Corriere della sera, dicembre(?) 1992
L'estetica in un mondo di macchine
Il poeta come Galileo davanti alla natura
di Giulio Giorello
Alcuni intellettuali di Oxford ottengono un passaggio da un camionista. A un certo punto costui esibisce una bisunta copia di «Figli e amanti» di David Herbert Lawrence: «Abbiamo perso il contatto ‑ dice ‑ con il sesso... La grande forza primordiale... Non che la pensi esattamente così quando, con rispetto parlando, mi trovo a letto con la mia signora. Ma è perché la civiltà industriale mi tiene tra le grinfie». E conclude: «Una macchina senz'anima». La scena è tratta da «Il negozio fantasma» (1946) di Edmund Crispin (pseudonimo di Robert Bruce Montgomery), pubblicato poche settimane fa per «I classici del giallo» Mondadori.
Trasferiamoci ora dalle pietre grigie di Oxford ai mattoni rossastri del palazzo del Filarete, la sede dell'Università degli Studi di Milano. Qui Stefano Zecchi, un docente di estetica cui un mondo di macchine senz'anima non va affatto a genio, facendo sue le ragioni del camionista di Crispin insegna come Lawrence, intingendo la penna nella carne degli amanti, sia riuscito a «fare della vita del corpo la misura dell'espressione» e a ritrovare così le tracce di «un senso possibile da dare alle cose». Quello di Zecchi per Lawrence è del resto un antico amore: con una certa malizia, in uno dei brevi saggi che compongono questo suo «Verso dove?» (Edizioni Tema Celeste, Siracusa, L. 32.000), Zecchi rievoca l'acquisto (quando era «poco più che un ragazzo») di un libro di poesie dell'autore di «Lady Chatterley» nell'intenzione neppure troppo segreta di «trovarci qualcosa di pornografico». Deluso in tale aspettativa, si è però imbattuto nell'elogio della Fenice, l'animale divino che «rinnova la sua giovinezza solo quando è arso vivo». Non è forse questo il ricorrente destino delle arti, della letteratura, della filosofia?
Benpensanti di tutto il mondo, unitevi! Lawrence è stato processato per oscenità, ma la sua colpa più grave è consistita nell'aver spezzato la logica del progresso e dei buoni sentimenti. «Irrazionalista» è un'etichetta buona per tutte le scomuniche. Zecchi, che è l'editore italiano dei saggi di Lawrence, inserisce anche questo autore nella schiera di coloro che hanno lottato contro il Giano che «infesta» il Novecento: lo scientismo pieno di orgogliosa sicurezza che è sempre pronto a tramutarsi nel suo esatto contrario, il nichilismo. Presentando i saggi di Zecchi il poeta Giuseppe Conte spiega che non è ancora il momento di rassegnarsi «al fatto che la poesia non conta più nulla».
Insomma, si vorrebbe «restituire alla poesia la sua energia spirituale, di creatrice di sogni e forme e miti», rifiutando di riconoscere la vittoria della «cultura dell'omologazione post‑moderna». Ma quest'ultima è pur sempre figlia della divinità bifronte che ha segnato, nel nostro tempo, uno dei culmini del moderno. Una malattia dell'Occidente... che questo ha trasmesso all'intero pianeta? La terapia che Zecchi propone è radicale: «Si potrebbe, per esempio, incominciare a sospendere per mille anni lo studio della matematica e della fisica per lasciare il tempo a un nuovo Faust di trovare al Logos la traduzione giusta». Il Logos era «in principio presso Dio» ma il Faust goethiano l'ha tradotto come Azione, consegnandosi così ai meccanismi di distruzione cui ha affidato l'avvenire «radioso» dell'umanità, che oggi paga il prezzo di questo «errore di traduzione». Se la poesia può offrire una via d'uscita, è perché essa è creazione senza essere manipolazione. Zecchi ama il paradosso, ma c'è ragionevolezza nella sua «modesta proposta».
Il Saggiatore
Ha cominciato Galileo col dichiarare nel «Saggiatore» (1623), che il Libro della natura è scritto in caratteri geometrici; già Jonathan Swift nei «Viaggi di Gulliver» (1726) si fa però beffe di coloro che con calcoli e figure vorrebbero misurare persino la bellezza delle donne; grandi filosofi del nostro secolo, come Edmund Husserl e Martin Heidegger, hanno imputato alla scienza fisicomatematica di aver spezzato i legami tra la coscienza e la realtà o di aver ridotto a «pura cosa» il mondo intero, uomini inclusi. Con queste premesse, c'è davvero da meravigliarsi se la Terra ci appare ridotta a un'immensa pattumiera o se, m un prossimo futuro, le macchine potrebbero rivelarsi più intelligenti degli esseri umani?
Eppure Galileo si era appellato alla matematica soprattutto come strumento di indipendenza intellettuale e aveva contrapposto il paziente lavoro degli artigiani ai grandi apparati—fisici, mentali o istituzionali— che finiscono coll'ingabbiare le coscienze.
Idee nuove
Più di una volta è emerso il conflitto tra le idee nuove e la costellazione degli interessi di chi mira alle applicazioni; tra l'esigenza di comprensione e quella del successo tecnologico; in più, si tratta di un conflitto creativo, della tensione che attraversa l'impresa scientifica. Se non tenesse conto di ciò, inseguendo il miraggio di un'improbabile innocenza prescientifica, il Faust del futuro sognato da Stefano Zecchi si troverebbe legato mani e piedi a Mefistofele, senza aver firmato un patto col Diavolo.
Azzardo dunque la mia ( modestissima) contro proposta: perché «giocare la carta» di William Blake contro Isaac Newton o quella di D.H. Lawrence contro, poniamo, Albert Einstein? Non è meglio procedere guardando insieme agli uni e agli altri?
In «Verso dove?» c'è un passo che trovo bellissimo: <<Per dirci di tutti i suoni e di tutte le forme della natura, il poeta dovrà avere l'udito sottile che sa percepire tra le dune di sabbia i rumori più tenui portati dal vento, dovrà avere la vista acuta che sa cogliere le orme del nemico sulle foglie leggere che coprono la terra della foresta, dovrà avere il tatto di un cieco che sa sentire nella più profonda tenebra il volto amato». Questa descrizione di sensi acutissimi non si adatta egualmente bene sia a Galileo Galilei, che finì i suoi giorni cieco e prigioniero dopo aver contemplato macchie solari e montagne della Luna, come a John Milton, che sacrificò i suoi occhi nella difesa della libertà dei suoi concittadini, ricreando nella mente la battaglia tra Cielo e Inferno?