"E che ne è degli Indiani?"

di Charles-Alexis de Tocqueville

 

Charles-Alexis de Tocqueville (1805-1859), uomo politicop e storico francese, è autore di un fondamentale studio sugli Stati Uniti (La Democrazia in America) da lui visitati fra il 1831 e il 1832. In questo brano,  tratto dai suoi appunti di viaggio,  si sofferma su una delle questioni più problematiche e oscure nella storia della nazione americana: i rapporti con la popolazione indigena e la sua graduale distruzione.

Venendo in America, una delle cose che più stimolavano la nostra curiosità era di toccare gli estremi confini della civiltà europea. E, qualora il tempo ce lo avesse permesso, di visitare alcune di quelle tribù indiane che hanno preferito fuggire nella solitudine più selvaggia, piuttosto che piegarsi a quelle che i bianchi definiscono le delizie della vita sociale. Ma è più difficile di quanto si creda trovare oggi il deserto. Dopo la partenza da New York, per quanto avanzassimo verso il Nord-Ovest, l'obiettivo del nostro viaggio sembrava allontanarsi davanti a noi. Attraversavamo luoghi celebri nella storia degli Indiani; percorrevamo valli a cui essi hanno dato il nome; passavamo fiumi che si chiamavano ancora come le tribù, ma ovunque la capanna del selvaggio aveva fatto posto alla casa dell'uomo civilizzato. Le foreste venivano abbattute, la solitudine si animava di vita.

Ciononostante avevamo l'impressione di procedere sulle tracce degli indigeni. Dieci anni fa, ci veniva detto, erano qui; là, cinque anni; là, due anni. Nel punto dove vedete ora la più bella chiesa del villaggio, ci raccontava uno, ho buttato giù il primo albero della foresta. Qui, raccontava un altro, si teneva il gran consiglio della confederazione degli Irochesi. "E che ne è degli Indiani?" domandavo. "Gli Indiani", riprendeva il nostro ospite, "se ne sono andati non so bene dove, al di là dei grandi laghi; è una razza in via d'estinzione; non sono fatti per la civiltà, questa li uccide". L'uomo si abitua a tutto, alla morte sui campi di battaglia, alla morte negli ospedali, a uccidere e a soffrire. Si assuefà a tutti gli spettacoli. Un antico popolo, primo e legittimo padrone del continente americano, si squaglia come la neve sotto i raggi del sole ogni giorno che passa. A vista d'occhio sparisce dalla superficie della terra. Al suo posto, negli stessi luoghi, un'altra razza cresce con una rapidità ancora più sorprendente. Davanti a lei cadono le foreste, le paludi si prosciugano; invano i laghi grandi come mari, fiumi immensi si oppongono alla sua marcia trionfale. I deserti si trasformano in villaggi, i villaggi in città. Testimone giorno per giorno di queste meraviglie, l'Americano non vede in tutto ciò nulla di cui stupirsi. Questa incredibile distruzione, e questa crescita ancora più sorprendente gli sembrano il normale corso degli avvenimenti. Vi si adatta come all'ordine immutabile della natura.

Fu così che, sempre in cerca di selvaggi e del deserto, percorremmo le trecentosessanta miglia che separano New York da Buffalo. Qui la prima cosa che colpì i nostri occhi fu il grande numero di Indiani, riunitisi quel giorno a Buffalo per ricevere il pagamento di alcune terre che avevano lasciato agli Stati Uniti. Non credo di aver mai provato una delusione tanto profonda come alla vista di quegli Indiani. Ero pieno di ricordi delle pagine di Chateaubriand e di Cooper: negli indigeni americani mi aspettavo di vedere dei selvaggi sul cui viso la natura aveva scolpito i segni di quelle alte virtù che nascono dallo spirito di libertà. Credevo di incontrare in loro degli uomini i cui corpi erano allenati alla caccia e alla guerra, e che nulla perdevano a essere visti nella loro nudità. Si può giudicare del mio stupore confrontando questa descrizione con quella che segue.

Gli Indiani che vidi quel giorno erano di bassa statura; le loro membra, da come apparivano sotto le vesti, erano gracili; la loro pelle non era di colore rosso ramato, come si crede comunemente, ma molto abbronzata, tanto che a un primo colpo d'occhio era molto simile a quella dei mulatti. I capelli neri e lucenti cadevano loro con una singolare rigidità sul collo e sulle spalle. Le loro bocche erano smisuratamente grandi, tutto il loro aspetto meschino e cattivo. La loro fisionomia indicava quella profonda depravazione che può essere indotta solo da un lungo abuso degli agii della civiltà. Li si sarebbe detti far parte della più bassa delle plebaglie delle nostre grandi città d'Europa. Tuttavia erano ancora dei selvaggi. Ai vizi che avevano appreso da noi si mescolava qualcosa di barbaro e di primitivo, che li rendeva ancora più repellenti. Questi Indiani non portavano armi, indossavano vesti europee: ma non se ne servivano alla nostra stessa maniera. Si vedeva che non si erano abituati al loro uso, e che si trovavano come imprigionati tra le loro pieghe. Agli ornamenti europei accompagnavano i prodotti di un lusso barbaro: piume, enormi orecchini, collane di conchiglie. I movimenti di questi uomini erano rapidi e disordinati, la loro voce acuta e gutturale, il loro sguardo inquieto e selvaggio. Di primo acchito, si sarebbe stati tentati di non vedere in loro che delle bestie della foresta, a cui l'educazione aveva potuto dare sì un'apparenza umana, ma che non di meno erano rimasti degli animali. Ciononostante, questi esseri deboli e depravati appartenevano a una delle tribù indiane più famose. Avevamo davanti a noi, ispira pietà dirlo, gli ultimi resti di quella celebre confederazione degli Irochesi, di cui era conosciuta la virile saggezza non meno che il coraggio, e che a lungo furono l'ago della bilancia tra le due più grandi nazioni d'Europa. [...]

Gli abitanti degli Stati Uniti non cacciano con grande strepito gli Indiani come facevano gli Spagnoli in Messico. Ma, qui come ovunque, è lo stesso istinto crudele che anima la razza europea. In mezzo a quella società così gelosa di moralità e di filantropia, si nasconde l'insensibilità più completa quando si tratta degli indigeni americani, una sorta di egoismo sordo e implacabile. Quante volte nel corso dei nostri viaggi abbiamo incontrato degli onesti cittadini che la sera, seduti tranquillamente accanto al fuoco, si dicevano: "Ogni giorno il numero degli Indiani diminuisce! Non tanto perché facciamo loro spesso la guerra: è l'acquavite che vendiamo a basso prezzo a levarcene di torno ogni anno più di quanti non si potrebbe fare con le armi. Questo mondo ci appartiene", aggiungevano; "Dio, rifiutando ai suoi primi abitatori la facoltà di civilizzarsi, li ha fin dall'inizio destinati a una distruzione inevitabile. I veri proprietari di questo continente sono quelli che sanno approfittare delle sue ricchezze".

Soddisfatto del proprio ragionamento, l'Americano se ne va in chiesa, dove ascolta un ministro di Dio ripetergli che gli uomini sono fratelli, e che l'Essere eterno, avendo creato tutti secondo uno stesso modello, a ciascuno ha dato il dovere di aiutarsi. Il 19 luglio, alle dieci di mattina, ci imbarcammo sul battello a vapore Ohio, dirigendoci verso Detroit. Una brezza molto forte soffiava da nord-ovest e le acque del lago Erie sembravano le onde dell'oceano. A destra si stendeva illimitata la linea dell'orizzonte, a sinistra costeggiavamo le rive meridionali del lago, cui spesso ci avvicinavamo ad un tiro di schioppo. Queste rive erano completamente piatte, e molto diverse da quelle di tutti i laghi che avevo avuto occasione di vedere in Europa. Esse non somigliavano neppure alle coste del mare: delle immense foreste facevano loro ombra e costituivano come una spessa e raramente interrotta cintura intorno al lago. A volte, tuttavia, il paesaggio cambiava completamente d'aspetto. Dietro un bosco si scorgeva la cuspide elegante di un campanile, delle case incredibilmente bianche e pulite, dei negozi. A due passi di distanza, riprendeva invece il dominio della foresta selvaggia e apparentemente impenetrabile, che tornava a riflettere le sue foglie sulla superficie del lago.

Coloro che hanno visitato gli Stati Uniti troveranno in questo quadro un simbolo della società americana. Qui tutto è contraddittorio e imprevisto. Ovunque la civiltà ai suoi grandi estremi e la natura abbandonata a se stessa si trovano faccia a faccia e in qualche modo commiste. È ciò che non si potrebbe mai immaginare in Francia. Io, nelle mie illusioni di viaggiatore - e in quale categoria umana non hai mai le sue? - mi figuravo tutt'altra cosa. Avevo notato che in Europa le condizioni in cui si trova una provincia o una città - la ricchezza o la povertà, la più o meno grande estensione - esercitano un'influenza immensa sulle idee, i costumi, l'intero modo di essere degli abitanti: spesso esse costituiscono una differenza pari a quella di molti secoli tra le diverse regioni di uno stesso territorio.

A maggior ragione mi immaginavo di trovare la stessa situazione nel nuovo mondo: pensavo che un paese come l'America, popolato in modo incompleto e per fasi successive, dovesse presentare tutte le condizioni di vita e offrire l'immagine di una società in tutti i suoi stadi. Per me l'America era l'unico paese dove tutte le trasformazioni che lo stato sociale impone agli uomini si sarebbero potute seguire passo passo. Dove sarebbe stato possibile scorgere una sorta di lunga catena, i cui anelli discendevano dall'opulento patrizio delle città fino al selvaggio del deserto. In una parola, era là che io contavo di trovare tutta la storia dell'umanità racchiusa in qualche grado di longitudine.

Nulla è veritiero di questo quadro. Tra tutti i paesi del mondo, l'America è il meno adatto a fornire lo spettacolo che io venivo a cercarvi. In America più ancora che in Europa vi è una sola società. Essa può essere ricca o povera, umile o brillante, basata sul commercio o sull'agricoltura: ma si compone ovunque degli stessi elementi. È giunta a un uguale livello di civiltà. L'uomo che avete lasciato nelle strade di New York, lo ritroverete nelle solitudini dell'ovest: stesso abbigliamento, stessa mentalità, stessa lingua, stesse abitudini, stessi piaceri. Nulla di semplice, di ingenuo, nulla che senta di deserto, nulla che neppure somigli ai nostri villaggi. Il motivo di questa singolare situazione è facile da comprendere. Le zone più anticamente e più completamente popolate sono arrivate a un alto grado di civilizzazione. L'istruzione vi è stata introdotta da molto; lo spirito d'uguaglianza vi ha diffuso in modo eccezionalmente uniforme identici costumi di vita. Ora, notatelo bene, sono precisamente questi uomini che vanno a popolare il deserto ogni anno. In Europa, ciascuno vive e muore sul suolo che l'ha visto nascere. In America, non si trovano da nessuna parte i rappresentanti di una razza moltiplicatasi nella solitudine, dopo esserci vissuta a lungo ignorata dal mondo e abbandonata ai propri sforzi. Coloro che abitano i luoghi isolati, vi sono arrivati ieri: vi sono venuti con i costumi, le idee, i bisogni della civiltà. Non concedono alla vita selvaggia nulla, se non quello che l'imperiosa necessità della situazione esige da loro; da qui nascono i più strani. Si passa senza soluzione di continuità da un deserto alle vie di una città, dagli scenari più selvaggi ai quadri più ridenti della vita civilizzata. Se la notte sorprendendovi non vi costringe a cercare riparo sotto un albero, avete buone probabilità di arrivare a un villaggio dove troverete assolutamente tutto, da cappellini francesi all'ultima moda a caricature di boulevards. I negozianti di Buffalo e di Detroit vendono le stesse merci di quelli di New York. Le industrie di Lyon lavorano per gli uni come gli altri. Vi lasciate alle spalle le grandi strade, vi inoltrate per un sentiero appena tracciato; scorgete un campo dissodato, una capanna costruita con tronchi solo a metà squadrati, dove la luce del giorno entra per una stretta finestrella; credete di essere infine alla dimora di un contadino americano: errore! Entrate nella capanna che sembra l'asilo di ogni miseria, ma vi accorgete che l'abitante di quel luogo è vestito dei vostri medesimi abiti e che parla la lingua delle città. Sul rozzo tavolaccio ci sono libri e giornali; egli stesso si affretta a prendervi in disparte per sapere cosa sta veramente accadendo nella vecchia Europa, per poi chiedervi cosa vi ha più colpito del suo paese. Vi traccerà su un pezzo di carta un piano di campagna per i Belgi e vi parlerà con gravità di ciò che resta da fare per la prosperità della Francia. Lo si potrebbe credere un ricco proprietario che è venuto ad abitare per qualche notte in un padiglione di caccia. E in effetti la capanna di legno non è, per l'Americano, che un riparo temporaneo, una concessione momentanea alla necessità delle circostanze. Appena i campi che la circondano inizieranno a dare i loro frutti, e il nuovo proprietario avrà il tempo d'occuparsi delle cose che rendono la vita piacevole, una casa più spaziosa e più appropriata ai suoi bisogni sostituirà la log-house, e servirà da asilo a numerosi bambini: anche essi un giorno andranno a costruirsi una dimora nel deserto.

[Charles-Alexis de Tocqueville, Quindici giorni nel deserto americano, traduzione di M. Folin, Sellerio, Palermo 1989]