Corriere della Sera 19 gennaio 93

 

 

Giovanni Paolo II invita scienza e religione a trovare punto di convergenza nella «nuova fisica»

Nell'universo complesso c'è posto per l'intervento divino? 

 

 

Il Caos si addice a Dio

 

PIETRO GRECO

 

Il Papa, con la riabilitazione di Galilei, ha dichiarato conclusa l'epoca dell'ateismo virtuale della ricerca scientifica. Un Dio discreto, rispettoso delle leggi fisiche, ma non indifferente al nostro destino, è compatibile con la «nuova fisica»? Sono in molti a pensarlo. Ma, ad un certo punto del cammino, le strade della scienza e della religione divergono immancabilmente.

 


 

I conti, dicono, sono più che attendibili. A Dio bastano una decina di giorni, due settimane al massimo, per cambiare la faccia della Terra. Nel pieno, rispetto, s'intende, delle leggi della fisica. Come? Beh, gli basta generare una piccola e «spontanea» fluttuazione quantistica, persino lì ai margini dell'universo, e poi affidarsi alla capacità di amplificazione della dinamica non lineare, perché con mano di velluto possa in tempi brevi (vedi scheda) indirizzare a piacimento il corso degli eventi naturali e delle umane vicende qui sulla Terra. 

Bisogna dunque cercare nelle pieghe della «nuova fisica», dell'indeterminazione quantistica e della imprevedibilità caotica per sorprendere Dio mentre «si sporca le mani» ed interviene nelle faccende di questo mondo? 

Tra i teologi l'idea di un Dio che non solo accetta di giocare a dadi con l'universo, ma cambia anche le regole del gioco mentre la partita è in corso, non è certo nuova (si veda William Pollard, Chance and Providence, Charles Scribner's Sons, 1958). Ma a rilanciarla, autorevolmente, è stato Giovanni Paolo II in persona, quando il 31 ottobre scorso «riabilitando» l'eretico Galilei, ha virtualmente tracciato la pista di ricerca della nuova teologia naturale, invitando scienza e religione a trovare punti di vera e propria convergenza appunto alle frontiere della «nuova fisica». Quella dei sistemi complessi, dell'auto‑organizzazione della materia, della dinamica non lineare. E, naturalmente, della meccanica dei quanti. 

Discorso importante, quello del Papa. Perché «riabilitando» Galileo ha in realtà voluto riabilitare la Chiesa agli occhi della scienza, della filosofia e del senso comune (e non è davvero cosa da poco). Perché dichiara conclusa la stagione dell'«ateismo virtuale» della ricerca scientifica e apre la stagione della ricerca di quella che il filosofo cristiano Jean Guitton definisce l'«armonia tra Dio e la scienza» (Dio e la Scienza, Bompiani, 1992). Perché ripropone un Dio che crea e dà un senso all'universo. Ma anche e soprattutto perché offre l'immagine, per certi versi inedita, di un Dio discreto, ma non indifferente alle sorti del mondo, che si preoccupa di indirizzare e di intervenire direttamente in tutti i processi e gli eventi naturali, ma nel medesimo tempo resta del tutto rispettoso delle leggi fisiche che Egli stesso ha dato all'universo. E' un Dio che non ha bisogno di miracoli. Ed è un Dio evolutivo, anzi un Dio che coevolve con la sua creatura, l'universo. Quasi fosse un compositore che, come immagina Arthur Peacocke (Intimations of reality, University of Notre Dame Press, 1984), dopo aver iniziato «con un arrangiamento di note in una tonalità apparentemente semplice» va via via arricchendo ed ampliando la sua composizione con una continua ed inaudita «varietà di invenzioni». 

Sono l'«acausalità» di molte leggi quantistiche, l'estrema sensibilità alle condizioni iniziali di gran parte dei sistemi dinamici, l'ordine che emerge spontaneamente dal caos, insomma tutta la «nuova fisica», che consentono al Dio discreto e partecipe di coevolvere col suo universo, modulandolo con «una varietà di invenzioni». E di dargli un senso. Queste sono le parole ed il pensiero di Sua Santità, Giovanni Paolo II. 

Parole importanti e pensiero culturalmente molto sofisticato, quello che il Papa annuncia chiudendo la stagione del conflitto e proponendo la nuova «armonia tra Dio e la scienza». Da cui emergono almeno tre punti salienti. 

Dio, un'opzione razionale della scienza. La teologia naturale di Giovanni Paolo II non pretende più di dimostrare l'esistenza di Dio attraverso la fisica o la logica, come hanno tentato, ponendosi in una condizione di oggettiva debolezza nei confronti del pensiero razionale, Tommaso d'Aquino e Cartesio. Né tantomeno, come il cardinal Bellarmino, pretende di ridurre la scienza all'ermeneutica biblica. Dio, sostiene la nuova teologia naturale recepita e fatta propria dal Papa, non appartiene all'ordine della dimostrazione. La ragione umana non può «dimostrare» l'esistenza di Dio. E tuttavia non solo esiste, come ritiene Guitton, un supporto scientifico alle concezioni proposte dalla religione. Ma Dio risulta addirittura un'opzione tra le più razionali ad alcune questioni, quelle di fondo, proposte dalla scienza: perché è nato l'universo; perché è nata la vita. In fondo molti scienziati si uniscono ai teologi ed invocano un «principio antropico forte» per spiegare la modulazione fine che ha consentito la nascita di questo universo e di una vita intelligente che lo potesse osservare. E molti altri invocano una «necessità misteriosa», che per i teologi è la divina volontà, per spiegare quell'evento assolutamente improbabile che, anche in questo universo, è (o almeno risulta ancora) la nascita della vita. In questo quadro, sostiene la sofisticata teologia naturale fatta propria dal Papa, Dio non rappresenta la spiegazione scientifica. Ma si propone come una delle opzioni razionali. 

Il Dio discreto e partecipe non e il Dio delle lacune. Quando Galileo viene condannato e la nuova scienza si separa dalla teologia naturale, Dio non viene affatto «escluso dal mondo». Anzi, Dio non è solo la Causa Prima, il Motore Immoto. È il Grande Architetto che ha progettato l'universo con le leggi certe della matematica. E Newton  lo immagina come il Grande Orologiaio, che non solo ha dato la corda al suo universo‑orologio, ma che è costretto ad intervenire in continuazione per evitare che la macchina cosmica crolli su se stessa. L'intervento è «miracoloso» al di fuori delle leggi della fisica. Il Dio di Newton è il «Dio delle lacune», quello che viene invocato dagli uomini quando la ragione non riesce a fornire spiegazioni sufficienti. Il Dio delle lacune è stato più volte invocato dai teologi e dagli uomini di scienza. Ma poiché è un «Dio scolpito nella nostra ignoranza», come sostiene il filosofo Giulio Giorello, è particolarmente debole sul piano della ricerca razionale. Quando Pierre Simone de Laplace stende il suo manifesto determinista, afferma con orgoglio di poter «escludere Dio dal mondo». È forse allora che nasce «l'ateismo virtuale della scienza». Il Dio discreto e partecipe alleato della scienza che invoca la teologia naturale di Giovanni Paolo II si sforza di differenziarsi dal Dio delle lacune. Il suo intervento negli eventi cosmici si svolge nel pieno rispetto delle leggi fisiche. E per farlo deve sgusciare attraverso gli spazi ristrettissimi lasciati aperti dalla indeterminazione quantistica e dalla imprevedibilità caotica. Questo Dio partecipe, ma discreto, non poteva esistere nell'universo meccano. È la «nuova fisica» che gli apre le porte. 

Dio dà un senso all'universo. Dell'universo complesso che oggi conosciamo c'è qualcosa in più di quanto appaia a prima vista. Lo dice la «nuova fisica». Lo dice la nuova teologia naturale. Ma è quando si riferiscono a quel «qualcosa in più» che nuova fisica e nuova biologia necessariamente divergono. Per i teologi quel «qualcosa in più» è Dio. Che, pur senza violare le leggi della fisica, ha modulato finemente questo universo rendendo possibile l'emergere della vita. E della vita dotata di coscienza. Nell'ordine che nasce dal caos c'è la sua mano. È quella mano che spinge miliardi di molecole ad autoorganizzarsi nelle cellule di Bénard. E, a maggior ragione, è la mano di Dio che spinge miliardi di molecole ad organizzarsi nella forma più complessa che l'universo conosca, la vita. Quello della moderna teologia naturale fatta propria dal Papa è un universo finalistico. Non poteva essere diversamente. Per la nuova fisica «quel qualcosa in più» sono (devono essere) solo delle variabili fisiche più o meno nascoste. Che non hanno nulla di  finalistico né tanto meno di  mistico. E' qui infatti che convergenza tra teologia e fisica, anche con la «nuova fisica viene meno (anche se non c'è davvero bisogno che divenga conflitto). La scienza non può cercare al di fuori di sé e del suo metodo razionale le ca dei fenomeni naturali. 

Per quanto strani e sconcertanti  essi siano. Lo sforzo della scienza, anche in questo nuovo universo meno deterministico e più imprevedibile, deve essere quello di Pierre Simone Laplace: «escludere Dio dal  mondo». Studiarlo «come se» fosse autoconsistente. Insomma, Dio può fare incursioni nella nuova fisica. La nuova fisica non può concedersi cadute nel misticismo. 

In questo caso aveva torto del tutto Henri Bergson quando diceva che «l'universo è macchina che produce degli dei». L'universo della fisica è più una macchina. E, come sempre, non deve produrre dei.

Così, nel rispetto delle leggi di natura, il Creatore interviene nelle cose terrene.

 

Nel nucleo di quella cometa lì, ai margini del sistema solare, un singolo piccolissimo nucleo di magnesio decade, «perdendo» un protone ed un elettrone, e si trasforma in un nucleo del «nobile» neo. La meccanica dei quanti assicura che il decadimento di quel nucleo di magnesio è spontaneo e acausale. Imprevedibile. La fisica non potrà mai stabilire che «in realtà» quell'elettrone è stato emesso su «sollecitazione»  di Dio. Vede solo che, dopo lo «spontaneo» decadimento del magnesio, lascia la cometa e si inoltra nel sistema solare. Modificandone, di un infinitesimo, il campo gravitazionale. Quanto tempo occorrerà perchè quella piccolissima variazione riesca a modificare il comportamento delle molecole dell'aria che staziona, tanto per fare un  esempio, sulle umide rive in quell'ansa del Rio delle Amazzoni? Nero su bianco Michael Berly, fisico presso l'università di Bristol, afferma che dopo appena 50 collisioni molecolari si riscontrano gli effetti tangibili di quella variazione infinitesima del campo gravitazionale. Una molecola di ossigeno e una di azoto evitano l'impatto cui erano destinate. La microstruttura dell'aria su quell'ansa de Rio delle Amazzoni è stata modificata. Il tutto è durato una frazione di secondo. Già, direte voi, ma siamo ancora a livello di atomi. Il pescatore indio lì sulla riva neppure se ne accorge. Aspettate un minuto, un solo minutino, ed anche il pescatore avrà notizia dell'evento verificatosi sulla cometa lontana. Un minuto, o giù di lì: tanto basta,  assicura il fisico teorico David Ruelle (in Il caos, a cura di Giulio Casati, Le Scienze, 1991), ad una turbolenza per amplificare una fluttuazione microscopica e renderla percettibile all'uomo, come quei soffi d'aria calda che vengono su dal termosifone acceso. Uno spiffero d'aria avverte il nostro pescatore che su una cometa ai margini del sistema solare qualche ora prima è nato un atomo di neo. Quello stesso spiffero obbliga una famosa farfalla, la farfalla di Lorenz, ad un battito d'ali in più per restare in equilibrio. Un battito d'ali laggiù in Amazzonia che, nel breve giro di qualche giorno, provocherà un imprevisto temporale su Huston, nel Texas, ed una gelata come, a memoria d'uomo, non s'era mai vista in Sicilia. Cosa è successo? É successo che il clima evolve secondo le leggi della dinamica non lineare. Così in sole ventiquattr'ore una fluttuazione dell'aria dell'ordine di pochi centimetri si è propagata, provocando mutamenti sulla scala delle decine di chilometri. E poi, assicurano Charles Leith e Robert Kraichmann, bastano una settimana o due perché quel battito d'ali provochi il completo cambiamento delle condizini meteorologiche della Terra.

Così nel pieno rispetto delle leggi fisiche Dio è intervenuto nelle faccende terrene.