la Repubblica, domenica 27/lunedì 28 dicembre 1992

 

La via più semplice per arrivare a Dio

 

di CAMILLO RUINI

 

 

Nel dibattito sui rapporti tra scienza e fede interviene il presidente della Conferenza episcopale italiana.

 


 

Galileo e l'esistenza di Dio

Dopo il discorso del Papa, a fine ottobre, sul «caso Galileo» e sul rapporto tra scienze e fede, l'intervento del direttore di questo giornale ha aperto un dibattito che ha 11 merito dl aver posto davanti a noi una questione sostanziale: la questione di Dio. Intervengo a mia volta, semplicemente come vecchio Insegnante di filosofa e di teologia.

Mi sembrano utili alcune premesse. Anzitutto la distinzione tra le scienze e la fede, giustamente sempre più consolidata nella cultura e nelle coscienze, non dovrebbe indurre a concepire la fede come una scelta puramente personale e priva di motivazioni che possano essere argomentate razionalmente e quindi proposte a tutti. Una simile «riduzione» della fede, estranea alla tradizione cattolica, non deriva infatti dalla sua distinzione dalle scienze, se non sulla base del pregiudizio, oggi sempre meno condiviso, che l'unica torma di razionalità autentica sia quella propria del sapere scientifico.

Parallelamente, la fede non può mettersi al riparo da ogni possibile attacco delle scienze ricorrendo a una «strategia di immunizzazione» che consista nel restringere sistematicamente la portata dei suoi asserti ogni qual volta qualcuno di questi sembri «falsificato» dagli sviluppi scientifici. Come ha mostrato infatti A. Flew, tale strategia finisce col rendere la fede insignificante perché priva di rapporto con la realtà. Dicendo questo non si dà per scontato alcun contrasto «oggettivo» tra pensiero religioso e pensiero scientifico, ma semplicemente si tien conto del fatto che anche gli uomini di scienza, come i teologi, possono errare o uscire dal proprio ambito e che pertanto, come ha sottolineato il Papa nel suo discorso, anche verso le loro prese di posizione può essere necessario un discernimento critico.

A proposito di rapporto con la realtà, e avvicinandomi alla questione di Dio vorrei aggiungere che nella teologia contemporanea hanno avuto un ruolo crescente e ben giustificato quelle vie di accesso all'esistenza di Dio che partono dalla realtà dell'uomo, in ciò che essa ha di proprio e specifico, come la sua apertura e tensione verso sempre nuovi sviluppi, il senso morale, il desiderio di felicità. Due precisazioni sembrano però necessarie.

La prima è che, se vogliono costruire qualcosa di solido" tali vie non devono muoversi soltanto nella logica del «come se»: non possono cioè limitarsi a mostrare come sarebbe bello e buono per l'uomo che Dio esistesse.

La seconda è che Dio se esiste ha a che fare non solo con l'uomo ma con tutta la realtà: perciò è giusto privilegiare l'analisi dell'uomo nella ricerca di Dio, a motivo del contesto culturale moderno dominato dall'interesse antropologico e più radicalmente per il rapporto peculiare dell'uomo con Dio, ma questa attenzione privilegiata non può rendere irrilevante l'interrogativo sul rapporto dell'universo intero con Dio e sul possibile «rimando» dall'universo a Dio.

Cercherò dunque di presentare una via di accesso all'esistenza di Dio che abbia il suo punto di partenza nella realtà dell'universo a cui apparteniamo. Per stare al tema del dibattito seguito al discorso del Papa sul caso Galileo, e soprattutto per attenermi a un percorso «meno estraneo» alla cultura e mentalità contemporanea, eviterò di partire dalla domanda, che pure a mio giudizio resta decisiva e non preteribile «perché esiste qualcosa piuttosto che nulla?» ossia dalla riflessione sulle condizioni di possibilità dell'esistenza stessa della realtà empirica. Svilupperò piuttosto, almeno schematicamente, l'accenno alla «intelligibilità» del mondo che rinvia al pensiero trascendente, fatto dal Papa al termine del suo discorso.

Questa riflessione in realtà è molto semplice ed è l'itinerario forse più spontaneo, e certo antichissimo, attraverso cui l'uomo si è mosso verso Dio. Ma oggi, e ormai da qualche secolo, va appunto chiarita e salvaguardata nella sua semplicità. Essa parte dal dato di fatto che l'universo è conoscibile da parte dell'uomo, sia pure in maniera sempre imperfetta e rivedibile: la nascita e lo sviluppo delle scienze moderne e delle relative tecnologie non soltanto presuppone questa conoscibilità come già la presupponevano i precedenti tentativi di conoscere la natura, ma proprio con la sua specifica razionalità e fecondità operativa che costituiscono qualcosa di nuovo ed assai rilevante nella storia del pensiero, da una parte presuppone a maggior ragione l'intelligibilità dell'universo, dall'altra ne fornisce una continua conferma attraverso il riscontro sperimentale delle previsioni scientifiche e il successo delle loro applicazioni pratiche.

 

Come l'intelligenza umana si confronta con la nature

Ora proprio questo imponente e onnipervasivo dato di fatto dell'intelligibilità dell'universo non può essere da parte sua semplicemente presupposto, ma  domanda di essere esaminato nelle condizioni che lo rendono possibile. Per chiarire il senso della domanda e avvicinarci alla risposta occorre precisare che non si tratta di un'intelligibilità aggiunta alla natura dall'esterno, ma ad essa intrinseca. Così, da una parte, tale intelligibilità non proviene soltanto dall'intelligenza umana, ma al contrario è appunto la condizione perché l'intelligenza umana possa confrontarsi fruttuosamente con la natura: aggiungasi che in caso diverso i riscontri sperimentali e i successi pratici delle previsioni scientifiche sarebbero a loro volta un frutto della nostra struttura mentale ossia una nostra percezione soltanto soggettiva e in buona sostanza illusoria.

Dall'altra parte questa intelligibilità intrinseca non può essere il frutto di un'intelligenza ordinatrice semplicemente esterna al mondo, ma non può nemmeno essere qualcosa di cui la natura non intelligente è dotata di per se stessa e in maniera autonoma: sostenere questo equivale infatti a rinunciare a cercare le condizioni che rendono possibile tale intelligibilità, anzi implicitamente a negarle apparendo del tutto ingiustificata e alla fine assurda una intelligibilità che esiste di per sé senza essere frutto di un'intelligenza Siamo condotti così ad individuare la condizione che rende possibile l'intelligibilità intrinseca dell'universo in un'intelligenza che sia, appunto come intelligenza, distinta e trascendente rispetto alla materia non intelligente, e però nello stesso  tempo ad essa cosi originariamente e costitutivamente presente da porre in essere una materia in se stessa intelligibile.

Il percorso che ho delineato non sta evidentemente sul piano delle scienze e nemmeno su quello dell'epistemologia intesa come riflessione sui metodi e sull'indole propria delle conoscenze scientifiche, ma piuttosto su quello della «filosofia prima», per usare l'antica espressione di Aristotele. Non si tratta dunque di una «prova» o «dimostrazione» scientifica, a cui l'approccio ad una realtà trascendente è sottratto già a motivo della delimitazione di campo che appartiene costitutivamente al metodo scientifico. E del resto, se si ha presente la continua rivedibilità che è propria delle teorie scientifiche, la «non scientificità» delle vie di accesso a Dio non va sentita necessariamente come un segno di inferiorità

Potrà però apparire strano, ed anzi inammissibile, che a partire dalla conoscenza scientifica del mondo si pensi di poter intraprendere un percorso di «filosofia prima», che sfocia nell'affermazione della trascendenza A questo proposito potrei osservare, dialetticamente, che in realtà è pure di «filosofia prima», sebbene con esiti diversi, l'approccio con cui Kant riflettendo sulle condizioni di possibilità della scienza, giunge a formulare la sua concezione delle forme a priori della nostra conoscenza, che ha enormemente influito su tutta la riflessione successiva circa il rapporto tra fede e scienze e la conoscibilità di Dio.

Ma mi interessa, assai più delle schermaglie dialettiche, notare in positivo come, se è indispensabile non confondere i procedimenti scientifici con quelli filosofici, è altrettanto giusto non limitare in maniera aprioristica la nostra tendenza a conoscere e quindi non sottrarci alle domande che l'intelligenza umana si pone quando riflette fino in fondo sui fatti che stanno davanti a lei, tra i quali appunto l'intelligibilità del mondo e lo sviluppo delle scienze.

 

Una questione che coinvolge il senso della nostra vita

Ancor più mi preme chiarire che, né per la via che ho qui delineato, né per altre ugualmente possibili, si può giungere ad affermare l'esistenza di Dio in maniera puramente intellettuale o teoretica La questione di Dio coinvolge radicalmente la questione dell'uomo e del mondo, il senso e l'orientamento della nostra vita è dunque una questione non solo teorica ma eminentemente concreta e pratica. Così giustamente Unamuno pensava che una domanda eclissasse tutte le altre: l'uomo è solo o non è solo nell'universo? Perciò alla domanda su Dio non si può rispondere senza mettere in gioco la nostra libertà: le vie che l'intelligenza ci propone non sono costringenti ma richiedono l'assenso e l'impegno di tutta la persona, con la sua libertà. Ciò però non significa affatto che l'argomentazione razionale non vada sviluppata nel modo più rigoroso possibile: essa deve infatti illuminare e rendere pienamente ‑ umana l'opzione della libertà, e farlo con tanto maggior rigore quanto è più alta la portata della nostra scelta.

Nella medesima linea è necessario un ulteriore fondamentale chiarimento: ciò di cui ho parlato finora non è propriamente la fede nel suo senso teologico, ma è, a un livello preliminare e più generico, la possibilità di accesso dell'uomo a Dio. Per questa via possiamo avvicinarci in qualche modo a lui, ma non scoprire il suo volto, cioè l'atteggiamento che egli ha verso di noi. Per questo è necessario che qualcuno percorra la strada inversa, cioè che sia Dio a prendere l'iniziativa di farsi conoscere all'uomo e non semplicemente che l'uomo vada in cerca di Dio. La fede, in senso teologico, è appunto la risposta dell'uomo a Dio che ha preso l'iniziativa di rivelargli se stesso. E qui sta, per il cristianesimo, il ruolo decisivo di Gesù Cristo.

Ancora qualche postilla, per inquadrare meglio il discorso. La via che ho proposto è vicina, come ha  compreso ogni lettore pratico di filosofia, alla «quinta via» di San Tommaso d'Aquino e alla prova «fisico teologica» apprezzata ma criticata da Emanuele Kant. A differenza da esse però non parte specificamente dalla presenza della finalità nell'universo, ma in maniera più globale e radicale dal fatto che l'universo è intelligibile. Parimenti essa non si ferma alla distinzione tra leggi «classiche» e leggi statistiche o probabilistiche, ritenendo che la questione di Dio non sia condizionata da queste distinzioni interne al sapere scientifico ma si ponga piuttosto quando si riflette sulle condizioni di possibilità di ogni conoscenza dell'universo.

Finalmente, alla difficoltà che un Dio condizione di possibilità del mondo rientrerebbe esso stesso nella serie delle cause mondane e pertanto non sarebbe Dio, è corretto rispondere che tale condizionamento riguarda solo il nostro modo di conoscere, nel senso che abbiamo bisogno di partire dal mondo per giungere a Dio, ma non la realtà di Dio, che è condizionante o fondante, e lo può essere in maniera piena solo non dipendendo da alcuna condizione, né a lei superiore come sarebbe un «super Dio», né a lei inferiore come è il mondo.