Moctezuma e i segni

 

in: Tzvetan Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’”altro”, Torino, Einaudi, 1992

 

Moctezuma sapeva informarsi sui suoi nemici quando essi si chiamavano tlaxcaltechi, taraschi, huastechi; ma si trattava, in questo caso, di un sistema di informazione perfettamente definito. L’identità degli spagnoli è, invece, così diversa, il loro comportamento è a tal punto imprevedibile che l’intero sistema di comunicazione ne risulta sconvolto, - per cui gli aztechi falliscono proprio là dove prima ottenevano ottimi successi: nella raccolta di informazioni. Se gli indiani avessero saputo, scrive più volte Bernal Diaz, quanto pochi, deboli, spossati eravamo allora... Tutte le azioni degli spagnoli colgono di sorpresa gli indiani, come fossero questi ultimi a condurre una guerra regolare e gli spagnoli li incalzassero con una guerra di guerriglia.

Troviamo una conferma globale di questo atteggiamento degli indiani di fronte agli spagnoli nella stessa costruzione dei racconti indigeni della conquista. Essi cominciano invariabìlmente con l’enumerazione dei presagi che annunciano la venuta degli spagnoli. Moctezuma è, a quel che sembra, bombardato da una quantità di messaggi i quali, per giunta, predicono tutti la vittoria dei nuovi arrivati. «A quell’epoca, l’idolo Quetzalcoatl, dio dei cholultechi, annunciò la venuta di uomini strani i quali si sarebbero impadroniti del regno. Del pari, il re di Texcoco [Nezahualpilli], che aveva stretto un patto col diavolo, venne una volta a visitare Moctezuma in un’ora indebita e gli assicurò che gli dèi gli avevano detto che grandi prove e grandi sofferenze si preparavano per lui e per tutto il suo regno; numerosi stregoni e maghi dicevano la stessa cosa» (Tovar, p. 69). Esistono indicazioni analoghe concernenti non solo gli aztechi del Messico centrale, ma i tainos caraibici «scoperti» da Colombo, i taraschi di Michoacàn, i maya dello Yucatan e del Guatemala, gli incas del Perù, ecc. Un profeta maya, Ah Xupan Nauat, avrebbe previsto fin dall’XI secolo che l’invasione dello Yucatàn sarebbe cominciata nel 1527. Nel complesso, questi racconti appartenenti a popolazioni lontanissime l’una dall’altra colpiscono per la loro uniformità: l’arrivo degli spagnoli è sempre preceduto da presagi, la loro vittoria è sempre annunciata come certa. Più ancora, questi presagi si assomigliano stranamente da un capo all’altro del continente americano: una cometa, un fulmine, un incendio, uomini a due teste, persone che parlano in stato di trance, ecc.

Anche a non voler escludere a priori la realtà di questi presagi, un cosi gran numero di coincidenze dovrebbe metterci in sospetto. Tutto fa credere che i presagi siano stati inventati a cose fatte: ma perché? E’ facile capire che questo modo di vivere gli avvenimenti è in completo accordo con le regole della comunicazione così come viene praticata dagli indiani. Anziché percepire il fatto come un evento puramente umano anche se inedito — l’arrivo di uomini avidi di oro e di potere — gli indiani lo inseriscono in una rete di rapporti naturali, sociali e sovrannaturali, nella quale l’evento perde di colpo la sua singolarità: viene in qualche modo addomesticato, assorbito in un ordine di credenze prestabilito. Gli aztechi percepiscono la conquista (cioè la loro sconfitta), e al tempo stesso la superano mentalmente iscrivendola in una storia concepita secondo le loro esigenze (non sono i soli a farlo); il presente diventa intelligibile, e al tempo stesso meno inammissibile, a partire dal momento in cui si può vederlo già anunciato nel passato. E il rimedio è cosi ben adeguato alla situazione che, ascoltando il racconto, tutti credono di ricordare che dei presagi erano stati formulati assai prima della conquista. Ma intanto queste profezie esercitano un effetto paralizzante sugli indiani che le conoscono, e ne indeboliscono la resistenza; è noto, ad esempio, che Montejo fu molto ben accolto in quelle parti dello Yucatén da dove provenivano le profezie del Chilam Balam.

Questo comportamento contrasta con quello di Cortés, ma non con quello di tutti gli spagnoli. Abbiamo già incontrato un esempio spagnolo di una concezione della comunicazione sorprendentemente simile a quella degli indiani: l’esempio di Colombo. Come Moctezuma, Colombo raccoglieva attentamente le informazioni concernenti le cose, mentre falliva nella comunicazione con gli uomini. Cosa ancor più notevole, di ritorno dalla sua eccezionale scoperta Colombo si affrettò a scrivere il suo Chilam Balam: non ebbe requie finché non produsse un Libro delle profezie, raccolta di formule estratte dalle Sacre Scritture o ad esse attribuite, che — a suo dire — predicevano la sua avventura e le sue conseguenze. Per la sua struttura mentale, legata alla concezione medievale del sapere, Colombo è più vicino agli uomini da lui scoperti che ad alcuni suoi compagni: come sarebbe stato sorpreso di apprenderlo! Ma non è il solo. Machiavelli, teorico del mondo futuro, scrive qualche temo dopo nei suoi Discorsi: «Donde ei si nasca io non so, ma ci si vede per gli antichi e per gli moderni esempli che mai non venne alcuno grave accidente in una città o in una provincia che non sia stato, o da indovini o da rivelazioni o da prodigio da altri segni celesti, predetto» (I, 56).Las Casas consacra un intero capitolo della Historia de las Indias al seguente argomento: «Dove si vede come la Divina Provvidenza non permette mai che degli avvenimenti importanti per il bene del mondo, o per il suo castigo, avvengano senza che siano stati prima annunciati e predetti dai santi o da altri, anche dagli infedeli o dai malvagi, e talvolta persino dal demonio» (I, 10). Meglio una profezia fatta dal demonio che nessuna profezia! Alla fine del secolo il gesuita José de Acosta è più prudente, ma rivela ancora la stessa struttura mentale: «Sembra assai ragionevole pensare che una cosa di tale importanza [come la scoperta dell’America] debba essere menzionata nelle Sacre Scritture» (I, 15).

A questo modo particolare di praticare la comunicazione (che trascura la dimensione interumana per privilegiare il contatto col mondo) va ricondotta l’immagine deformata che gli indiani si costruiscono degli spagnoli nel corso dei primi contatti, e in particolare l’idea che essi siano degli dèi; quest’idea ha anch’essa un effetto paralizzante. Il fatto sembra assai raro nella storia delle conquiste e della colonizzazione (lo si ritrova in Melanesia ed è responsabile della triste sorte del capitano Cook); può essere spiegato solo come conseguenza dell’incapacità di percepire l’identità umaa degli altri, cioè di riconoscerli — al tempo stesso — come eguali e come diversi.

La prima reazione spontanea nei confronti dello straniero è quella di immaginarlo come inferiore, perché diverso da noi: non è un uomo, o — se lo è — è un barbaro inferiore; se non parla la nostra lingua, non ne parla alcuna, non sa parlare (come pensava ancora Colombo). Perciò gli slavi d’Europa chiamano il loro vicino tedesco nemec, il muto; i maya dello Yucatn chiamano gli invasori toltechi i nunob, i muti, e i maya cackchiquel si riferiscono ai maya mam come ai «balbuzienti» o ai «muti». Gli stessi aztechi chiamano le popolazioni a sud di Vera Cruz nonoualca, i muti; e chiamano coloro che non parlano il nahuatl tenime (barbari)o popoloca (selvaggi). Condividono il disprezzo di tutti i popoli per i propri vicini pensando che le popolazioni più lontane, geograficamente e culturalmente, non sono neppure degne di essere sacrificate e consumate (il sacrificato dev’essere, al tempo stesso, straniero e meritevole di stima, cioè vicino). «Il nostro dio non ama la carne di questi popoli barbari. Per lui è un cattivo pane, duro, insipido, perché parlano una lingua straniera, perché sono dei barbari» (Duràn, III, 28).

Per Moctezuma, le differenze fra aztechi, tlaxcaltechi e chichimechi esistono, certo: ma sono immediatamente assorbite nella gerarchia interna del mondo azteco. Gli altri sono i sottomessi, coloro fra i quali vengono (o non vengono) reclutate le vittime sacrificali. Ma, anche nei casi più estremi, non vi è un sentimento di estraneità assoluta: per esempio, a proposito dei totonachi gli aztechi dicono che parlano una lingua barbara, ma vivono una vita civile (CF, X, 29), cioè quella che può apparire tale agli occhi degli aztechi.

Invece, l’estraneità degli spagnoli è molto più radicale. I primi testimoni del loro arrivo si affrettano a riferire le loro impressioni a Moctezuma: «Dobbiamo dirgli ciò che abbiamo veduto, ed è terrificante: nulla di simile è mai stato visto» (Codice Fiorentino, XII, 6). Non riuscendo a inserirli in un contesto simile a quello dei totonachi (portatori di un’alterità nient’affatto radicale), gli aztechi rinunciano — dinanzi agli spagnoli — al loro sistema di alterità umane e si sentono spinti a ricorrere all’unico altro dispositivo accessibile: lo scambio con gli dèi. Anche in questo si possono paragonare a Colombo, ma con una differenza essenziale: come loro, anche Colombo non riesce facilmente a vedere nell’altro un essere che è umano e, al tempo stesso, diverso; ma tratta gli altri come degli animali. L’errore degli indiani non durerà a lungo; abbastanza però perché la battaglia sia definitivamente perduta e l’America sottomessa all’Europa. Come dice in altra occasione il Libro di Chilam Balam: «Chi non saprà comprendere, morrà; chi capirà, vivrà»

[pp. 89-93]