la Repubblica , mercoledì 10 febbraio 1993
E io torno a San Tommaso
di CAMILLO RUINI
Ancora una replica sul dibattito fra scienza efede. Il problema della conoscenza, il rapporto con Dio, i limiti di Kant
Nella sua sintesi e valutazione del dibattito su scienza e fede, il direttore di questo giornale ha dato attenzione anche al mio intervento, concentrando la sua critica su quello che, anche a mio giudizio è il punto fondamentale, cioè l intelligibilità della natura. La sua tesi è che non abbiamo alcuna certezza oggettiva che la natura sia intelligibile; manca dunque il presupposto per concludere, a partire da essa, all'esistenza di Dio.
Vorrei quindi anzitutto sviluppare un po' alcune osservazioni contenute nel mio precedente articolo, per delimitare con più precisione lo spazio del dibattito e contestualmente per confermare che l'intelligibilità della natura è un dato di fatto, nonostante tutte le obiezioni che nella storia del pensiero sono state sollevate contro di essa.
In primo luogo è pacifico che la nostra conoscenza dell'universo è sempre imperfetta, parziale e rivedibile, e proprio lo sviluppo delle scienze moderne e della relativa epistemologia ce ne ha dato più rigorosa consapevolezza: la conoscenza scientifica, che ci ha consentito una penetrazione prima impensabile nelle strutture del mondo, ha ottenuto infatti questi risultati attraverso una delimitazione sempre più precisa dei suoi ambiti e metodi di indagine, che ha comportato anche una crescente avvertenza della intrinseca rivedibilità delle proposizioni scientifiche.
Ma conoscenza imperfetta parziale e provvisoria non equivale affatto a nessuna conoscenza. In concreto, i limiti della scienza non devono indurci a mettere tra parentesi la sua straordinaria capacità di penetrazione della realtà empirica: le scienze non si limitano a descrivere i fatti direttamente osservabili, ma indagando su di essi colgono e prevedono altri fatti, di cui poi spesso ottengono conferma sperimentale e attraverso le loro applicazioni tecnologiche hanno reso possibile all'uomo un sempre crescente intervento efficace sulla natura, che si basa appunto sulla conoscenza di essa.
Nel mio articolo precedente non avevo attribuito una specifica importanza, riguardo alla questione se l'intelligibilità della natura rimandi a Dio, alla differenza tra leggi scientifiche classiche e statistiche e alla connessa alternativa fra reversibilità o irreversibilità dei processi evolutivi, che invece a giudizio del dottor Scadfari è determinante per il rapporto tra la scienza e la fede in Dio. Qui, confermando la mia posizione che la domanda su Dio si pone quando si riflette sulle condizioni che rendono possibile ogni conoscenza dell'universo, piuttosto che sulla differenza fra leggi classiche e leggi statistiche, vorrei fare un paio di considerazioni.
La prima, nella quale mi avventuro a malincuore perché non ho alcuna presunzione di essere un fisico o un epistemologo, è che non per caso alcuni scienziati intervenuti nel presente dibattito fanno risalire ai limiti della conoscenza umana l'indole «casuale di certi fenomeni e il parallelo carattere statistico di talune conoscenze scientifiche, mentre altri citati da Scalfari ritengono trattarsi di qualcosa che non è riconducibile soltanto ai limiti della nostra conoscenza.
Questa ben nota diversità di posizioni fa supporre che ci si muova qui al limite, se non al di là di ciò che rientra nell'ambito delle attuali conoscenze scientifiche E in effetti da una parte il «principio di indeterminazione» di Heisenberg, che implica la necessità di alcune leggi soltanto statistiche, è essenziale e ineliminabile all'interno della meccanica quantistica (in termini più tecnici: non possono darsi «parametri latenti»~; dall'altra parte sembra ben difficile poter stabilire oggi se la stessa meccanica quantistica sia o non sia superabile in futuro attraverso altri approcci fisici, e tanto meno se essa possa fornire, almeno in linea di principio una conoscenza adeguata dei fenomeni microfisici. Perciò quella differenza di interpretazioni tra i fisici non pare possa essere decisa a livello scientifico.
La seconda considerazione si riferisce più direttamente al problema dell'intelligibilità della natura C'è da notare in proposito che le leggi statistiche e probabilistiche rappresentano una forma di conoscenza dei fatti fisici senza dubbio profondamente diversa da quella fornita dalle leggi classiche o deterministiche, ma sono anch'esse appunto una forma di conoscenza, che presuppone e mette in gioco, come è ben evidente nel caso della meccanica quantistica, una serie molto complessa di osservazioni e di processi logici, attraverso i quali stata possibile una nuova penetrazione all'interno del mondo fisico come quella ottenuta proprio con la meccanica quantistica. Quindi l'intelligibilità della natura, imperfetta parziale e provvisoria ma reale come già si è letto, non è smentita ma confermata dall'esistenza di conoscenze scientifiche di ordine statistico accanto a quelle che chiamiamo classiche».
Molto diverso è il caso quando per contestare l'intelligibilità della natura, si fa appello alla filosofia di Kant. Anch'io, nell'articolo precedente, avevo notato come egli, muovendo da un analogo punto di partenza, e cioè le condizioni di possibilità della scienza, giunga non già ad affermare l'intelligibilità intrinseca della natura, ma riconduca invece tutta la struttura intelligibile le forme a priori della nostra conoscenza, e così ponga le basi una maniera assai diffusa di intendere il rapporto tra scienza e de e di impostare il problema dell'approccio a Dio, la cui esistenza resterebbe inaccessibile l'intelligenza teoretica.
Anche qui mi limiterò ad alcune osservazioni che riguardano più da vicino il nostro argomento. L'obiezione fondamentale mossa già da gran tempo alla filofia di Kant riguarda proprio questo ricondurre al soggetto umano tutta l'intelligibilità, senza poi essere in grado di spiegare, come e perché le forme a priori vengano applicate ai dati, che sarebbero in se «amorfi», secondo un modo e un ordine determinato e non manipolabile.
Come già accennavo nel mio primo intervento, si può aggiungere che nella prospettiva di Kant i riscontri sperimentali e i successi pratici delle previsioni scientifiche sarebbero logicamente anch'essi soltanto un frutto della nostra struttura mentale ossia una nostra percezione soggettiva senza corrispondenza con La realtà. Perciò alla fine l'impostazione kantiana del problema della conoscenza non si limita a sopprimere la possibilità di una metafisica teoretica ‑ come Kant ha inteso fare anche allo scopo di porre al sicuro la fede in Dio contro gli attacchi di una ragione scettica o materialista, ma comporta anche un depotenziamento o declassamento della conoscenza scientifica
Di fronte alla posizione kantiana appare dunque non soltanto meglio conforme alla percezione e spontanea che l'uomo ha di se stesso e del suo rapporto col mondo, ma filosoficamente più rigoroso e più coerente riconoscere alla natura una sua intelligibilità intrinseca Parallelamente l 'affermazione di Dio non ha bisogno di salvaguardarsi attraverso la negazione della metafisica o i depotenziamento delle scienze ma al contrario può compiersi assai meglio riconoscendo all'une e alle altre le loro validità specifiche.
Riflettendo sul problema sollevato da Kant veniamo ricondotti quasi naturalmente a quello che mi è sembrato il convincimento centrale di Scalfari riguardo a Dio. «Non bisogna mai dimenticare ‑ egli scrive ‑ che la mente è il punto di partenza e d'arrivo di ogni conoscenza, di ogni immagine, di ogni esperienza, di ogni comportamento». Perciò anche «Dio nasce nella mente e muore con lei», e la religione è un bisogno che hanno alcuni di noi.
C'è in queste affermazioni qualcosa che non si può non condividere, e nello stesso tempo qui si dividono gli spiriti. La nostra mente, il nostro io, è infatti certamente per noi il riferimento non preteribile di ogni nostra attività. Ma proprio la nostra mente è così costituita che la sua natura profonda è quella di essere aperta a tutta la realtà: Aristotele e S. Tommaso hanno espresso questo suo carattere con la formula pregnante «l'anima è in certo senso tutte le cose».
Perciò il necessario riferimento alla nostra mente non rappresenta un limite o un confine per la nostra capacità di conoscere e di volere, se non nel senso che tale capacità è sempre anche relativa a noi. Questa è dunque la curiosa condizione dell'uomo: poter conoscere e volere in qualche modo ogni realtà, in se stessa non semplicemente secondo una nostra apparenza soggettiva, e nello stesso tempo conoscerla e volerla sempre in una maniera che è anche condizionata dalla nostra struttura mentale.
Al fondo di questa apertura della mente sta la sua origine da Dia e apertura a Dio, non semplice mente al bisogno di Dio ma alla realtà di Dio. Così si può cogliere sinteticamente come la questione di Dio involva ogni altra questione essenziale, e come fra l'affermazione e la negazione della realtà di Dio vi sia tutta la differenza possibile, non solo riguardo a Dio ma anche riguardo all' uomo e al mondo, alla conoscenza, alla libertà e alla vita. Differenza che però, come dice il Concilio Vaticano II (Gaudium et spes 21), può e deve essere vissuta in modo che tutti gli uomini, credenti e non credenti, contribuiscano nella libertà «alla retta edificazione di questo mondo, entro il quale si trovano a vivere insieme».
Proprio perché il problema di Dio coinvolge tutto l'uomo, anche in questo dibattito su scienza e fede sono state scritte pagine suggestive sulle domande dell'uomo. Cosi Scalfari e subito dopo in una prospettiva diversa Claudio Magris si sono riferiti al Libro di Giobbe e all'interrogativo radicale che in esso si esprime riguardo a Dio e all'uomo a partire dalla sofferenza innocente. Qui anche un vecchio insegnante di filosofia da poco divenuto cardinale non può fidarsi delle armi della logica. Una risposta si può cercare piuttosto unendo alla parola dell'Antico Testamento, di cui Giobbe sotto questo profilo rappresenta il vertice, la parola che è pronunciata nel Nuovo Testamento.
Possiamo leggerla a ad esempio, in tutta forza e schiettezza, nell'apostolo Paolo (1 Corinzi 15,1920): «Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti». Non si tratta di un più o j meno facoltativo happy end, ma del nucleo duro della fede cristiana, da cui molta gente, anche oggi, riceve la forza per affrontare la vita e la morte.
Quale che sia il nostro atteggiamento personale di fronte alla proposta della fede, la Bibbia intera, Antico e Nuovo Testamento, contiene inoltre una terza parola, che a sua volta non è una variabile facoltativa o indipendente, ma fa corpo con le altre due e ci richiama alla realtà del nostro essere. E la parola che riguarda 1' uso della nostra libertà, il peccato e il bisogno di redenzione che è in noi. Ancora l'apostolo Paolo (Romani 1,18‑32) fa un collegamento molto esplicito tra la questione dell'uso della nostra libertà e la questione della conoscenza, o meglio del riconoscimento, di Dio. Se ricordo qui questo suo testo dal linguaggio violento, sul quale nel nostro tempo è caduta una specie di oblio, non è per interpellare altri, ma per riflettere anzitutto su me stesso.
Concludo con una nota più leggera, che ritorna al tema del mio precedente articolo. L'unico appunto in cui ho trovato non del tutto puntuale la sintesi che ne ha fatto il dottor Scalfari è quello relativo al mio giudizio sulle cinque vie di S. Tommaso per giungere all'esistenza di Dio: non le ho «ripudiate in modo formale», al contrario, le apprezzo molto e l'argomento a cui ho solo accennato, che ruota intorno alla domanda «perché esiste qualcosa piuttosto che nulla?», corrisponde in qualche modo alle prime quattro vie di S. Tommaso e particolarmente alla terza, mentre l'argomento che ho sviluppato a partire dall'intelligibilità del mondo è vicino, come scrivevo, alla quinta via.
Rimane vero però che le vie di . Tommaso, compendio di una grande tradizione filosofica e teologica e portatrici di un contenuto di pensiero a mio avviso sempre valido, vanno ripensate con libertà di spirito nel contesto culturale e intellettuale del nostro tempo.