la Repubblica 10/12/92

I DADI DI MALLARME'

 

di Alberto Anguissola

 


 

Caro direttore, anch'io ho seguito attentamente gli ultimi sviluppi del «caso Galilei., ho trovato assai notevole il discorso del Papa (nella versione integrale data dall'Osservatore) ho giudicato molto favorevolmente l'articolo di Baget‑Bozzo, che Repubblica pubblicò con grande rilievo. 

Il suo articolo su scienza e fede mi è sembrato interessante e per me inquietante. Forse presuppone delle conoscenze di filosofia della scienza contemporanea che sorpassano le capacità di un povero proustiano smarrito quale io sono. Non ho mai studiato le teorie scientifiche e filosofiche sul caso, e la prego quindi di perdonare la mia ignoranza. L'unica cosa che forse ho abbastanza digerito, riguardo a questi temi, è la filosofia di Kant, che sono riuscito a capire, almeno in parte, grazie alla «mediazione. ai Schopenhauer. 

In base alla distinzione kantiana tra ragion pura e ragion pratica (in quest'ultima, se non sbaglio, Kant inserisce anche la religiosità), il concetto di causa è una «categoria‑‑ a priori, e non una proprietà oggettiva della «natura ‑. In quanto tale, è indissolubilmente legato al modo di funzionare della psiche che da esso non può prescindere. La «natura; potrà anche essere casuale e non causale, ma la scienza ‑ secondo Kant ‑ non può essere altro che causale, oppure diventa qualcos'altro che con la scienza non ha più rapporto. La nostra mente è fatta in modo tale che non può non trasformare in causa anche il caso. «Un coup de dés jamais n'abolira le hasard», dice Mallarmé, ma i dadi si dispongono sul tavolo da gioco secondo leggi causali ben precise. Come è stato già osservato, casualità e libertà sono due cose diverse. 

D'altra parte la filosofia di Kant negava qualsiasi validità alle varie «vie ‑ tomistiche per dimostrare razionalisticamente l'esistenza di Dio. La «causa prima‑‑ era per Kant una specie di bestemmia sacrilega, perché considerare Dio come un possibile «oggetto. della categoria di «causa. significa antropomorfizzarlo e porlo non al di sopra ma al di sotto dell'uomo. Perciò, secondo Kant tra causalità e fede c'è non soltanto una rigorosa distinzione di campi per cui non sono possibili sovrapposizioni reciproche o conflitti, ma c'è anche una radicale differenza per quanto riguarda il metodo. Solo affidandosi alla «radon pratica‑‑, cioè ‑ diremmo oggi ‑ ad una meditazione esistenziale sulla propria esperienza di vita, si può arrivare ‑ forse ‑ a incontrarsi con un «inesplicabile‑, con un Fatto o un insieme di fatti, per i quali non si intravede nessuna causa possibile, e in conseguenza dei quali a si sente spinti ad uscire dal regno della  necessità e a penetrare nel regno della libertà, quel regno che i Vangeli chiamano «Regno di Dio» da Kant in poi qualunque discorso razionalistico sulla religione o sulla morale cristiana cattolica è diventato roba da «spaghettanti dello spirito» (come diceva Thomas Mann nelle Considerazioni di un impolitico), roba da Museo della preistoria. La fede in Cristo salvatore e vincitore della morte non può essere la meta finale della dimostrazione di un teorema. Essa comincia soltanto laggiù dove tutti i teoremi falliscono e acciono, in quel silenzio della ragione (e  della causa) in cui la conoscenza percorre strade alternative.

Il Nietzsche ancora schopenhaueriano, quindi kantiano, della Nascita della tragedia ha scritto questa frase bellissima: «La spronata dalla sua robusta illusione, corre senza sosta fino ai suoi limiti, dove l'ottimismo insito nell'essenza della logica naufraga. Infatti la circonferenza che chiude il cerchio della scienza ha infiniti punti, e mentre non si può ancora prevedere come sarà mai possibile misurare interamente il cerchio, l'uomo nobile e dotato giunge a toccare inevitabilmente ancor prima di giungere a metà della sua esistenza, tali punti di confine della circonferenza, dove guarda fissamente l'inesplicabile ‑ (Adelphi, pagg. 103). Poiché sia lei sia io siamo già giunti « nel mezzo del cammin di nostra vita ‑, qualche barlume di inesplicabile dovremmo averlo intravisto. Certo, tra questo «inesplicabile ‑ tragico di Nietzsche e Dio c'è di mezzo un salto logico ed esistenziale immenso. 

Ancor più smisurato è l'abisso che separa 1' idea di Dio o anche la credenza teorica nell'esistenza di un «Grande regista‑‑ dalla fede in Gesù Cristo incarnato, crocefisso e risorto. Per 1' uomo di oggi credere in Dio spesso è un ostacolo sulla via dell'incontro con il «servo di lahvé‑ (Isaia, 53), cioè con Colui che ha condiviso fino all'ultima goccia tutta la sofferenza umana, umiliandosi in una morte da malfattore, ed ha così riscattato la nostra «condizione ‑, trasformando il negativo in positivo. L'ateismo è, secondo me, la migliore introduzione al vero cristianesimo. 

Se lei mi chiedesse: «Perché si ritiene un credente?‑, io non mi metterei certo a parlarle della Causa Prima o dell'argomento ontologico di S. Anselmo, ma comincerei a raccontarle la mia vita, le mie sofferenze e il profondo senso di liberazione da esse che mi ha dato, a un certo punto di questo singolare percorso, il mettere in relazione tutto questo senso di vuoto e di angoscia con il «Beati gli afflitti col racconto della passione di Cristo e con quello dell'incontro tra i due discepoli e uno sconosciuto misterioso in Emmaus (Luca, 24, 13‑35). Per me, sostanzialmente, la tede è stata questa scoperta, quasi junghiana; la vita di Cristo è un fatto storico che contiene in sé manifesta una verità universale, è un archetipo, alla luce del quale anche le cose più assurde ritrovano un significato. Cristo non si è incarnato una volta sola ma continua a reincarnarsi in ogni sofferente in ogni emarginato, in ogni malato di Aids in ogni sconfitto, in ogni uomo che soffre, cioè in tutti noi, perché nessuno ignora cosa sia il dolore. Proust scrive in Atberurledaparue che la scena della dichiarazione di Phèdre a Hippolyte nella tragedia di Racine era una specie di profezia di tutti gli episodi cruciali della sua vita. Un miliardo di volte di più questo è vero per uno qualunque dei quattro Vangeli: li c'è il disvelamento di quello che sta accadendo nel mondo oggi, di ciò che è accaduto e accade nella vita Sua e mia, c'è il significato di Auschwitz e dei naziskin e di tutto ciò che, umanamente, sarebbe uno scandalo inaccettabile. 

Tornando, a questo punto, al «caso Galilei e al problema «scienza e fede., vorrei sottolineare il fatto che la Chiesa Cattolica, anche se, nel corso dei secoli ha fatto qualche «giro di walzer con questa o quella filosofia o ideologia provvisoriamente di moda (l'aristotelismo ‑ averroismo ‑ tomismo, per esempio), e comunque rimasta sostanzialmente fedele al suo unico Sposo cioè al compito di trasmettere di generazione in generazione i Vangeli e il senso profondo della Croce di resurrezione. Rispetto a questo «zoccolo duro», che conseguenze possono avere le alterne vicende del rapporto tra ricerca scientifica e magistero dottrinale e morale cattolico? 

Lei ha scritto che una scienza, che si allontanasse dalla causalità e fondasse se stessa sul Caso, costituirebbe un itinerario non parallelo ma divergente rispetto all'idea di Dio. E allora? Ma ai dodici apostoli fu forse affidato il compito di predicare, come Voltaire, il deismo? Un deista che ignori Gesù Cristo è molto più lontano dalla Chiesa di un uomo che creda dl essere ateo ma riconosca, magari per un istinto inconsapevole (fede inconscia), che c'è un mistero glorioso all'interno di ogni sofferenza umana, che p7jli ultimi saranno i primi che la pietra scartata dai costruttori, è stata, è, é sarà scelta é posta come pietra angolare. Nei primi secoli della nostra era, uno dei principali motivi che spingevano le autorità romane a perseguitare i cristiani era il loro ateismo. Chissà dunque ‑se mi consente un paradosso ‑ che una scienza casuale, diffondendo ovunque l'ateismo, non renda finalmente possibile a trionfo del Cristianesimo e la conversione di «tutte le genti».

Naturalmente, i paradossi sono paradossi, e non vanno presi troppo alla lettera. Del resto, se lei vorrà rileggere qualche pagina del Vangelo, vedrà che Cristo non diceva mai nulla senza ricorrere al paradosso, e proprio per questo faceva infuriare i farisei e gli scribi (cioè i nostri antenati). Mi perdoni dunque questa mia lettera così lunga e torse per lei molto noiosa. In un certo senso, chi è causa del suo mal pianga se stesso. Il suo articolo mi ha inquietato. Chi semina inquietudine, raccoglie lettere noiosissime.