Conflitto tra civiltà

Bernardo Valli - La Repubblica 18 dicembre 1998

 

L' ASPETTO più pericoloso (e odioso) del cronico conflitto tra Stati Uniti e Iraq è il rischio di quel che Samuel P. Huntington ha chiamato, in un celebre articolo pubblicato nell'estate '93 su Foreign Affairs, "The Clash of Civilizations". Mai testo è stato tanto discusso da quando è cominciata l'era postcomunista.

Il titolo su Foreign Affairs era seguito da un punto interrogativo, come se si trattasse di un'ipotesi: in realtà, nell'articolo, l'autore sosteneva una tesi ben precisa. Secondo la quale i conflitti tra gruppi appartenenti a diverse civiltà stanno diventando i dati di base della politica globale. Vale a dire che ai conflitti ideologici Est-Ovest si sostituiscono, appunto, i conflitti tra civiltà: in particolare tra l'Occidente e l'Islam.

Huntington, professore a Harvard, e un tempo esperto per i problemi riguardanti la sicurezza nell'amministrazione Carter, dice che la Seconda Guerra del Golfo (la Prima è stata quella Iraq-Iran) è diventata una guerra tra due civiltà perché l'Occidente è intervenuto, nel '91, con la forza, in un conflitto musulmano (dopo che l'Iraq aveva invaso il Kuwait).
I successivi episodi bellici, compresi quelli in corso, non sono che la continuazione. Gli occidentali hanno sostenuto, con una schiacciante maggioranza, l'intervento guidato e dominato dagli americani; e i musulmani del mondo intero hanno finito col vedere in quell'intervento una guerra contro di loro in quanto musulmani.

 

L'EGITTO, la Siria e l'Arabia Saudita, e in misura minore il Pakistan, il Marocco e il Bangladesh, hanno partecipato con le loro truppe alla coalizione anti-irachena creata dagli Stati Uniti. La Turchia ha persino chiuso l'oleodotto tra l'Iraq e il Mediterraneo e ha offerto le sue basi all'Air Force e alla Navy. Ma i cuori delle masse musulmane, non soltanto di quelle arabe, erano e sono rimasti per Saddam Hussein. Lui è il rais che resiste alla superpotenza occidentale. Lui ha il coraggio di sfidarla. Basta questo per farne un eroe. Non importa se perde ogni volta e non potrà mai vincere.

Non penso che la tesi di Huntington sia del tutto fondata. Essa accende nelle menti più disponibili, più interessate, le immagini di ordi barbariche (quelle del "nazismo verde": il fondamentalismo musulmano) che traboccano dalle terre dell'Islam e si abbattono sulle spiagge occidentali. In realtà l'Islam si dilania al suo interno. La Prima Guerra del Golfo è avvenuta quando, a Bagdad, Saddam Hussein pensò di poter sconfiggere, sull'altra sponda dello Sciat-el-Arab, il nemico storico iraniano, indebolito dalla rivoluzione khomeinista di Teheran. Ed è nel nome di una tradizione fanatica che gli integralisti sfidano il modernismo infiacchito, sempre nell'ambito dell'Islam, in Algeria o in Egitto. E' stato un integralista egiziano ad assassinare Sadat e un integralista israeliano ad assassinare Rabin. Ma è vero che nell'immaginazione collettiva il confronto può riassumersi spesso in quello "atavico" tra Oriente e Occidente, quest'ultimo annidato nel modernismo. Saddam Hussein, le cui origini politiche sono quelle di un "mangiapreti" (poiché il suo partito è formalmente il Baas, un vecchio movimento laico), non ha esitato, nei momenti cruciali, a ricorrere alla religione, a richiamarsi all'Islam, contando sui sentimenti arabi e musulmani in generale. Quando egli dice, con toni da predicatore, che gli americani si trincerano dietro la loro superiorità tecnologica e non osano affrontare faccia a faccia sul terreno gli iracheni, dice una spacconata, ma tocca corde sensibili e non molto diverse da quelle religiose. Il confronto Occidente-Islam può anche avere quella lettura. Chiunque abbia una certa familiarità con le società musulmane, anche le più moderne, le più aperte, ossia le più coraggiose (in Algeria e altrove) perché hanno resistito e resistono al fondamentalismo, spesso a rischio della vita, sa quanto sia forte la sensibilità su questo terreno. Come chiamarla? Frustrazione tecnologica? Tante, e tanto vaste, e profonde, e insidiose, possono essere le conseguenze del cronico confronto tra Stati Uniti e Iraq. E' come un veleno che si infiltra nelle pieghe, nei rancori antichi e nelle nuove paure, delle "due civiltà". Mentre nella realtà il confronto è riconducibile a cause molto più rudimentali. Da un lato c'è un dittatore, tanto sanguinario quanto abile, che si mantiene al potere imponendo al paese uno stato di guerra permanente: una guerra che sfinisce la popolazione ma che salva la sua pelle. Dall'altro c'è una super potenza che deve salvare la propria credibilità, e che come tutti i paesi democratici è influenzato, nei suoi comportamenti esterni, dalla politica interna. I meccanismi del potere americano, compresi quelli militari, sfuggono senz'altro alle iniziative troppo personali del presidente, ma la coincidenza tra l'avvio del processo di impeachment e il lancio dei missili su Bagdad, è abbastanza straordinaria. Fa comunque riflettere.

C'è chi sostiene che l'America sia davanti a un grande vuoto da quando l'Unione Sovietica si è dissolta: manca di avversari, non ha più un comunismo da sconfiggere, non trova un incentivo capace di ricaricarla. A volte si ha l'impressione che Saddam Hussein sia qualcosa di simile a un "punching bag", a quel sacco di sabbia o di segatura contro il quale i pugili si esercitano nell'attesa di un avversario. Ma l'Iraq non è né sabbia né segatura. E' senza dubbio paradossale dire che Saddam serve a Clinton e Clinton serve a Saddam. Il gioco è comunque crudele.

E ha le sue regole. Saddam non può certo sostenere di essere stato sorpreso. Non c'è mai stato un attacco aereo tanto annunciato. La sorpresa ci sarebbe stata se non fossero arrivati i missili. Il confronto ha assunto accenti e dimensioni tali da rendere inevitabile, meccanico, l'intervento americano. Saddam lo sapeva. Anche questa volta sapeva come risparmiare il sangue della sua gente.

La posta in gioco non sono i suoi arsenali di armi chimiche e biologiche. Esse non costituiscono un pericolo né per il mondo e neppure più per la regione. L'Iraq, dicono gli esperti, non ha abbastanza missili per lanciarli fuori dalle sue frontiere. Servono a Saddam (che le ha usate contro la sua gente, per reprimere a Nord i curdi e a Sud gli sciiti) anzitutto per provocare Clinton. E' una strana partita. Le letture possono essere tante. Il presidente americano aveva appena conquistato i cuori di molti arabi, recandosi a Gaza dai palestinesi, ed ecco che Saddam chiudendo le porte agli ispettori delle Nazioni Unite provoca l'intervento americano. Intervento che cancella le simpatie conquistate da Clinton. Il rais di Bagdad ha una fedina penale troppo carica per essere sensibile ai richiami. Al presidente americano possiamo invece dire che troviamo il suo ruolo, nella partita, sbagliato: sia nella forma sia nella sostanza. Ma anche inevitabile fin che la partita continua. Meglio quindi chiuderla.