La democrazia e i suoi miti

Sabino CasseseIl Corriere della Sera 21 ottobre 2003

 

«Un conto è rispondere agli uffici studi, un conto è rispondere ai cittadini». Vorrei provare a svolgere qualche riflessione su questa frase del ministro dell’Economia e delle Finanze (che è anche un acuto studioso delle istituzioni) e sulle sue implicazioni, perché essa tocca un problema centrale del buon governo, quello dell’ accountability . Si può dire, innanzitutto, che la politica non risponde agli «uffici studi»? I governi (e anche i Parlamenti) sono sottoposti al controllo di giudici; sono limitati dall’azione di autorità indipendenti e di organi sovranazionali; debbono operare attraverso funzionari scelti secondo il criterio del merito e vincolati al rispetto della legge; amministrano a mezzo di procedure e sottoponendosi a regole; oltre a essere giudicati ogni giorno da agenzie di rating e dall’opinione pubblica. Insomma, la politica non è interamente libera, perché la democrazia è solo una delle componenti di uno Stato costituzionale.

Si può dire, in secondo luogo, che il raggio dell’azione degli eletti dal popolo non ha limiti? I nostri Stati sono pieni di istituzioni che non rispondono al popolo. Le autonomie funzionali, quali le Camere di commercio, gli Istituti di ricerca, le Università, rispondono ad altri. Interi corpi pubblici, quali insegnanti e sanitari, rispondono a regole tecniche delle rispettive professioni, perché nessuno entrerebbe volentieri in una sala operatoria dove i chirurghi siano eletti o debbano rispondere agli eletti dal popolo. Schumpeter ha scritto che una condizione per il successo della democrazia è che il raggio effettivo della decisione politica non sia eccessivamente esteso.

Le istituzioni in cui viviamo, poi, si fidano tanto poco delle scelte popolari da imporre non soltanto elezioni ripetute, ma anche elezioni a più livelli (circoscrizione, Comune, Provincia, Regione, Stato, Unione europea). Così si risponde ai cittadini in modo diverso, e si contrappongono tra di loro le rappresentanze popolari: il governo centrale può essere di centrosinistra, uno comunale di centrodestra, uno regionale di altra maggioranza ancora.

Un sottosegretario in lite con il suo ministro dichiarò l’8 aprile 2002 che bisognava «rispettare la volontà politica dei nostri elettori, che non vogliono l’intervento sull’Ara Pacis, non vogliono l’arte dei tubi di gomma alla Biennale». Aveva torto.

Il popolo non prende decisioni estetiche o architettoniche. Anzi, non prende alcuna decisione (salvo i referendum). Si limita a scegliere chi dovrà decidere e, poi, a confermarlo o non confermarlo, in relazione alla bontà delle decisioni prese (Rousseau si chiedeva che cosa potesse impedire la schiavitù di un popolo per tutto il tempo che separa un’elezione dall’altra). Quel sottosegretario usava il termine democrazia in senso enfatico, come governo del popolo, mentre il governo è nelle mani degli eletti, che non necessariamente sono i migliori, anche se hanno la maggior parte dei voti. Persino l’elezione non è sempre sinonimo di democrazia: anche il Papa è eletto, ma nessuno si aspetta che risponda ai suoi elettori.

Concludo dubitando che il ministro dell’Economia e delle Finanze abbia ragione nel distinguere così nettamente il popolo dagli «uffici studi». Temo che egli si sia, per un momento, lasciato incantare dalla mitologia (di sinistra) d’una espansione infinita della democrazia e d’un esclusivo rapporto della politica e del governo con il popolo.