Cacciari: drammatico errore sostenere Saddam

Daria Gorodisky - Il Corriere della Sera 4 aprile 2003

 

ROMA - Pietro Ingrao dice che bisogna aiutare gli iracheni perché Bush è l'aggressore e «non deve restare impunito». Massimo Cacciari, cosa ne pensa? «Sono affezionato a Ingrao, ma la sua posizione non è assolutamente condivisibile, è un drammatico errore. Però non è giusto accusarlo di essere filoiracheno: la sua idea è che una sconfitta americana sarebbe augurabile per impedire che si ripetano interventi unilaterali o preventivi. Il fatto è che la politica statunitense non ha più niente a che vedere con il vecchio atlantismo; e così sono saltate le coordinate della politica estera della nostra prima Repubblica, basta sentire Andreotti, Scalfaro».

Eppure a sinistra c'è qualcuno che spera in un bagno di sangue per le truppe alleate. La piazza a volte esprime anche questo, si vedono sventolare bandiere irachene e spunta qualche ritratto di Saddam.

«E' una posizione decisamente minoritaria. Non c'è traccia del sentimento antiamericano che dilagava 35 anni fa, ai tempi del Vietnam».

Ha partecipato alle manifestazioni per la pace?

«Qualche volta. E a quelle più "cattive", dei disobbedienti. Ma non c'era antiamericanismo: figurarsi, è un'altra generazione, tutte persone nate con la globalizzazione, cresciute con uno stile di vita simil-Usa, con il computer…».

Qual è il suo auspicio rispetto alla guerra?

«Che finisca il più in fretta possibile. Anche perché ogni giorno che passa è un punto a favore di Saddam Hussein: non crede certo di poter vincere, ma gioca sul tempo per destabilizzare i governi dei Paesi arabi. Però bisogna andare oltre e pensare al dopo-guerra, a quale Onu dovrà affrontare la situazione, visto che l'organizzazione è naufragata proprio sul conflitto e non si potrà fare finta di niente: è di questo che devono discutere i governi europei. Invece noi dell'Ulivo andiamo a dividerci sulle paroline…».

Si riferisce alle tre mozioni presentate ieri dalle opposizioni?

«Opposizioni? Solo un'opposizione intra moenia , uno contro l'altro per mantenere le rendite di posizione. Un fallimento. Deve essere la voglia di proporzionale che è conficcata come un chiodo prussiano nella testa della stragrande maggioranza dei leader di centrosinistra. Così siamo andati in Parlamento con tre mozioni, nessuna delle quali all'altezza della situazione (anche se mi sento più vicino a quella Ds-Margherita)».

E quale lo sarebbe stato?

«Bisognava mettere il governo con le spalle al muro. Cosa significa andare a dire a Berlusconi "fai cessare il fuoco"? Si sarebbe dovuto chiedere con chiarezza "ti va bene un dopo-guerra gestito unilateralmente da Bush?" e "lavorerai per un'Europa con una voce unica, o farai il primo della classe dei filoatlantici?"».

Lei descrive un Ulivo destinato ad essere solo alleanza elettorale.

«Credo che dipenderà molto dai Ds. Se si divideranno, per il centrosinistra sarà un'ulteriore sciagura che porterà a processi riaggregativi. Questo vorrà dire perdere i prossimi due anni e dunque perdere le politiche del 2006».

Anche nel suo partito, la Margherita, ci sono divisioni. Dunque dove sono le cause di questo fallimento?

«I Ds sono rimasti abbarbicati a posizioni superate dai fatti. Cofferati, che speravo di vedere leader della coalizione, è finito capo-corrente. Rutelli ha tentato una forzatura per eleggere nuovi vertici della coalizione (ed era giusto mettere tutti alla prova), ma poi non ha avuto la forza di farlo. Anche i movimenti hanno sbagliato. Così ci dividiamo sulle parole. I socialdemocratici tedeschi hanno forse minacciato rottura perché Schroeder ha concesso l'uso di basi e spazio aereo agli americani? No. Qui invece ogni elemento di divisione assume valore strategico. Siamo tutti drammaticamente inadeguati».

C'è un problema di leadership?

«Per cambiare serve una battaglia politica, i leader non si suicidano».

Esiste una via d'uscita?

«Apriamo un dialogo con tutti, ma si dichiari con nettezza un presupposto: alla fine del percorso, anche lungo, ci deve essere un programma di governo e chi aderisce a questo dà vita a un nuovo soggetto politico. Se non si riesce a fare questo, vuol dire che non siamo proprio capaci».