di Anna Guaita. - Il Messaggero 17 febbraio 2003
NEW YORK - «Se oggi sono nello Studio Ovale e non in un bar a bere, c’è una sola ragione: ho trovato la fede, ho trovato Dio. Sono qui grazie alla forza della preghiera». George Bush ha smesso di ricordare agli americani il suo passato di bevitore dalla vita scapestrata. Frasi come questa le diceva spesso, sapendo che dopo l’esperienza di un presidente peccatore impenitente al pubblico piaceva l’idea di un leader che nella Bibbia aveva trovato la forza di diventare una persona migliore. Ma nella nuova realtà post undici settembre, nell’epoca del lutto nazionale e della guerra ad Al Qaeda, delle feroci elezioni di metà mandato e della imminente guerra all’Iraq, Bush ha preferito archiviare le proprie passate debolezze. E tuttavia per capirlo come uomo e come presidente, non può essere separato da quel suo passato, o meglio non può essere separato dalla conversione religiosa che all’età di 40 anni, nel 1986, lo portò ad abbandonare quel passato di alcool e droghe.
C’è stato un periodo di grande cautela negli Usa, in cui nessuno, o comunque pochissimi, hanno osato critiche aperte del presidente. Dopo gli attentati, Bush ha saputo effettivamente dimostrare quella compassione che era stata il cavallo di battaglia della campagna elettorale. Si è dimostrato capace di confortare il paese e rassicurarlo. Ma molto è cambiato negli ultimi mesi. Tant’è che le critiche oramai non si contano più, e molte puntano proprio sull’aspetto particolare della sua religiosità. Perché la sua non è la religiosità ecumenica di un Jimmy Carter, ma la religiosità del tutto o niente, del bianco o nero, del male contro il bene. E’ una religiosità assoluta, che talvolta si trova nelle persone che hanno sconfitto la dipendenza affidandosi all’Essere Superiore, secondo gli insegnamenti dell’Alcoholics Anonymous. L’associazione internazionale che dal 1939 ha aiutato milioni di persone in tutto il mondo a guarire dall’alcolismo, si basa su dodici passi, e i primi tre sono quelli che qui ci interessano di più : «1: Noi abbiamo ammesso la nostra impotenza di fronte all'alcool, abbiamo ammesso che le nostre vite erano diventate incontrollabili. 2: Siamo giunti a credere a un Potere più grande di noi che ci avrebbe riportato alla ragione. 3: Abbiamo preso la decisione di affidare la nostra volontà e le nostre vite alla cura di Dio, come noi lo concepiamo».
E George Bush il suo Dio salvifico lo ha concepito secondo gli insegnamenti delle chiese evangeliche del sud, le più integraliste e intolleranti nello spettro americano. A questo Dio, Bush si è affidato totalmente, e l’esperienza privata della riabilitazione attraverso l’insegnamento cristiano si è trasformata in progetto politico. Secondo due libri recenti - Bush at War di Bob Woodward e The Right Man di David Frum - George Bush è convinto di avere una missione divina. Nei primi giorni dopo gli attentati, si lasciò sfuggire la parola «crociata» per definire quella che sarebbe stata la guerra al terrorismo. Criticato per il termine che rievocava sanguinose guerre di religione, fu attento a correggersi e a spiegare che l’America non intendeva combattere contro tutto l’Islam, bensì solo contro quello che aveva abbracciato il terrorismo.
Ma come dice Frum, che gli è stato accanto per un anno e mezzo nelle vesti di autore di discorsi, «la guerra lo ha comunque trasformato in un crociato». Significativo ad esempio è che sia stato Bush in persona a scegliere il termine «asse del male», quando Frum gli proponeva «asse dell’odio»: male rieccheggia più fedelmente l’insegnamento della Bibbia, alla quale Bush si rivolge quotidianamente per trarre consiglio anche su materia politica. E’ da quelle pagine che gli viene la convinzione che la guerra al terrorismo sia una lotta di assoluti: «O siete con noi, o siete contro di noi». Una lotta in cui a lui spetta il ruolo messianico di salvatore. Dal discorso sullo stato dell’Unione, dello scorso gennaio: «Il destino di questa Nazione non dipende dalle decisioni di altri. Qualsiasi azione si renda necessaria, in qualsiasi momento, io difenderò la sicurezza e la libertà degli americani». E quell’«io» al posto del tradizionale pluralis modestiae dei discorsi pubblici tradisce quanto l’ex peccatore redento senta di essere il prescelto da Dio.
Paul Henggeler, docente all’University of Texas-Panamerican, autore di numerosi testi sui presidenti americani, ricorda che in politica trarre ispirazione dalle scritture sacre non porta necessariamente al successo: «Vari studi negli Usa hanno dimostrato che i leader di successo sono piuttosto quelli che traggono ispirazione dalle esperienze e dagli esempi del passato». Henggeler avanza l’ipotesi che la fede, lo «zelo missionario», possa compromettere la presidenza di Bush, come compromise quella di Woodrow Wilson e di Herbert Hoover: «La dottrina religiosa intransigente riduce tutto a bianco e nero - spiega - e può rendere un leader impermeabile ai fatti e alle informazioni». Bush si è affidato a Dio per uscire dalle sue dipendenze, e ora dipende da Dio ciecamente. Ma siamo sicuri che Dio sia davvero dalla sua parte?