Susan Sontag, la Repubblica 20 novembre 2003
È soltanto un divario ciò che oggi divide Europa e Usa? O si tratta, piuttosto, di un conflitto? Affermazioni colleriche e liquidatorie sull´Europa, su certi paesi europei, sono ormai moneta corrente nella retorica politica americana; così come in Europa, perlomeno nei paesi più ricchi, i sentimenti antiamericani sono più percepibili e più sfrenati che mai.
Di che conflitto si tratta? Ha radici profonde? Credo di sì.
C´è sempre stato un latente antagonismo tra Europa e America, un antagonismo complesso e ambivalente almeno quanto quello che esiste tra genitori e figli. Gli Stati Uniti sono un paese neo europeo, la cui popolazione, fino a qualche decennio fa, era in larga parte di origine europea. Eppure sono le differenze tra Europa e America ad aver sempre colpito i più perspicaci osservatori europei: Alexis de Tocqueville, che visitò la giovane nazione nel 1831 e, tornato in Francia, scrisse La democrazia in America, a tutt´oggi, centosettanta anni dopo, il miglior libro sul mio paese, e D.H. Lawrence, il quale, ottant´anni fa, pubblicò il libro più interessante mai scritto sulla cultura americana, l´influente ed esasperante Classici americani. Entrambi compresero che l´America, nata come figlia dell´Europa, stava diventando, o era diventata, la sua antitesi.
Roma e Atene. Marte e Venere. Tali antitesi non sono state inventate dagli autori di recenti best-seller che promuovono l´idea di un inevitabile scontro di interessi e di valori tra Europa e America. Si tratta di contrapposizioni su cui gli europei hanno meditato a lungo e che hanno fornito la tavolozza, o la melodia ricorrente in buona parte della letteratura americana per tutto il XIX secolo, da James Fenimore Cooper e Ralph Waldo Emerson a Walt Whitman, Henry James, William Dean Howells, e Mark Twain. L´innocenza americana e la raffinatezza europea; il pragmatismo americano e l´intellettualismo europeo; l´energia americana e l´accidia europea; l´ingenuità americana e il cinismo europeo; la bontà d´animo americana e la malizia europea; il moralismo americano e le arti europee del compromesso. La musica è sempre la stessa.
La coreografia, però, può essere variata, e difatti la danza di tali antitesi è stata eseguita con passi e opzioni di ogni sorta per due tumultuosi secoli. Gli Eurofili possono servirsi di queste antiche contrapposizioni per identificare l´America con una forma di barbarie dominata dal commercio e l´Europa con la grande cultura, mentre gli Eurofobici possono fare ricorso al luogo comune secondo cui l´America rappresenterebbe l´idealismo, l´apertura mentale e la democrazia, mentre l´Europa incarnerebbe una raffinatezza snobistica e debilitante. Tocqueville e Lawrence, però, notarono qualcosa di più violento: non soltanto una dichiarazione d´indipendenza dall´Europa e dai suoi valori, ma una costante erosione, una condanna a morte del potere e dei valori europei. «Non si può mai avere una cosa nuova senza romperne una vecchia», scrisse Lawrence. «La cosa vecchia in questo caso era l´Europa. L´America [...] dovrebbe essere quella nuova. La cosa nuova è la morte della vecchia». L´America, intuì Lawrence, era impegnata in una missione che si prefiggeva di distruggere l´Europa, utilizzando la democrazia - e in particolare modo la democrazia culturale, la democrazia dei costumi - come un semplice strumento. Una volta raggiunto tale obiettivo, l´America sarebbe passata dalla democrazia a qualcosa di diverso. (Qualcosa che, forse, sta emergendo solo oggi).
Il passato è (o era) l´Europa, e l´America è stata fondata sull´idea di una rottura con il passato, considerato gravoso, soffocante e - in virtù delle norme di deferenza e priorità, dei modelli che consentono di giudicare ciò che è superiore o migliore - fondamentalmente non democratico. Coloro che parlano in nome di un´America trionfalistica continuano a suggerire che la democrazia americana comporta il rifiuto dell´Europa e, di fatto, l´accettazione di una salutare e liberatoria barbarie. E l´Europa, benché ormai più socialista che elitaria agli occhi della gran parte degli americani, resta comunque, secondo il metro di giudizio americano, un continente retrogrado, ostinatamente legato a vecchi modelli: il welfare state, ad esempio. "Make it new" ("Fa qualcosa di nuovo") non è soltanto uno slogan per la cultura; è la perfetta descrizione di una machina economica di portata mondiale, in continuo avanzamento. In ogni caso, se risulta necessario, anche il "vecchio" può essere ribattezzato come "nuovo".
Non è certo una coincidenza che il risoluto Ministro della Difesa americano abbia cercato di creare un dissidio all´interno dell´Europa, attraverso la distinzione, ormai indimenticabile, tra una "vecchia" Europa (cattiva) e una "nuova" Europa (buona). Come è potuto accadere che Germania, Francia e Belgio siano state relegate alla "vecchia" Europa, mentre Italia, Spagna, Polonia, Ucraina, Paesi Bassi, Ungheria, Repubblica Ceca e Bulgaria si siano ritrovate a far parte della "nuova"? Risposta: sostenere gli Stati Uniti nell´attuale progetto di espansione dei poteri politici e militari significa, per definizione, passare alla più desiderabile categoria del "nuovo". Chi è con noi è "nuovo".
Tutte le guerre moderne, anche quando hanno scopi tradizionali, come l´espansione territoriale o l´acquisizione di risorse scarseggianti, vengono presentate come scontri di civiltà ? guerre culturali - in cui ciascuna delle parti in causa rivendica per sé una posizione di superiorità e caratterizza l´altra come barbara. Il nemico rappresenta invariabilmente una minaccia per il "nostro modo di vita", è un infedele, un dissacratore, un contaminatore, un profanatore di valori più nobili e giusti. Un esempio particolarmente chiaro è fornito dalla guerra in corso contro la reale minaccia costituita dal fondamentalismo islamico militante. Ma vale la pena notare che una versione più blanda delle stesse forme di denigrazione è alla base dell´antagonismo tra Europa e America. Bisognerebbe inoltre ricordare che, storicamente, la più virulenta retorica antiamericana mai diffusa in Europa - che in buona sostanza accusa gli americani di essere barbari - non è venuta dalla cosiddetta sinistra bensì dall´estrema destra. Sia Hitler che Franco hanno infatti inveito ripetutamente contro un´America determinata (insieme alla popolazione ebraica del mondo intero) a inquinare la civiltà europea con i suoi volgari valori affaristici.
Naturalmente, una larga parte dell´opinione pubblica europea continua ad ammirare l´energia americana, la versione americana del "moderno". E ci sono sempre stati, in America, compagni di strada degli ideali culturali europei (una di loro è chi scrive), che nelle vecchie arti europee hanno trovato un modo di eludere o di correggere le spiccate tendenze mercantilistiche della cultura americana. E sul versante europeo c´è sempre stata la controparte di tali americani: europei intrigati, affascinati, profondamente attratti dagli Stati Uniti, proprio a causa di ciò che li differenzia dall´Europa.
Quello che gli americani oggi preferiscono vedere è quasi il rovescio del cliché eurofilo: si considerano i difensori della civiltà. Le orde dei barbari non sono più alle porte. Sono tra noi, in ogni città prospera, e ne tramano la devastazione. I paesi "produttori di cioccolata" (Francia, Germania, Belgio) dovranno farsi da parte, mentre una nazione dotata di "volontà" - e che ha Dio dalla propria parte - prosegue la sua lotta contro il terrorismo (ora identificato con la barbarie). Secondo il Segretario di Stato Colin Powell, è ridicolo che la vecchia Europa (a volte pare che tale termine si riferisca solo alla Francia) ambisca a un ruolo nell´amministrazione dei territori conquistati dalla coalizione vincente. L´Europa non ha né le risorse militari, né la propensione alla violenza, né il sostegno delle sue popolazioni viziate e fin troppo pacifiche. E gli americani hanno colto nel segno. Gli europei non sono inclini a evangelizzare né a belligerare.
Ma l´America e l´Europa non sono mai state complici, mai amiche? Certo che sì. Ma forse è vero che i periodi di unità - di comune sentire - sono stati l´eccezione più che la regola. Uno di questi è il periodo che va dalla Seconda guerra mondiale alla prima fase della Guerra Fredda, quando gli europei furono profondamente grati dell´intervento, del soccorso e del sostegno degli Stati Uniti. Gli americani accettano volentieri il ruolo di salvatori dell´Europa. Ma si aspettano una gratitudine eterna, che gli europei oggi non provano.
Dal punto di vista della "vecchia" Europa, è l´America che pare intenzionata a dilapidare l´ammirazione - e la gratitudine - di gran parte degli europei. L´immensa simpatia degli europei nei confronti degli Stati Uniti dopo l´attentato dell´11 settembre 2001 è stata genuina. Ma a ciò è seguita una crescente e reciproca presa di distanze.
I cittadini della nazione più ricca e potente della storia devono sapere che l´America è amata, invidiata... e malvista. Non pochi degli americani che viaggiano all´estero sanno di essere considerati rozzi, maleducati e privi di cultura da molti europei, e non esitano a rispondere a tali aspettative con comportamenti che sembrano suggerire il risentimento caratteristico degli ex coloni. E alcuni di quegli europei colti che più amano viaggiare o vivere negli Stati Uniti mostrano una certa condiscendenza nell´attribuire al paese l´atmosfera liberatoria di una colonia in cui ci si può disfare delle restrizioni e dei fardelli della cultura alta della madre patria. Mi torna in mente un regista tedesco, che all´epoca viveva a San Francisco, il quale mi disse che gli piaceva vivere negli Stati Uniti «perché qui non avete cultura». Per un certo numero di europei, l´America ha rappresentato la grande fuga. E viceversa: l´Europa è stata la grande fuga per generazioni di americani alla ricerca di "cultura". Ovviamente, mi riferisco solo a una minoranza, la minoranza dei privilegiati.
Gli americani, dunque, si considerano i difensori della civiltà e i salvatori dell´Europa, e si chiedono perché mai gli europei non lo capiscano, mentre gli europei vedono nell´America uno stato guerrafondaio e privo di scrupoli. Una descrizione, quest´ultima, a cui gli americani prontamente rispondono considerando l´Europa un nemico che, come sostiene una retorica sempre più diffusa negli Stati Uniti, fingerebbe di essere pacifista, soltanto per contribuire all´indebolimento della potenza americana. In particolare, si pensa la Francia stia tramando per conquistare una posizione di parità, se non di superiorità, rispetto all´America.
E´ difficile non concepire il mondo in termini di polarizzazioni ("loro" e "noi"), termini che in passato hanno rafforzato la tendenza isolazionista della politica estera americana, così come oggi rafforzano quella imperialista. Gli americani si sono abituati a considerare il mondo in termini di contrapposizione tra nemici. I nemici sono altrove, così come la lotta si combatte quasi sempre "laggiù", ora che il fondamentalismo islamico rappresenta la minaccia subdola e implacabile che ha sostituito il comunismo russo e cinese. E la parola "terrorista" è più duttile di "comunista". Può accomunare un maggior numero di lotte e interessi diversi. Ciò probabilmente significa che la guerra sarà infinita, perché esisterà sempre qualche forma di terrorismo (così come esisteranno sempre povertà e cancro); vale a dire, conflitti asimmetrici in cui la parte più debole utilizza una forma di violenza che di solito prende di mira i civili. La retorica politica americana, che non coincide necessariamente con l´opinione pubblica del paese, è pronta a sostenere questa infausta prospettiva, poiché la lotta contro il male non ha mai fine.
Una delle caratteristiche distintive degli Stati Uniti, un paese profondamente conservatore in forme che gli europei fanno fatica a comprendere, è quella di aver elaborato una variante del pensiero conservatore che celebra il nuovo piuttosto che il vecchio. E ciò significa che quelli stessi fenomeni che fanno sembrare gli Stati Uniti un paese profondamente conservatore - ad esempio la straordinaria forza del consenso, della passività e del conformismo dell´opinione pubblica (come Toqueville notò già nel 1831) e dei media - lo rendono anche radicale, o rivoluzionario, in modi che agli europei risultano altrettanto difficili da comprendere.
Ciò che spiega in parte tali contraddizioni è, senza dubbio, la scissione tra retorica ufficiale e realtà vissute. Gli americani inneggiano costantemente alla "tradizione"; le litanie sul valore della famiglia sono al centro di ogni discorso politico. E tuttavia la cultura americana tende a corrodere in profondità la vita familiare, e a dire il vero, qualunque tradizione, fatta eccezione per quelle ridefinite come "identità" e dunque capaci di armonizzarsi con modelli più ampi, quali l´alterità, la cooperazione, o la disponibilità all´innovazione.
Forse l´origine più importante del nuovo (e non così nuovo) radicalismo americano è quella che un tempo veniva considerata una fonte di valori conservatori, e cioè la religione. Numerosi commentatori hanno rilevato che la maggiore differenza tra gli Stati Uniti e gran parte dei paesi europei (sia vecchi che nuovi, secondo la distinzione oggi proposta dagli Stati Uniti) sta forse nel ruolo centrale che la religione ha nella società americana e nel linguaggio pubblico della nazione. Ma si tratta di una religione all´americana, vale a dire, un´idea di religione più che una religione vera e propria.
E´ vero che quando un giornalista ispirato chiese a George Bush, durante la campagna per le elezioni presidenziali del 2000, quale fosse il suo "filosofo preferito", la gradita risposta ? una risposta che avrebbe reso ridicolo qualunque candidato ad un´alta carica politica di un partito di centro in qualsiasi paese europeo ? fu "Gesù Cristo". Ma, ovviamente, Bush non intendeva dire, e non si pensò intendesse farlo, che, se fosse stato eletto, la sua amministrazione si sarebbe realmente sentita in dovere di attenersi ai precetti o ai progetti sociali propugnati da Gesù.
Gli Stati Uniti sono una società genericamente religiosa, in cui non è poi così importante quale religione si professi, purché se ne abbia una. Una religione dominante, o una teocrazia, che fosse solo cristiana (o di una specifica denominazione cristiana) sarebbe impossibile. La religione in America deve essere questione di scelta. Questa idea moderna di religione, relativamente priva di contenuto e costruita sui parametri della scelte consumistiche, è alla base del conformismo, della convinzione d´essere nel giusto, e del moralismo americano (che con una certa condiscendenza gli europei confondono spesso con il puritanesimo). Quali che siano, tutte le fedi storiche che le varie istituzioni religiose americane pretendono di rappresentare predicano qualcosa di simile: il miglioramento della condotta individuale, il valore del successo, la cooperazione all´interno delle comunità, la tolleranza per le scelte altrui. (Tutte virtù che favoriscono e facilitano il funzionamento del capitalismo dei consumi). Il fatto stesso di professare una religione assicura la rispettabilità, favorisce l´ordine, e offre garanzie di virtù alla missione di guida del mondo che gli Stati Uniti si sono assunti.
Siamo dunque così separati? Non è strano che Europa e Stati Uniti, mai così simili come oggi dal punto di vista culturale, siano divisi da un divario tanto ampio? E tuttavia, nonostante la somiglianza tra la vita quotidiana dei cittadini dei paesi europei ricchi e quella degli americani, il divario tra l´esperienza europea e quella americana è reale, e si fonda su importanti differenze storiche, su diverse idee del ruolo della cultura, su diverse memorie, reali o immaginate. L´antagonismo ? perché un antagonismo esiste ? non potrà essere risolto nell´immediato futuro, nonostante la buona volontà di molti da entrambe le sponde dell´Atlantico. E tuttavia, non si può non biasimare coloro che vogliono massimizzare tali differenze, proprio quando abbiamo così tanto in comune.
In ultima analisi, il modello di qualunque forma di comprensione reciproca ? o di conciliazione - che potremo raggiungere dovrà fondarsi su una più approfondita riflessione sull´antichissima contrapposizione tra "vecchio" e "nuovo". La contrapposizione tra "civiltà" e "barbarie" è sostanzialmente arbitraria, e pontificare su tale contrasto, per quanto esso possa riflettere realtà innegabili, finisce per corromperci. Ma la contrapposizione tra vecchio e nuovo è reale, inestirpabile, e sta al centro di ciò che intendiamo per esperienza.
Vecchio e nuovo sono le polarità che regolano costantemente i nostri sentimenti e i modi in cui ci orientiamo nel mondo. Non possiamo fare a meno del vecchio, perché in esso è investito tutto il nostro passato, la nostra saggezza, i nostri ricordi, la nostra tristezza, il nostro senso di realismo. Non possiamo fare a meno della fede nel nuovo, perché in esso investiamo tutta la nostra energia, la capacità di ottimismo, il cieco anelito biologico, la capacità di dimenticare: la capacità curativa che rende possibile la riconciliazione.
La vita interiore tende a diffidare del nuovo. Una vita interiore fortemente sviluppata resisterà in modo particolare al nuovo. Ci viene detto che dobbiamo scegliere: il vecchio o il nuovo. In realtà, dobbiamo scegliere entrambi. Che cosa è la vita, se non una serie di negoziazioni tra vecchio e nuovo? Mi sembra che si dovrebbe sempre cercare il modo di evitare tali nette contrapposizioni.
Vecchio contro nuovo, natura contro cultura: forse è inevitabile che i grandi miti della nostra vita culturale siano espressi in termini geografici, oltre che storici. Ma si tratta comunque di miti, di cliché, di stereotipi, e nulla di più. Le realtà sono molto più complesse.
Ho dedicato buona parte della mia vita al tentativo di demistificare forme di pensiero che polarizzano e contrappongono. Tradotto in politica, ciò significa sostenere ciò che è pluralistico e laico. Come una minoranza di americani e moltissimi europei, preferirei di gran lunga vivere in un mondo multilaterale, un mondo non dominato da un solo paese (compreso il mio). Potrei esprimere il mio sostegno, in un secolo che già si preannuncia come un altro secolo di estremismi e di orrori, a tutta una serie di principi progressisti e, in particolare, a ciò che Virginia Woolf definisce la "malinconica virtù della tolleranza".
Consentitemi piuttosto di parlare innanzitutto da scrittrice, da paladina di quella grande impresa che è la letteratura, poiché in ciò risiede l´unica autorità di cui dispongo. La scrittrice che è in me diffida della buona cittadina, dell´"ambasciatrice intelletuale", dell´attivista che si batte per i diritti umani. La scrittrice è più scettica, più dubbiosa della persona che cerca di fare (e di sostenere) ciò che è giusto. Uno dei compiti della letteratura è quello di formulare domande e di contrapporsi alle certezze imperanti. Anche quando l´arte non è dissenso, le arti gravitano verso l´opposizione. La letteratura è dialogo, capacità di rispondere.
Gli scrittori possono fare qualcosa per combattere i cliché che amplificano la nostra separatezza, la nostra differenza, perché gli scrittori sono creatori, e non soltanto trasmettitori, di miti. La letteratura non offre soltanto miti, ma anche "contro-miti", così come la vita offre "contro-esperienze" ? esperienze che rimettono in gioco ciò che credevamo di pensare, di sentire, o di credere.
Uno scrittore, a mio parere, è una persona che presta attenzione al mondo. E perciò cerca di capire, di assimilare la malvagità di cui sono capaci gli esseri umani, senza essere corrotto ? reso cinico, o superficiale ? da tale comprensione.
La letteratura può dirci come è fatto il mondo.
La letteratura può offrirci modelli e trasmetterci conoscenze profonde, incarnate nel linguaggio e nella narrazione.
La letteratura può allenare e tenere in esercizio la nostra capacità di piangere per chi non è uno di noi, per chi non è simile a noi. Cosa saremmo se non potessimo provare simpatia per chi non è uno di noi, per chi non è simile a noi? Cosa saremmo se non riuscissimo a dimenticare noi stessi, almeno parte del tempo? Cosa saremmo se non fossimo capaci di imparare? Di perdonare? Di diventare diversi da quelli che siamo?
(traduzione di Paolo Dilonardo)