la Repubblica 15 gennaio 1993
NOI UOMINI TRA CIELO E TERRA
Ma Giobbe maledisse i capricci del Signore
di EUGENIO SCALFARI
Sulle pagine del nostro giornale si è sviluppato un dibattito su scienza e fede nato in margine alla "riabilitazione" di Galileo: vi hanno preso parte, tra gli altri, filosofi, scienziati e poeti come Carlo Bernardini, John D. Barrow e Josif Brodskij e un uomo di chiesa come il cardinal Camillo Ruini.
Una conclusione, in questa materia, non è possibile, ma ricapitolando qui i vari interventi è lecito ribadire quello che era il punto di partenza: la scienza moderna, privilegiando il caso, mette in forse la necessità di Dio, inteso come legge suprema dell'Universo.
Che la permanente dialettica tra la cultura scientifica e il sentimento religioso fosse un tema suscitatore d'interesse anche in un'epoca disincantata come quella in cui viviamo, era facile prevedere e poiché il mio mestiere è quello di promuovere confronti di opinione attorno ad argomenti non banali, così avevo colto l'occasione della "riabilitazione" di Galileo da parte del papa per riproporlo (Repubblica del 25 novembre). Non avrei immaginato però che il dibattito coinvolgesse interlocutori così numerosi e qualificati, ai quali invio il ringraziamento del giornale e il mio personale per un'attenzione tanto puntuale e profonda. Desidero ricordarne i nomi e raccomandarne la lettura qualora qualcuno dei loro interventi fosse sfuggito: Severino sul Corriere della Sera; e su Repubblica Carlo Bernardini, Sergio Givone, Beretta Anguissola, David Ruelle, John D. Barrow, il cardinale Camillo Ruini, Josif Brodskij; una scelta schiera di filosofi, letterati, scienziati che hanno esaminato con l'esperienza che ciascuno di essi ha accumulato nel corso delle sue riflessioni e sperimentazioni il tormentato rapporto tra la libera ricerca e l'illuminazione della fede, tra il dubbio e la certezza, tra la finitezza e l'infinità. Questioni mai risolte ma mai uscite di scena poiché attengono alla duplicità dell'umana natura, fatta d'un impasto di logica e di intuizioni emotive, di ardimenti intellettuali e paure esistenziali, di ragion pura e di ragion pratica, kantianamente parlando.
Mi sia consentito riassumere brevemente il dibattito che si è svolto e fornire dal canto mio qualche ulteriore precisazione, non certo perché io abbia titolo a concludere su un tema così arduo, ma per dovere di ospitalità verso chi è intervenuto e di ricapitolazione verso i lettori che hanno seguito e si sono appassionati ad un argomento che tutti ci riguarda e tutti interessa.
Gli scienziati hanno difeso con varietà di motivazioni l'assoluta incomunicabilità tra la scienza e il sentimento religioso.
Bernardini è stato in proposito il più intransigente e si è anche doluto che scrittori laici possano cadere nelle trappole intellettuali dell'apologetica religiosa; ha concluso con un'affermazione apodittica: "Le prove dell'inesistenza sono altrettanto paradossali di quelle dell'esistenza di Dio". Affermazione ineccepibile, ma non era quello il problema che io avevo sollevato, bensì un altro un po' meno scontato: se cioè una scienza fondata sulla casualità e sull'irreversibilità dei processi evolutivi non fosse più divergente dal sentimento religioso d'una scienza ancorata a metodi deterministici e causali.
Ruelle ha esaminato da par suo questo specifico problema. Trascrivo il passo centrale del suo intervento: "La casualità e il determinismo sono questioni legate al libero arbitrio e alla predestinazione, che sembrano essere argomenti brucianti e arrivano al cuore stesso della fede. La nostra coscienza intuitiva della casualità è legata ad un'incertezza ontologica: è egualmente probabile che un avvenimento abbia luogo o non abbia luogo, che una cosa sia o non sia. Una simile indifferenza della Natura non è forse contraria al progetto divino? Eccomi dunque condotto ad una situazione seccante per me, non credente: difendere Dio da un attacco che mi sembra ingiustificato. La mia incertezza rispetto ad un gioco del tipo testa o croce è reale, ma non sono la natura o Dio a esitare tra le due alternative: l'esitazione è tutta mia, umana e personale. Non si tratta d'una casualità ontologica, ma d'una comoda descrizione della nostra ignoranza". Se l'uomo conoscesse tutte le sequenze - un numero infinito - che si sono verificate dall'inizio del mondo ad oggi, egli saprebbe che ciò che sembra accaduto per caso è invece un effetto rigorosamente determinato. Perciò, per Ruelle, il caso non esiste.
Barrow capovolge l'argomento. Per lui infatti l'affermarsi d'una scienza fondata più sul caso che sulla causa si sposerebbe come un guanto con l'intervento di Dio sul mondo. "La teoria quantistica ha introdotto un limite assoluto alla nostra comprensione del mondo. Dio trova in questo modo nuovi spazi per scavare gallerie sotto il velo dell'incertezza quantistica. Nella nostra incapacità di determinare gli stati futuri e i sistemi caotici alcuni apologeti hanno trovato spazio per l'influsso regolatore di Dio". Barrow è comunque ben consapevole delle interrelazioni continue e fittissime tra i problemi della scienza e il sentimento religioso e descrive quali effetti ebbe la concezione di Newton su questi rapporti, la scoperta di geometrie non euclidee, la teoria generale della relatività di Einstein e infine il principio dell'indeterminazione di Heisenberg e la meccanica quantistica.
Laddove Bernardini ribadisce il suo orgoglioso disinteresse di scienziato verso queste interrelazioni, Barrow usa più volte l'aggettivo "drammatico" per descrivere i mutamenti che le nuove scoperte hanno provocato sull'immagine che l'uomo ha di se stesso rispetto alla natura e rispetto al problema di Dio.
Tralascio per economia di spazio le tesi di altri intervenuti, ma debbo ricordare la posizione per certi versi innovativa del cardinale Ruini. Il presidente della Commissione episcopale italiana ripudia in modo formale le prove tomistiche sull'esistenza di Dio, il che non sarà forse una novità per la più aggiornata cultura cattolica, ma è comunque per la prima volta argomentata da un alto esponente della gerarchia ecclesiastica su un giornale quotidiano e per di più di ispirazione laica. La prova che egli adduce si fonda sull'intelligibilità della natura da parte dell'intelligenza dell'uomo: "L'universo è conoscibile da parte dell'uomo, sia pure in maniera sempre imperfetta e rivedibile; la nascita e lo sviluppo della scienza non solo presuppongono questa conoscibilità, ma presuppongono l'intelligibilità dell'universo. Non si tratta di un'intelligibilità aggiunta alla natura dall'esterno, ma ad essa intrinseca. Essa non proviene dall'intelligenza umana ma è una condizione affinché l'intelligenza umana possa confrontarsi fruttuosamente con la natura". Per Ruini questa è la traccia, anzi la prova, che Dio ha stampato dall'interno sul mondo sensibile. Paradossalmente cioè, nel cattolicesimo dei giorni nostri, sono il progresso e l'esistenza stessa della scienza sperimentale a dimostrare che Dio c'è. Caro Bernardini, questo forse non te lo aspettavi, non è vero? Vorrei ora tornare alla tesi, o per dir meglio alla provocazione con la quale questo ampio dibattito è incominciato, contenuta nel mio articolo del 25 novembre. La provocazione era questa: la scienza moderna sta sempre più abbandonando la concezione deterministica e si orienta verso la prevalenza del caso e verso l'irreversibilità dei processi evolutivi. Questo approdo rende sempre meno concepibile l'immagine di un Dio regolatore che agisce sulla base di leggi che da lui promanano e di cui egli è l'inflessibile custode. Nulla vieta naturalmente alla nostra mente d'immaginare un Dio capriccioso, che "gioca ai dadi con l'universo"; ma un'immagine del genere non si concilia con la concezione, che sta alla base di ogni religione e in particolare delle grandi religioni monoteistiche, di un Dio legislatore, legge esso stesso. Il concetto di moralità entrerebbe in tal caso in una profondissima crisi, poiché il sentimento morale presuppone una norma. Cancellate la norma e avrete abolito il sentimento morale. Un Dio che gioca ai dadi, un universo governato dal caso, non corrispondono al bisogno di Dio. Ma se non c'è il bisogno, non c'è Dio. La conseguenza è appunto quella da me indicata d'una divergenza crescente tra gli approdi della scienza moderna e il sentimento religioso.
A questo modo d'impostare il problema si può reagire in varie maniere, come il dibattito svoltosi sulle nostre pagine dimostra. Esse sono:
1. Si può concepire Dio con attributi diversi da quelli di un legislatore.
2. Il caso sembra tale a noi a causa della nostra ignoranza, ma in realtà non esiste ed è anch'esso l'effetto di cause.
3. Il non credente non ha alcun motivo di porsi problemi metafisici; se lo fa, abbandona il terreno della razionalità e della scienza sperimentale e finisce per cadere nella trappola dell'apologetica religiosa.
4. Il credente se ne infischia d'ogni logica perché ha incontrato Dio e lo sente vivere dentro di lui a dispetto di ogni razionalità.
5. Il caso è la versione laica del libero arbitrio che costituisce uno dei cardini della religione cristiana.
Esaminerò brevemente queste cinque diverse posizioni.
Ho già detto che possiamo divertirci a immaginare Dio in cento diversi modi e con infiniti attributi, ma qui stiamo discutendo del bisogno che l'uomo ha di Dio. E' un'ardua impresa, se si parte dal bisogno, immaginarlo diversamente che come legge. Il cardinal Ruini conferma nel suo intervento questa posizione, del resto ovvia, quando spiega con la presenza ordinatrice di Dio l'intelligibilità intrinseca della natura rispetto all'intelligenza umana che si appresta a conoscerla. Ma vorrei utilizzare su questo punto il testo forse più profondo che ci sia stato tramandato dalla Scrittura; parlo del Libro di Giobbe. Di fronte a Giobbe, il più fedele dei suoi servi, Eloin si comporta come una divinità capricciosa: lo ricopre di disgrazie e di mali, senza un motivo e senza una spiegazione. E Giobbe si lamenta, dapprima con le preghiere, poi con le imprecazioni. Giobbe non capisce, non può capire l'accanimento di Eloin contro di lui e invoca almeno una spiegazione, ma Eloin tace e per un lungo tratto di tempo non risponde. Infine si manifesta con potentissima voce confondendo Giobbe con la sua infinita potenza messa a paragone con l'effimero della condizione umana. Ma Giobbe, con la poca voce che gli è rimasta in un corpo che è soltanto osso e piaghe, continua a invocare il rispetto della legge da parte di Eloin. Alla fine Eloin restituisce al suo servo fedele la salute e tutto ciò che gli aveva tolto e ne rifà il più felice degli uomini. Perché avviene questo? Evidentemente Eloin premia il suo servo perché egli non ha mai dubitato che Dio non fosse la legge e non ha creduto, nonostante i fatti e le stesse affermazioni del Signore, che il capriccio divino potesse sostituirsi alla legge. Il testo, dicevo, è uno dei più alti che siano stati prodotti dalla letteratura religiosa; esso dimostra che la mente dell'uomo - se ha bisogno di Dio - non può che concepirlo come legge. Ma, si obietta, chi può escludere un'immagine di Dio fonte di leggi diverse e perfino contrastanti? Chi può escludere altri universi diversamente regolati? Certo, se ci vogliamo abbandonare ad una sorta di fanta-religione, possiamo immaginarlo. Spinoza, nella foresta pietrificata delle sue proposizioni, ci ricorda tuttavia che Dio, sostanza che tutto contiene e tutto simultaneamente pensa, tutto ciò che pensa attua; non può tenersi assi di riserva nella manica, Dio. Questo è il fondamento su cui Spinoza costruisce la sua filosofia. Non vorrei essere frainteso. Io non sto affermando che Dio c'è e che s'identifica con la legge. Sto sostenendo una cosa del tutto diversa: e cioè che la mente umana, se sente il bisogno di Dio, non può che pensarlo come legge; il resto è, come dicevo, fanta-religione. Attenti, amici laici, scienziati o non scienziati: la religione non è favola, è bisogno. Si può non avere quel bisogno; personalmente non ce l'ho. Ma se si ha, il bisogno obbedisce ai modi di funzionamento della mente, che non sono capricciosi. C'è un'epistemologia religiosa come c'è un'epistemologia scientifica. Non bisogna mai dimenticare che la mente è il punto di partenza e d'arrivo di ogni conoscenza, di ogni immagine, di ogni esperienza, di ogni comportamento. Si può immaginare che Dio possa giocare a dadi con l'universo, ma non può giocare a dadi con la mente perché Dio nasce nella mente e muore con lei; ed essa ha le sue leggi, i suoi limiti, i suoi meccanismi.
La seconda posizione (il caso non esiste poiché è anch'esso effetto di cause che noi non conosciamo ma che sono tuttavia operanti) mi sembra affascinare molto l'orgoglio intellettuale di scienziati del calibro di Ruelle e di Barrow. Si tratta, come sappiamo, di grandissimi fisici. Esistono tuttavia scienziati di pari importanza che sull'argomento la pensano in maniera del tutto diversa. Ma prima di citarli è necessario completare la trattazione di questo argomento introducendo il concetto di reversibilità o irreversibilità dei processi evolutivi. Una concezione della natura governata da processi deterministici è un'ipotesi completamente reversibile, come la pellicola d'un film che può essere letta anche all'indietro quando la si voglia riavvolgere intorno alla sua bobina. Se invece essa è governata dal caso, o in quei settori in cui lo è, essa è irreversibile: ciò che è accaduto una volta non si ripeterà se è accaduto per caso. Vediamo dunque come la pensano gli scienziati che attribuiscono al caso e all'irreversibilità dei processi evolutivi un'importanza preminente nello studio del mondo fisico e soprattutto dei fenomeni dell'evoluzione biologica. "Il pensiero non può esistere che nella distinzione tra passato e futuro. Chi dice irreversibilità dice rottura di simmetria temporale. Inserire il pensiero nell'universo fisico significa sorpassare il determinismo della visione meccanicistica classica, poiché il pensiero è creatore di novità. Noi siamo senza alcun dubbio alla fine di una certa ideologia della fisica. Ricordiamoci la posizione di quel grande biologo che è stato Jacques Monod. Per lui la vita non faceva parte delle grandi leggi della natura; essa era tollerata come una fluttuazione, come l'inserzione del caso incomprensibile nel quadro immutabile delle leggi deterministiche della natura. Tutti conosciamo la sua magnifica formulazione: "L'antica alleanza si è rotta: l'uomo sa che egli è solo nell'immensità indifferente dell'universo dal quale egli è emerso per caso". Ma io credo che oggi la situazione si vada invertendo. Il cervello, il pensiero diventano l'espressione suprema delle leggi della natura nella nuova prospettiva della coerenza, dell'informazione e dell'irreversibilità". Questo è Ilya Prigogine. "L'uomo è il prodotto dell'esuberante storia della vita. La nascita della coscienza riflessiva appare come un dettaglio di questa storia e risulta da una serie di fenomeni del tutto imprevedibili. Il divenire della vita non ci dà affatto l'immagine rassicurante d'una scala progressiva di esseri. Ma piuttosto quella d'una storia punteggiata da improvvisi traumi evolutivi e da estinzioni brutali e massive, dove la sopravvivenza di certi rami invece di certi altri dipende da fattori del tutto contingenti e indeterminabili". Questo è Stephen Gould. Ho citato due autori altamente rappresentativi del più moderno pensiero scientifico, ma molti altri di eguale autorevolezza potrei ricordare. Che cosa voglio dire con questo? Voglio dire che si va affermando un sapere che concepisce la natura come un processo dominato da segmenti di necessità intrecciati tra loro dal caso e per caso; un sapere dove il caso non consiste nel giocare a testa o croce, con l'annessa legge di probabilità che spiega l'accidente, bensì nella rottura traumatica della serie temporale; un sapere che dà crescenti spazi all'asimmetria piuttosto che alla simmetria e all'irreversibilità piuttosto che al suo contrario.
Non mi soffermerò sulle posizioni 3 e 4 (quella del non credente e quella del credente). Spero risulti chiaro che il problema di cui ci stiamo occupando non è quello dell'esistenza di Dio e neppure della superiorità della scienza sulla fede o viceversa. Ci stiamo occupando dei processi mentali che sorreggono la ricerca scientifica, dei processi mentali che si raffigurano un'immagine della divinità e della maggiore o minore convergenza tra queste due attività della mente.
La posizione numero 5 (il caso è l'equivalente del libero arbitrio) merita invece una riflessione. Il libero arbitrio, o se si vuole la libertà, definiscono la capacità di una scelta responsabile dell'uomo in presenza di varie opzioni. Il caso invece non sceglie tra opzioni. La scelta, tra l'altro, presupporrebbe una norma, mentre il caso si verifica per assenza di norme. Ne consegue che il caso non ha nulla a che vedere con la libertà; forse ne è il suo contrario. Un'ultima parola al cardinal Ruini. In un dibattito tra laici egli merita speciale riguardo, non foss'altro perché è venuto a predicare in terra d'infedeli. La sua tesi sull'intelligibilità della natura come prova della presenza di Dio è certamente suggestiva. Ma la natura è intelligibile? Qui ha ragione Bernardini quando ci ricorda che la scienza non cerca la verità assoluta ma una rappresentazione la più credibile del mondo. Del resto Kant aveva definito la differenza tra il fenomeno e il noumeno, conoscibile il primo attraverso l'approccio della mente soggettiva, impenetrabile il secondo se non attraverso l'intuizione della ragion pratica. Agli stessi risultati approda la meccanica quantistica che nel processo conoscitivo attribuisce una speciale importanza a chi osserva rispetto alla cosa osservata. Chi osserva sposta e modifica la cosa osservata per il fatto stesso di osservarla e quindi non arriverà mai a conoscerla in condizioni di quiete. Vede dunque, eminentissimo, quanto sia precaria e discutibile la sua certezza sull'intelligibilità della natura? Essa somiglia più ad un atto di fede che ad una certezza oggettiva. E vorrà Lei dimostrare il contenuto della fede per mezzo d'un atto di fede? "Neppure il tempo - canta Pindaro - che ogni cosa genera, può fare che non siano più le opere compiute, giuste o ingiuste, se furono". Potrebbe Dio sopprimere, nell'infinita onnipotenza della quale il nostro pensiero lo ha dotato, un qualsiasi atto accaduto nel corso del tempo? Può cioè Dio cambiare la storia avvenuta e rendere reversibili i processi temporali e il pensiero che li contiene? Questa facoltà è negata al Dio che noi abbiamo pensato e creato. Egli può sospendere il tempo privandoci della memoria; può espellerci dal flusso del tempo e lo fa infatti ogni volta che ci falcia con la morte; ma non può renderci immortali, non può impedirci di invecchiare, non può ordinare che un fatto avvenuto non sia avvenuto. Dio è fuori del tempo perché così abbiamo voluto che fosse, non trovando noi altro attributo più confacente a definire la divinità; ma noi siamo interamente immersi in quel flusso inarrestabile che con noi è nato e con noi si dissolverà. Transito di tempo si definisce l'uomo, misuratore soggettivo di un ritmo che accelera o rallenta il suo fluire secondo la qualità dei fatti, l'acutezza delle sensazioni e l'intensità dei pensieri che lo scandiscono.