Colombo ermeneuta

in: Tzvetan Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’”altro”, Torio, Einaudi, 1992

 

Il primo gesto che Colombo compie a contatto con le terre appena scoperte (che rappresenta il primo contatto fra l’Europa e quella che sarà l’America) è una specie di ampio atto di nomina: si tratta della dichiarazione secondo la quale quelle terre fanno ormai parte del regno di Spagna. Colombo scende a terra in una barca su cui è fissato il vessillo reale, accompagnato dai suoi due capitani e da un notaio regio munito di calamaio. Sotto gli occhi probabilmente perplessi degli indiani, e senza minimamente preoccuparsi di loro, Colombo fa redigere un atto ufficiale. «E disse che essi dovevano in fede essere testimoni del fatto che egli, davanti a tutti loro, prendeva possesso dell’isola, come infatti fece, a nome del Re e della Regina, suoi Sovrani... » (11 ottobre 1492). Si trattò del primissimo atto compiuto da Colombo in America; e ciò la dice lunga sull’importanza che assumevano ai suoi occhi le cerimonie di nomina.

Ora, come abbiamo già osservato, i nomi propri costituiscono un settore del tutto particolare del vocabolario: sprovvisti di senso, essi servono solo alla denotazione, mentre non servono direttamente alla comunicazione umana. Si rivolgono alla natura (al referente), non agli uomini; a differenza degli indizi, sono delle associazioni dirette fra sequenze sonore e segmenti della realtà. La parte della comunicazione umana che attira l’attenzione di Colombo è, dunque, proprio quel settore del linguaggio che, almeno in un primo tempo, serve soltanto a designare la natura.

Invece, quando ha a che fare col resto del vocabolario, Colombo si mostra assai poco interessato e rivela ancor più la sua ingenua concezione del linguaggio, confondendo sempre i nomi con le cose che essi designano: gli sfugge tutta la dimensione dell’intersoggettività, del valore reciproco delle parole (in antitesi alla loro capacità denotativa), del carattere umano — e quindi arbitrario — dei segni. Ecco un episodio significativo, una specie di parodia di lavoro etnografico. Una volta appresa la parola indiana «cacicco», egli non cerca tanto di sapere che cosa essa significhi nella gerarchia, convenzionale e relativa, degli indiani, quanto di vedere a quale parola spagnola essa corrisponda esattamente, come se fosse scontato che fra gli indiani esistevano le stesse distinzioni fissate dagli spagnoli; come se l’uso spagnolo non fosse una convenzione fra tante altre, ma lo stato naturale delle cose. «Sino ad allora l’Ammiraglio non era stato capace di capire se con questa parola [“cacicco”] intendessero re o governatore. Essi usano anche un’altra parola per dire “grande”, cioè nitayno; ma non capì se in tal modo chiamassero un hidalgo o un governatore o un giudice» (Giornale di bordo, 23 dicembre 1492). Colombo non dubita neppure per un istante che gli indiani distinguano — come gli spagnoli — fra un gentiluomo, un governatore e un giudice; la sua curiosità (limitata, del resto) ha per oggetto solo l’esatto equivalente indiano di questi termini. L’intero vocabolario è, per lui, costruito ad immagine dei nomi propri, e questi a loro volta derivano dalle proprietà degli oggetti che essi designano: il colonizzatore deve chiamarsi Colòn. Le parole altro non sono che l’immagine delle cose.

Non desta, dunque, meraviglia la scarsa attenzione che Colombo dedica alle lingue straniere. La sua reazione spontanea, che egli non sempre rende esplicita ma che è implicita nel suo comportamento, è che — in fondo — la diversità linguistica non esiste, perché la lingua è naturale. La cosa è tanto più sorprendente in quanto Colombo è poliglotta e, al tempo stesso, non ha una lingua materna: egli parla altrettanto bene (o altrettanto male) il genovese, il latino, il portoghese, lo spagnolo; ma le certezze ideologiche hanno sempre avuto la meglio sulle contingenze individuali. La sua stessa convinzione della vicinanza dell’Asia all’Europa, che gli dà il coraggio di partire, si fonda su un caratteristico malinteso linguistico. Secondo la comune opinione del suo tempo, la terra era rotonda; ma si pensava, giustamente, che la distanza fra l’Europa e l’Asia per la via occidentale fosse grandissima (e quindi insuperabile). Colombo prende come autorità l’astronomo arabo al-Farghani, il quale fornisce una misura abbastanza corretta della circonferenza della terra, ma la esprime in miglia arabe, superiori di un terzo alle miglia italiane familiari a Colombo. Ora, quest’ultimo non riesce neppure ad immaginare che le misure siano un fatto convenzionale, che il medesimo termine abbia significati diversi secndo tradizioni diverse (o in diverse lingue o in diversi contesti); egli traduce in miglia italiane, e la distanza gli appare allora commisurata alle sue forze. E benché l’Asia non si trovi là dov’egli crede, Colombo ha la consolazione di scoprire l’America...

Colombo disconosce dunque la diversità dei linguaggi, per cui, dinanzi a una lingua straniera, non gli restano che due comportamenti possibili e complementari: riconoscere che è una lingua, ma rifiutarsi di credere che è diversa; oppure riconoscere la differenza, ma negare che si tratta di un, lingua.. E’ appunto quest’ultima la sua reazione allorché, il 12 ottobre 1492, ha il primo incontro con gli indiani. Dopo averli visti, scrive: «A Nostro Signore piacendo, al momento della partenza io porterò sei di questi uomini alle Vostre Altezze, cosi che possano imparare a parlare» (questa battuta ha cosi sorpreso i vari traduttori francesi di Colombo, che tutti l’hanno corretta in «possano imparare la nostra lingua»). Più tardi, arriva ad ammettere che gli indiani abbiano una propria lingua, ma non riesce a persuadersi che essa sia diversa, e continua a trovare nei loro discorsi parole a lui familiari e a parlar loro come se essi dovessero capirlo, o a rimproverarli per la cattiva pronuncia dei nomi o delle parole che egli crede di riconoscere. Colombo si impegna in dialoghi strampalati ed immaginari, il più frequente dei quali riguarda il Gran Khan, scopo del suo viaggio. Gli indiani pronunciano la parola Cariba che designa gli abitanti (antropofagi) dei Caraibi. Colombo capisce caniba, cioè sudditi del Khan. Ma crede anche di capire che, secondo gli indiani, questi personaggi hanno teste di cane (dallo spagnolo can, cane), con le quali appunto divorano gli indigeni. Ora, tutto questo gli sembra inverosimile, e lo rimprovera ai suoi interlocutori: «L’Ammiraglio pensò che mentissero, e che fossero invece sudditi del Gran Can che venivano a catturarli» (26 novembre 1492).

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