la Repubblica, mercoledì 2 dicembre 1992
Dio non fa proprio al caso nostro
Carlo Bernardini
Chiunque sia laico in senso stretto, non condizionato da sentimenti religiosi sa benissimo che il problema della fede esiste almeno come problema socio‑antropologico e non può pertanto ignorarlo quasi fosse un fenomeno irrilevante. Tuttavia, accade spesso di constatare con rammarico che anche i laici in senso stretto, nell'argomentare su questioni che riguardano la presenza della religione nella società, finiscono con l'adottare un linguaggio che è proprio delle ideologie religiose e non rispecchia come dovrebbe il punto di vista laico che, in queste occasioni, sarebbe bene fosse strettamente fenomenologico. Può addirittura capitare che un filosofo cattolico come Rocco Buttiglione impartisca lezioni almeno in parte ineccepibili, proprio su questo punto a un Paolo Flores d'Arcais (come ha fatto sulla Stampa del 28 novembre)
E può capitare che problemi come quello del rapporto tra scienza e fede, e persino quello della esistenza o non‑esistenza di Dio vengano discussi da intellettuali laici in un contesto che presuppone la commensurabilità delle ipotesi; contesto che nasconde in qualche misura le modalità proprie della coscienza e della ragione laica e lascia molto spazio alle concezioni mitologiche. Probabilmente, il fatto che le spiegazioni mitologiche siano totalizzanti, immediate e assai meno faticose ha il suo peso e finisce con il prendere anche la mano e la penna di insospettabili scrittori laici: su questo hanno messo chiaramente in guardia, tra gli altri, scienziati come Francois Jacob (Il gioco dei possibili) e John D. Barrow (Teorie del tutto, un testo eccellente appena uscito in italiano dall'editore Adelphi).
Il 25 novembre Eugenio Scalfari ha commentato la nuova posizione della Chiesa cattolica sull'antico processo a Galileo Galilei, posizione che è impropriamente chiamata, anche da molti laici, «riabilitazione». Ciò che Scalfari ha scritto al riguardo con il suo abituale stile cartesiano ha indubbiamente il potere di indirizzare i lettori verso una riflessione sulle concezioni del mondo che ciascuno di noi possiede. Ma nelle sue argomentazioni è ancora riconoscibile la lunga ombra che tiene a bada il punto di vista strettamente laico a favore di problematiche proprie della sola Chiesa. Due sono, sostanzialmente, i punti in cui questo è facilmente rilevabile: il primo riguarda la «questione Galilei», il secondo la «casualità nella scienza contemporanea» e le sue implicazioni per gli uomini di fede o, almeno, per la gerarchia ecclesiastica.
Dal punto di vista strettamente laico, la questione Galilei è di scarso interesse intellettuale al di fuori della cerchia degli specialisti che si occupano di dottrine religiose. Che i vertici di una struttura religiosa accettino dopo secoli ciò che da secoli è accettato anche dal suoi adepti non dà alcuna legittimazione in più alle idee della fisica contemporanea, e questo è banale. Tuttavia, proprio il comportamento della Chiesa nella vicenda dà nuove occasione di riflettere su ciò che la Chiesa è indipendentemente dalle sue concezioni fondanti: una organizzazione che intende la religione anche come «continuazione della politica con altri mezzi». Non dobbiamo dimenticare che la fede è usata per affermare principi assoluti che poi interferiscono concretamente nella discussione su questioni di rilevanza politica e sociale limitandola e condizionandola con affermazioni dogmatiche. Scalfari scrive che il Papa ha espresso «una acquisizione dottrinale estremamente sofisticata ... se le acquisizioni del sapere sembreranno entrare in contrasto con la lettera delle Scritture, toccherà al pensiero cattolico interpretarle in modo che esse risultino conformi al nuovo sapere». Non riesco a vedere in che cosa l'assai tardivo ripensamento della Chiesa sia sofisticato, tanto più che, nei fatti, sembra espresso caso per caso, quando i problemi hanno perso ogni importanza «politica»; esso appare, perciò, poco più di un gioco accademico. Forse il Papa è disposto a dare subito un seguito alle sue affermazioni a proposito della didattica creazionista praticata ancora oggi in non poche scuole americane?
Comunque, là dove l'impatto politico‑sociale delle idee religiose può essere grande, la Chiesa cattolica è più pervasiva che mai e non sembra affatto remissiva come Galilei ingenuamente sperava nella sua lettera a Cristina di Lorena («...come si potrà adesso affermare, che il tener di esse questa parte, e non quella, sia tanto necessario che l'una sia de Fide e l'altra erronea?»). Mi riferisco ai problemi della bioetica, della contraccezione e della sovrappopolazione, della sessualità degli handicappati, della inseminazione artificiale, dell'eutanasia, della discriminazione delle donne, e via discorrendo; e non perché si tratti di problemi scientifici in qualche senso preciso ma per il modo di trattarli a colpi di dogmi e di anatemi, che sottrae molti individui ad una discussione coscientemente «altruista».
Sia chiaro: se la Chiesa emana catechismi illustra il paradiso, paventa il demonio beatifica e santifica chi l'ha difesa, un laico non avrà nulla da dire al riguardo. Ma se fa politica ‑ come la fa giorno dopo giorno ‑ i laici devono ritrovare il loro linguaggio naturale per trattarla, con il dovuto rigore, come una delle parti politiche in campo e non come una organizzazione al di sopra delle parti. E riconosciamo perciò subito l'opportunismo che stava sotto la condanna di Galilei non si trattava di ingenuità nella difesa delle Scritture, ma di mantenimento dell'ordine tramandato per tutto il Medioevo, che voleva che l'uomo fosse al centro dell'universo. La Chiesa difendeva il sistema antropocentrico assai più che il geocentrico, secondo l'ipotesi mitologica gratificante che chi sta al centro è oggetto delle attenzioni della divinità. A ben guardare, questo antropocentrismo è ancora quello che regola il pensiero cattolico e mette spesso in difficoltà i laici nel loro tentativo di comprendere l'etica e la politica e il potere di ottimizzazione dei rapporti sociali che sta nei comportamenti altruisti capaci di superare la «legge del più forte».
Sul secondo punto toccato da Scalfari sarò più breve. Il caso, in fisica, ha fatto la sua comparse da almeno settant'anni, con la meccanica quantistica e il principio di indeterminazione di Heisenberg. Sappiamo solo valutare probabilità. Sin dall'inizio si disse che questo si adattava come un guanto al libero arbitrio, che forse è ancora il pilastro del pensiero religioso. Che poi alcuni modelli classici (non quantistici) della realtà mostrino che la cosiddetta «sensibilità alle condizioni iniziali» renda vana anche ogni previsione classica a lungo termine toglie spazio al determinismo estremista e desueto di Pierre Simon de Laplace ma niente di più.
E perché mai questo «caso», comunque passibile di «compressibilità algoritmica» (vedi Barrow), cioè di riduzione a modelli formali, metta in difficoltà la Chiesa, addirittura sul problema dell'esistenza di Dio, francamente non lo capisco. Le prove della non esistenza sono altrettanto paradossali di quelle dell'esistenza: vedere in un modello dei fatti la prova della non esistenza ha tutta l'aria del paradosso di Hempel, secondo il quale constatare che ciò che non è nero non è un corvo non vale l'affermazione falsificabile che i corvi sono neri.
Le scienze sperimentali sono induttive, e non cercano mai la verità, ma solo una rappresentazione sempre più credibile. Tutto ciò fu ben detto da Richard von Mises, più di quarant'anni fa, nel suo Manuale di critica scientifica e filosofica (fuori commercio da un pezzo): sarebbe bene che qualcuno lo ripubblicasse, anche se è dubbio che ci rifarebbe le spese.