Le Monde Diplomatique ottobre 2002
In nome dei diritti umani...
Il 12 settembre 2002 in un comunicato, Amnesty International osservava che «nel suo discorso all'assemblea generale delle Nazioni unite il presidente George Bush si era riferito alle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate contro il popolo iracheno dal suo stesso governo. Il documento aggiuntivo, distribuito alla stampa, richiamava a più riprese i rapporti sulla situazione dei diritti umani in Iraq, pubblicati da vari anni da Amnesty International. Ancora una volta il bilancio dei diritti umani in un paese è utilizzato in modo selettivo per legittimare azioni militari. Gli Stati uniti e altri governi occidentali hanno chiuso gli occhi davanti ai rapporti di Amnesty International concernenti gli attacchi generalizzati contro i diritti umani, nel corso della guerra Iran-Iraq e hanno ignorato la campagna di Amnesty International sulle migliaia di civili kurdi senza armi uccisi nel corso degli attacchi ad Halabja, nel 1988.
Mentre il dibattito si sviluppa intorno al tema del ricorso o meno alla forza armata contro l'Iraq, disgraziatamente non sono prese in considerazione le conseguenze dirette di ogni azione militare potenziale nei confronti dei diritti umani del popolo iracheno. La vita e la sicurezza dei civili devono essere la preoccupazione principale in ogni azione intrapresa per risolvere l'attuale crisi in materia umanitaria e dei diritti umani. L'esperienza delle precedenti azioni armate nel Golfo ha mostrato come, troppo spesso, i civili divengano le vittime accettabili della guerra». Il fatto è che la questione che l'amministrazione Usa non si pone mai, è quella del prezzo che la popolazione irachena finirà per pagare, in seguito a un intervento militare. Un rapporto pubblicato da alcune associazioni britanniche, non più tardi del 6 agosto 2002, offre una sintesi assai efficace delle sofferenze di tutto un popolo preso in ostaggio. Così, nel marzo del 1999, una commissione nominata dal consiglio di sicurezza rilevava che «in radicale contrasto con la situazione precedente agli avvenimenti del 90/91, i tassi di mortalità infantile sono in Iraq tra i più alti del mondo: il 23% dei bambini nasce con peso insufficiente, la malnutrizione colpisce un bambino dell'età di cinque anni ogni quattro, solo il 41% della popolazione usufruisce di un accesso regolare all'acqua potabile e l'83% delle scuole avrebbe bisogno di essere riparata».
D'altro canto i redattori notavano gli effetti sociali negativi delle sanzioni: «una delinquenza giovanile in aumento, mendicità e prostituzione, ansia per il futuro e assenza di motivazioni, acuto senso di isolamento, reso più forte dall'assenza di contatti con il mondo esterno, sviluppo di un'economia parallela caratterizzata dal ricerca senza soste del profitto e dalla criminalità, un impoverimento culturale e scientifico, il turbamento della vita familiare. L'organizzazione mondiale della sanità ha notato che il numero di malati mentali che frequentano le istituzioni sanitarie è aumentato del 157%, tra 1990 e 1998».
Già il 17 aprile del 2000 il segretario generale delle Nazioni unite, Kofi Annan, notava che «il bilancio del "decennio delle sanzioni" ha sollevato seri dubbi, non solamente per la loro efficacia, ma anche a proposito della loro portata e per la loro severità, dal momento che civili innocenti diventano spesso le vittime non solo del loro governo ma anche di azioni della comunità internazionale.
Quando sanzioni economiche potenti e globali sono dirette contro regimi autoritari, allora, tragicamente, è soprattutto la popolazione che soffre e non le élite politiche il cui comportamento ha determinato le sanzioni».
note:
«Iraq Santions: Humanitarian Implications and Options for the Future», tratto da "www.globalpolicy.org/security/sanction/iraq/2002" - collegamento ora inattivo