ALAIN GRESH Le Monde Diplomatique settembre 2002
«Ha usato armi chimiche contro il suo stesso popolo e contro gli stati confinanti». «Ha invaso i suoi vicini». «Ha ucciso a migliaia i suoi concittadini». Condoleezza Rice, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente George W. Bush, snocciola gli argomenti «irresistibili» che secondo lei dovrebbero indurre gli Stati uniti a intervenire in Iraq e a rovesciare il presidente Saddam Hussein (1). Affermazioni inconfutabili: nel settembre 1980 il regime di Baghdad aggredì l'Iran, dando così il via a uno dei conflitti più sanguinosi del secondo dopoguerra; messo in difficoltà, mise in campo le armi chimiche; infine, nel marzo 1988 a Halabja, usò i gas tossici contro 5.000 kurdi iracheni. Ma allora Washington reagì forse con una crociata contro quel «tiranno sanguinario»?
Come la stampa americana ha appena confermato, in quel periodo una sessantina di ufficiali americani fornivano segretamente «informazioni dettagliate sul dispiegamento delle forze iraniane» allo stato maggiore iracheno, con il quale discutevano i piani di battaglia. Informati dell'uso dei gas, quei consiglieri non fecero obiezioni in quanto «pensavano che l'Iraq lottasse per la propria sopravvivenza (2)».
Fin dal 1984, l'amministrazione Reagan aveva ristabilito rapporti diplomatici con Baghdad - interrotti dopo la guerra del 1967; e l'Iraq, promosso dall'Occidente al rango di bastione contro la «rivoluzione islamica», era stato cancellato dalla lista dei paesi accusati di sostenere il terrorismo. George Bush senior, giunto alla presidenza nel gennaio 1989, firmò a sua volta una direttiva in cui il cinismo faceva a gara con la stupidità: «Il ripristino di relazioni normali fra gli Stati uniti e l'Iraq servirebbe i nostri interessi a lungo termine e favorirebbe la stabilità nel Golfo e in Medioriente. Dobbiamo proporre incentivi all'Iraq per moderare i suoi comportamenti e accrescere la nostra influenza».
In quel periodo, varie società americane esportarono in Iraq, con l'avallo del Dipartimento di stato, prodotti utilizzabili per la fabbricazione di armi batteriologiche (3). E dunque facile comprendere per quale motivo la «comunità internazionale», così attenta, negli anni '90, ad analizzare la storia del programma di armi di distruzione di massa iracheno, non abbia mai indagato sulle società estere che hanno aiutato Baghdad. Sono troppi - dagli Stati uniti alla Germania, passando per la Francia - gli stati occidentali coinvolti.
Il dibattito sull'intervento militare per rovesciare il presidente Saddam Hussein è ormai in corso negli Stati uniti: un dibattito condotto con forza, ma unicamente sui mezzi e non sugli obiettivi. Non ci si chiede se questa guerra si debba fare, ma su come si debba procedere per farla. E sembra certo che le resistenze degli alleati europei e di quelli arabi - turbati dalla totale impunità del governo di Ariel Sharon - riusciranno soltanto a ritardare questa «prima guerra preventiva» del XXI secolo (si legga alle pagine 12 e 13).
Ufficialmente, l'operazione dovrebbe avere per obiettivo le armi di sterminio irachene. Ricordiamo che il disarmo di Baghdad è stato chiesto dalla risoluzione 687 del Consiglio di Sicurezza, adottata il 3 aprile 1991. Al punto 14, il testo precisa che queste misure «rientrano in un'azione volta a creare in Medioriente una zona libera da armi di distruzione di massa e da ogni tipo di missili-vettori».
Questa «azione» regionale non è stata mai avviata. Tutta l'attenzione si è focalizzata sull'Iraq, sottoposto a un micidiale sistema di embargo che affama la sua popolazione, condanna la società alla disgregazione e... rafforza il regime di Saddam Hussein. Tra il 1991 e il 1998, gli ispettori dell'Onu svolgeranno sul posto un lavoro impressionante, per assicurare lo smantellamento del programma nucleare, della quasi totalità dei missili e di buona parte delle armi chimiche. Era stato istituito un sistema di controllo a lungo termine, con telecamere di sorveglianza puntate su decine di siti. Si era ormai sulla via del disarmo e della fine dell'embargo. Ma di fatto, gli scopi di Washington erano altri.
Rolf Ekeus, che tra il 1991 e il 1997 era stato alla testa degli ispettori delle Nazioni unite in Iraq, ha rivelato recentemente che Stati uniti, non paghi di utilizzare gli ispettori per attività di spionaggio, erano giunti fino a «esercitare pressioni affinché conducessero missioni contraddittorie dal punto di vista iracheno, per dar luogo a un blocco che giustificasse un'azione militare diretta (4)». Ecco cos'era accaduto nel dicembre 1998, quando Washington decise di bombardare l'Iraq senza l'avallo dell'Onu, costringendo gli ispettori ad abbandonare il paese e lasciando da allora al di fuori di ogni controllo il programma di armamenti iracheno.
Oggi come ieri, ciò che la Casa bianca ricerca non è il ritorno degli ispettori in Iraq, bensì un pretesto per un'avventura militare che rischia di approfondire il fossato tra il mondo musulmano e l'Occidente.
Chi può sapere quali sarebbero le conseguenze di una tale impresa su una regione già sconquassata dall'offensiva del governo israeliano contro i palestinesi?
Brent Scowcroft, ex consigliere del presidente Bush senior, ha lanciato un avvertimento: «Israele sarebbe la prima vittima di una guerra, come nel 1991. (...) Stavolta, l'uso di armi di sterminio potrebbe riuscire a indurre una risposta israeliana, fors'anche con l'uso di armi nucleari, che scatenerebbe un Armageddon in Medioriente (5)».
note:
(1) Bbc, Londra, 15 agosto 2002.
(2) The New York Times, 18 agosto 2002.
(3) Rapporto del Senato americano citato da William Blum, «What The New York Times Left Out», Znet Commentary, 20 agosto 2002.
(4) Financial Times, Londra, 30 luglio 2002.
(5) The Wall Street Journal, 15 agosto 2002.