in: Tzvetan Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’”altro”, Torino, Einaudi, 1992
Tutti sono d’accordo nel riconoscere l’importanza del ruolo della Malinche. Cortés la considera un’alleata indispensabile, come è dimostrato dal ruolo che egli attribuisce alla loro intimità fisica. Mentre, subito dopo averla «ricevuta», l’aveva «offerta» a uno dei suoi luogotenenti (e la darà in sposa a un altro conquistador dopo la resa di Città del Messico), la Malinche diventerà la sua amante nella fase decisiva, dalla partenza per Città del Messico fino alla caduta della capitale azteca. Senza voler trarre delle conclusioni sul modo in cui gli uomini decidono il destino delle donne, si può senz’altro dire che quella relazione fu motivata da ragioni strategiche e militari più che sentimentali: grazie ad essa, la Malinche poté assumere il suo ruolo essenziale. Ma anche dopo la caduta di Città del Messico la vediamo ugualmente apprezzata: «Senza di lei Cortés non poteva trattare alcun affare con gli indiani» (Bernal Diaz, 180). Anche questi ultimi vedono in lei qualcosa di più di un interprete; tutti i racconti la menzionano frequentemente e la troviamo raffigurata in tutte le immagini. Quella che illustra, nel Codice fiorentino, il primo incontro fra Cortés e Moctezuma è assai caratteristica al riguardo: i due capi militari occupano i lati estremi dell’immagine, dominata dal personaggio centrale della Malinche. Bernal Diaz riferisce a sua volta: «Doña Marina era donna di grande valore; aveva un ascendente enorme su tutti gli indiani della Nuova Spagna» (37). E’ rivelatore anche il soprannome che gli aztechi danno a Cortés: lo chiamano... Malinche (una volta tanto, non è la donna che prende nome dall’uomo).
Dopo l’indipendenza, i messicani hanno — in genere — disprezzato e biasimato la Malinche, divenuta simbolo del tradimento dei valori autoctoni, della sottomissione servile alla cultura e al potere europei. E’ vero che la conquista del Messico sarebbe stata impossibile senza di lei (o di qualcun altro che avesse svolto la medesima funzione), e che essa fu dunque responsabile di quanto avvenne. Ma io la vedo sotto una luce assai diversa: la Malinche è il primo esempio, e quindi il simbolo, dell’ibridazione delle culture; come tale, essa preannunzia il moderno Stato messicano e, al di là di esso, precorre una condizione che è oggi comune a tutti, poiché, se non sempre siamo bilingui, siamo tutti inevitabilmente partecipi di due o tre culture. La Malinche esalta la mescolanza a danno della purezza (azteca o spagnola) ed enfatizza il ruolo dell’intermediario. Non si sottomette puramente e semplicemente all’altro (caso, purtroppo, molto più comune: si pensi a tutte le giovani indiane, «offerte in dono» o meno, di cui si impadroniscono gli spagnoli); ne adotta l’ideologia e se ne serve per meglio comprendere la propria cultura, come dimostra l’efficacia del suo comportamento (anche se «comprendere» serve, in questo caso, a «distruggere»).
Più tardi, molti spagnoli imparano il nahuatl e Cortés se ne trova avvantaggiato. Per esempio, dona a Moctezuma imprigionato un paggio che parla la sua lingua; l’informazione circola allora nei due sensi, ma con risultati — nell’immediato — molto diseguali. «Poi Moctezuma chiese a Cortés un paggio spagnolo, che sapeva già la sua lingua; era costui un tal Orteguilla, che fu molto utile a tutti: a Moctezuma perché gli raccontava molte cose di Castiglia, ed a noi perché ci riferiva tutto quel che diceva il re coi suoi messicani» (Bernal Diaz, 95).
Postosi così in grado di comprendere la lingua, Cortés non trascura alcuna occasione per raccogliere nuove informazioni. «Terminato il pasto, Cortés chiese loro, per mezzo dei nostri interpreti, alcune cose riguardanti il loro signore Moctezuma» (Bernal Diaz, 61). «Cortés prese a parte i cacicchi e chiese loro notizie molto particolareggiate su Città del Messico» (ibid., 78). Le sue domande sono legate direttamente alla condotta della guerra. Dopo un primo scontro, interroga subito i capi dei vinti: «Come mai, essendo così numerosi, erano fuggiti dinanzi a un piccolo numero di avversari?» (Gòmara, 22). Una volta ottenute le informazioni, Cortés non manca mai di ricompensare generosamente chi gliel’ha fornite. E’ pronto ad ascoltare dei consigli, anche se non sempre li segue (poiché le informazioni vanno interpretate).
Grazie a questo sistema informativo perfettamente efficiente Cortés viene a conoscere rapidamente e in modo circostanziato l’esistenza di dissensi interni fra gli indiani, un fatto che — come abbiamo visto — ebbe importanza decisiva per la vittoria finale. Fin dagli inizi della spedizione, egli è attentissimo a ogni notizia in proposito. Quei dissensi erano effettivamente molto numerosi. Scrive Bernal Diaz:
«Erano continuamente in guerra, provincia contro provincia, villaggio contro villaggio» (208); e Motolinia ribadisce: «Quando arrivarono gli spagnoli, tutti i signori e tutte le province erano fra loro in aspro contrasto e in guerra continua gli uni contro gli altri» (III, 1). Giunto a Tlaxcala, Cortés è particolarmente sensibile alla cosa: «Vista la discordia e inimicizia degli uni contro gli altri, non ne ebbi poco piacere perché mi sembrò che mi venisse molto utile per sottometterli più in fretta, secondo quel proverbio che dice: “dal bosco uscirà quel che distruggerà il bosco”; e mi ricordai anche di un detto evangelico che dice: Omne regnum in seipsum divisum desolabitur». E’ curioso notare come Cortés ami leggere questo principio dei Cesari nel libro dei cristiani! Gli indiani arriveranno al punto di sollecitare l’intervento di Cortés nei loro conflitti interni, come scrive Pietro Martire: «Speravano che, coperti da tali eroi, avrebbero avuto aiuto e protezione contro i loro vicini, poiché soffrono anch’essi di quella malattia che non è mai scomparsa e che è, in qualche modo, innata all’umanità: hanno, come gli altri uomini, la sete di dominio» (IV, 7). È proprio l’efficace conquista dell’informazione che provoca la caduta finale dell’impero azteco: mentre Cuauhtemoc inalbera imprudentemente le insegne reali sull’imbarcazione che dovrebbe consentirgli la fuga, gli ufficiali di Cortés raccolgono immediatamente tutte le informazioni che lo riguardano e possono condurre alla sua cattura. «Accortosi della fuga del re, Sandoval tralasciò di demolir case e barbacani e diede ordine ai brigantini d’inseguir le piroghe» (Bernal Diaz, 156). «Garcìa de Olguin, comandante di uno dei brigantini, avendo saputo — da un messicano fatto prigioniero — che la canoa che stava inseguendo aveva a bordo il re, le diede una caccia cosi spietata che alla fine la raggiunse» (Ixtlilxochitl, XIII, 173). La conquista dell’informazione porta alla conquista del regno.
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