Il cosmo secondo Aristotele

di Cesare Vasoli

Aristotele aveva concepito il «cosmo» come una sfera molto grande ma finita, che aveva per centro il centro della terra ed era limitata dalla sfera delle stelle fisse che è anche il primum movens , origine prima di tutti i movimenti contenuti nell'universo. Al centro di questo cosmo, si trova quindi il globo terrestre circondato da una serie di sfere concentriche, costituite in primo luogo dalle sfere degli altri elementi terrestri (acqua, aria e fuoco) e quindi dalle sfere cristalline nelle quali sono fissati gli astri che esse trasportano nel loro moto circolare. L'ordine progressivo degli astri, che costituiscono «i sette pianeti» è il seguente: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno; quindi, al di là della sfera di Saturno, si estende quella delle stelle fisse, e al di là di questa non v'è nulla, o, meglio, il vuoto assoluto, il non essere.

In questo universo, ogni corpo o sostanza ha quindi naturalmente un «luogo» che gli è proprio e un movimento naturale in relazione a quel luogo. Tale movimento avviene però sempre in rapporto ad un punto fisso, che è il centro della terra; ma i movimenti di un corpo in una direzione o nell'altra sono qualitativamente diversi. Sicché, il comportamento naturale dei corpi dipende dal loro luogo attuale nell'universo e dalle sostanze di cui sono composti. Tuttavia, pur costituendo un tutto unico e solidale, l'universo è nettamente distinto in due grandi regioni, separate dalla sfera della Luna. Difatti, mentre nella prima sfera, quella terrestre, i corpi sono sottoposti ad ogni specie di mutamento, e il loro genere di movimento si volge in linea dritta verso il loro luogo naturale nella sfera dell'elemento che li costituisce, nelle sfere celesti i corpi, composti da un quinto elemento o «quintessenza», ingenerabile e incorruttibile, si muovono solo di un moto circolare uniforme, il più perfetto che possa svolgersi in un universo finito.

[Cesare Vasoli, La filosofia medioevale, Milano, Feltrinelli, 1961, p. 319]