocassette clandestine e fortunosamente giunte in occidente, del massacro perpetrato attraverso le armi chimiche nella cittadina di Halabja: uomini, donne, bambini, vecchi morirono tra spasmi atroci a causa dei gas tossici. La città si svuotò, numerosi tra i suoi abitanti trovarono rifugio in Iran: Halabja è ancora oggi una città ferita, come numerosi altri villaggi.
Il problema delle armi chimiche rimane ancora una questione da risolvere, dato che molti paesi del terzo mondo possiedono questa arma micidiale anche grazie alle tecnologie dell'Occidente.
I kurdi preoccupati per il loro futuro, ricordano questa data e quei morti innocenti massacrati dal regime dittatoriale di Saddam Hussein, ancora saldo al potere, che continua a sottoporre tutta la popolazione irachena alla fame e alla miseria a causa della sua arroganza e mania di potere.
Dopo la guerra del Golfo una parte del Kurdistan è stata liberata a prezzo altissimo del suo popolo, quel popolo che da millenni vive su quella terra, ma che soltanto per un brevissimo periodo, ha potuto godere di libertà e autodeterminazione. Il resto della sua storia è fatto di guerra, sangue, oppressione, ingiustizia e dolore.
Chi è a conoscenza in Occidente del fatto che i kurdi, pur stremati da anni di guerre contro Saddam, hanno avuto la forza di organizzare in pochi mesi libere elezioni, che hanno portato alla formazione di un parlamento democratico, e poi di un governo che legifera e amministra il diritto, e si sforza di gestire le poche risorse del paese?
Chi sa che al suo interno si lotta per mantenere in efficienza un sistema sanitario dignitoso, una pubblica istruzione accessibile a tutti, una libertà e pluralità di opinioni che si confrontano all'interno di un contesto di stampa e mass-media aperto ad ogni contributo? Ma soprattutto, chi conosce le disperate condizioni economiche che questa nuova realtà politica deve affrontare, privata di ogni risorsa, come petrolio, vie di comunicazione e di commercio, ostacolata da una parte dal tiranno di Baghdad, dall'altra dagli assurdi provvedimenti di embargo decretati nell'ignoranza della reale situazione irachena?
Per questo occorre andare al di là della semplice cronaca e della doverosa e necessaria informazione, per effettuare un'analisi storico-politica più approfondita del fenomeno Kurdistan.
(*) direttore del periodico kurdo Hetoz "Sole"