in: Tzvetan Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’”altro”, Torio, Einaudi, 1992
Colombo parla degli uomini che vede solo perché, dopo. tutto, fanno parte anch’essi del paesaggio. I suoi accenni agli abitanti delle isole sono sempre inframmezzati alle sue notazioni sulla natura: fra gli uccelli e gli alberi vi sono anche gli uomini. «Nell’interno vi sono molte miniere di metalli e innumerevoli abitanti» (Lettera a Santàngel, febbraio-marzo 1493). «Continuamente in queste scoperte fino ad allora era andato di bene in meglio, tanto per le terre, gli alberi, i frutti e i fiori, quanto per gli abitanti» (Giornale di bordo, 25 novembre 1492). «Quattro o cinque di queste radici (...) sono molto gustose ed hanno lo stesso sapore delle castagne. Ma qui sono molto più grandi e migliori di quelle che aveva trovato nelle altre isole, e l’Ammiraglio dice di averne trovate anche in Guinea, ma qui erano grandi come una coscia. Afferma anche, di questa gente, che eran tutti robusti e valenti» (16 dicembre 1492). E chiaro in che modo vengono introdotti gli esseri umani: per mezzo di una comparazione, che serve a descrivere le radici. «I marinai videro che le donne maritate portavano mutandoni di cotone, ma non le ragazze, eccettuate alcune che avevano già diciott’anni. C’erano dei mastini e altri piccoli cani, e videro un uomo che aveva nel naso un pezzo d’oro, che poteva avere la grandezza di mezzo castellano...» (17 ottobre 1492): questa menzione dei cani in mezzo alle osservazioni sulle donne e sugli uomini indica bene il registro nel quale questi saranno integrati.
Significativa è la prima menzione degli indiani: «Subito videro gente nuda» (ii ottobre 1492). Era vero, ma è rivelatore che la prima caratteristica di quel popolo che colpisce Colombo sia la mancanza di abiti, i quali a loro volta sono un simbolo di cultura (di qui l’interesse di Colombo per le persone vestite, che avrebbero potuto essere un po’ meglio assimilate a ciò che si sapeva del Gran Khan; è un po’ deluso di aver trovato solo dei selvaggi). E la constatazione ritorna: «Vanno ignudi, uomini e donne, come le loro madri li hanno partoriti» (6 novembre 1492). «Questo re e tutti gli altri andavano nudi come la loro madre li aveva fatti, e così anche le donne, senza alcuna traccia di vergogna» (16 dicembre 1492): le donne, almeno, avrebbero potuto fare uno sforzo... Le sue osservazioni si limitano, non di rado, all’aspetto fisico delle persone, alla loro statura, al colore della pelle (molto più apprezzato quando è più chiaro, cioè più simile al suo). «E sono del colore degli abitanti delle Canarie, né neri né bianchi» (ii ottobre 1492). «Erano decisamente più belli degli altri; tra loro videro due giovani donne, bianche come spagnole» (13 dicembre 1492). «Ci sono alcune donne molto belle» (21 dicembre 1492). E conclude con sorpresa che, benché nudi, gli indiani sembrano più simili a uomini che ad animali. «Tutti gli abitanti di quelle isole e della terraferma, pur avendo aspetto animalesco e andando in giro nudi, (...) sembravano loro molto ragionevoli e dotati di acuta intelligenza» (Bernàldez).
Fisicamente nudi, gli indiani — agli occhi di Colombo — sono anche privi di ogni proprietà culturale: sono caratterizzati, in qualche modo, dalla mancanza di costumi, di riti, di religione (e in ciò vi è una certa logica, perché per un uomo come Colombo gli esseri umani si vestono in conseguenza della loro espulsione dal paradiso terrestre, che è poi all’origine della loro identità culturale). C’è inoltre la sua abitudine di vedere le cose cosi come gli conviene di vederle; ma è significativo che questa abitudine lo porti a costruirsi l’immagine della nudità spirituale. «Mi parve che fossero gente molto povera di ogni cosa, — scrive in occasione del primo incontro con gli indiani; e aggiunge: .— Mi parve che non abbiano alcuna religione» (11 ottobre 1492). «Questa gente è molto mite e timida, nuda, come ho detto, senza armi né legge» (4 novembre 1492). «Non hanno religione e non sono idolatri» (27 novembre 1492). Già privi di lingua, gli indiani si rivelano anche sprovvisti di leggi e di religione; e se hanno una cultura materiale, essa non attira l’attenzione di Colombo più di quanto Io interessi la loro cultura spirituale: «Essi portavano delle balle di cotone filato, pappagalli, lance e altre cosette, che sarebbe noioso mettere per iscritto» (13 ottobre 1492): l’importante, naturalmente, era la presenza dei pappagalli. L’atteggiamento di Colombo nei confronti di questa cultura è, nella migliore delle ipotesi, quello del collezionista di curiosità, e non si accompagna mai a un tentativo di comprensione: osservando per la prima volta delle costruzioni in muratura (nel corso del suo quarto viaggio, sulle coste dell’Honduras), si accontenta di ordinare che ne venga staccato un pezzo da conservare per ricordo.
Non desta meraviglia che tutti questi, indiani culturalmente vergini, pagina bianca in attesa dell’iscrizione spagnola e cristiana, si somiglino fra loro. «Tutta questa gente affine a quella già menzionata. Sono dello stesso tipo, egualmente nudi e della medesima statura» (17 ottobre 1492). «Vennero molti di questi abitanti, che sono simili a quelli delle altre isole, nello stesso modo nudi e dipinti» (22 ottobre 1492). «Questa gente, dice l’Ammiraglio, ha gli stessi caratteri e gli stessi costumi di quella incontrata prima» (10 novembre 1492). «Costoro sono simili agli altri che avevo trovato, dice l’Ammiraglio, e credono anch’essi che noi siamo venuti dal cielo» (3 dicembre 1492). Gli indiani si assomigliano perché sono tutti nudi, privi di caratteri distintivi.
Misconoscimento, dunque della cultura degli indiani e loro assimilazione alla natura; con queste premesse, non possiamo certo attenderci di trovare negli scritti di Colombo un ritratto particolareggiato della popolazione. L’immagine ch’egli ce ne offre obbedisce, in parte, alle stesse regole che presiedono alla descrizione della natura: Colombo ha deciso di ammirare tutto, e quindi in primo luogo la bellezza fisica. «Erano molto ben fatti, con corpi molto belli e volti molto graziosi» (11 ottobre 1492). «Tutti altissimi, gente veramente bella» (13 ottobre 1492). «Erano gli uomini e le donne più belli che avevano trovato sinora» (16 dicembre 1492).
Un autore come Pietro Martire, che riflette fedelmente le impressioni (o i fantasmi) di Colombo e dei suoi primi compagni, si compiace di dipingere scene idilliache. Cosi, ad esempio, descrive le indiane che vengono a salutare Colombo: «Erano tutte belle. Si sarebbe creduto di vedere quelle splendide naiadi o quelle ninfe delle fontane tanto celebrate nell’antichità. Tenendo in mano grandi ciuffi di palme, che portavano mentre eseguivano le loro danze accompagnandole col canto, piegarono le ginocchia e li presentarono all’adelantado» (I, 5).
Questa ammirazione, aprioristicamente decisa, si estende anche al campo morale. Sono brava gente, dichiara di primo acchito Colombo, senza preoccuparsi di giustificare la sua affermazione. «Sono il miglior popolo del mondo e soprattutto il più dolce» (16 dicembre 1492). «L’Ammiraglio afferma che è impossibile credere che qualcuno abbia mai visto un popolo con tanto cuore» (21 dicembre 1492). «Assicuro le Vostre Altezze che al mondo non c’è gente o terra migliori di queste» (25 dicembre 1492): il facile nesso istituito fra uomini e terre indica assai bene in quale spirito scrive Colombo, e quanta poca fiducia si debba attribuire al carattere descrittivo delle sue affermazioni. Del resto, quando conoscerà un po’ meglio gli indiani, egli cadrà nell’estremo opposto, senza per questo fornire informazioni più degne di fede: naufrago in Giamaica, si vede «circondato da un milione di selvaggi crudelissimi e a noi ostili» (Lettera rarissima, 7 luglio 1503). Certo, si resta colpiti dal fatto che Colombo non trova — per caratterizzare gli indiani — aggettivi diversi dalla coppia buono/cattivo, che in realtà non dice niente: non solo perché queste qualità dipendono da un determinato punto di vista, ma anche perché corrispondono a stati momentanei e non a caratteristiche permanenti; non sono il frutto del desiderio di conoscere, ma dell’apprezzamento pragmatico di una situazione.
Due caratteristiche degli indiani sembrano, a prima vista, meno prevedibili di altre: la loro «generosità» e la loro «vigliaccheria». Ma, a leggere le descrizioni di Colombo, ci si accorge che queste affermazioni ci informano più su Colombo che sugli indiani. In mancanza di parole, indiani e spagnoli si scambiano — fin dal primo incontro — piccoli oggetti; e Colombo non si stanca di lodare la generosità degli indiani che danno tutto per niente. A suo giudizio, essa giunge talvolta fino alla balordaggine: perché apprezzano nello stesso modo un pezzo di vetro ed una moneta? una monetina e una moneta d’oro? «Diedi ad alcuni di loro qualche berretta rossa e qualche collanina di vetro che si misero al collo, e molte altre cose di poco valore. Essi gradirono molto questi doni» (Giornale di bordo, 11 ottobre 1492). «Tutto quello che possiedono essi lo danno per qualsiasi cosa sia offerta loro, tanto che scambiavano i loro oggetti persino con cocci di piatti rotti e con pezzi di coppe di vetro» (1 ottobre 1492). «E diedero a tutti tutto quello che chiedevano, senza voler niente in cambio» (13 dicembre 1492). «Quale che sia l’oggetto che viene dato loro in cambio e quale che sia il suo valore, valga esso molto o sia cosa di poco prezzo, essi sono contenti» (Lettera a Santàngel, febbraio-marzo 1493). Colombo non capisce che, come le lingue, anche i valori sono convenzionali, che l’oro «in sé» non è più prezioso del vetro, ma lo è nel sistema di scambio europeo. Così, quando conclude la sua descrizione degli scambi con gli indiani scrivendo: «Arrivavano a prendere persino i pezzi delle doghe rotte dei barili, dando in cambio quello che avevano, come degli stupidi bruti!» (Lettera a Santàngel febbraio-marzo 1493), si ha l’impressione che, in questo caso, lo stupido sia lui: un diverso sistema di scambio equivale, per Colombo, a mancanza di sistema, e ciò lo porta a concludere che gli indiani sono delle bestie.
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