NOI, SCONFITTI CON KERRY 

 

Adriano Sofri, la Repubblica 5 novembre 2004

 

Ci siamo rimasti un po’ più male perché avevamo votato anche noi. Per Kerry, naturalmente. O piuttosto, contro Bush. Era cominciato quasi per scherzo, poi ci ha preso la mano. Se il presidente degli Stati Uniti trascinerà il mondo nelle sue decisioni, allora tutti i cittadini del mondo hanno qualche titolo alla sua designazione.

In particolare, noi cittadini dell´occidente, che vedremmo di buon occhio gli Stati Uniti di America e di Europa. Così è successo che tutta l´Europa abbia votato per la presidenza americana, con una ampiezza di partecipazione e una risolutezza incomparabili con quelle manifestate nelle stesse elezioni europee. In qualche caso, come nello spiritoso paese maremmano chiamato La California, si sono svolte regolari elezioni, e sono andate bene, come nell´altra California. Siamo tutti californiani, diciamo, per consolazione. L´Europa, quella occidentale almeno (diverso è il caso della centrale e orientale, e ancora più della Russia), ha votato per Kerry con maggioranze esuberanti, indipendentemente dalle posizioni dei governi, Inghilterra compresa, turisti americani compresi. Alla vigilia del 2 novembre, avevamo l´impressione di disporre finalmente di un criterio per dire chi siamo, noi europei. Gli europei sono quelli che votano Kerry. Quelli che perdono le elezioni americane.

Però vale la pena di ripensarci un po´. Una simile ingerenza negli affari interni di un paese, anzi nella più solenne delle circostanze interne, come sono le elezioni, non si era mai immaginata, risvolto significativo o caricaturale del faticoso principio di ingerenza umanitaria. C´è stata l´ingerenza di Bin Laden, in nome del terrorismo. Quella di Putin, in nome della difesa comune dal terrorismo. Ma soprattutto l´ingerenza dell´universalità delle persone comuni, persuase di essere oggetto, dunque di potersi rivendicare soggetti, del governo americano. Nella appropriazione del voto per la presidenza da parte dei non aventi diritto, come i cittadini europei, c´è stata senz´altro una prosecuzione delle manifestazioni anti-Bush in un´altra forma, una proiezione dei cortei di piazza nella simulazione del voto. Nel qual caso la cosa si esaurisce lì, sfogo di animi pregiudizialmente antiamericani o ragionevolmente anti-Bush, finito nella delusione più amara. Almeno finora quel Bush poteva passare per un usurpatore, col suo mezzo migliaio di voti della Florida e gli altri pasticci. Adesso ha stravinto in voti popolari e in nuovi votanti. La conseguenza non può che essere una rinuncia ancora più assoluta, ammesso che le cose assolute prevedano comparativi e superlativi ? sembra di sì, con certe premesse ? a immaginare qualunque interlocuzione, anche la più dura e intransigente, con il governo di diritto degli Stati Uniti, e col governo di fatto del mondo. Ma la simulata partecipazione al voto americano ha alluso anche all´altra aspirazione, di avere davvero una voce nel capitolo esclusivo e prepotente in cui si decide della guerra e della pace, del protocollo di Kyoto e della ricerca sulle cellule staminali embrionali, delle quaresime e dei carnevali sessuali, dello scandalo della povertà e dello scandalo della ricchezza. Ci sono cioè persone, italiane spagnole francesi tedesche, che si sono immaginate cittadini americani, perciò autorizzando i cittadini americani a sentirsi europei. E sentendosi impegnati, anche dopo una sconfitta così secca, a farsi sentire dai vincitori, oltre che marciando contro di loro, forzandoli a un confronto di idee e di iniziative, e, quando sia giusto e possibile e necessario, prendendosi la propria parte di responsabilità. L´Europa si è voluta con naturalezza americana lungo una strenua campagna elettorale, più di quanto abbia avuto voglia di mostrarsi europea nelle sue elezioni, o nel plauso al trattato costituzionale. Non credo affatto che gli europei si sentano poco europei: al contrario. Il modo verticistico, governativo, burocratico e avaro in cui si amministra l´Unione europea prende ad alibi la necessità di una protezione paternalistica dalla diffidenza e dal conservatorismo nazionalistico dei popoli: non ci credo. Gli europei si sentono europei nel modo che conta di più, sanno che c´è un continente in cui possono muoversi sentendosi a casa propria, che inventano e masticano una lingua mista, comica e nobile, di canzoni e di cucina, a far le veci dell´esperanto mancato. La danno per scontata, l´Europa, al di qua dell´ignoranza o dell´insofferenza istituzionale. Per disaffezionarli, i partiti renitenti devono inventarsi bandiere da referendum spaventati, l´invadenza della Costituzione o la minaccia dei Turchi. Questi europei - noi - sono difficili da definire perché non sono tanto la fabbricazione di un´ingegneria istituzionale e costituzionale e monetaria (dovrebbero esserlo di più) quanto il deposito dei tempi: e sono appena stati «quelli che votano per Kerry». Quelli che votano contro Bush. Che non fosse un entusiasmo per Kerry, ma l´allarme e la costernazione per Bush a muoverli, è evidente. E ora? Quattro anni di manifestazioni contro Bush? Da Kerry si sperava e ci si aspettava una seria ricucitura dei rapporti internazionali e della condivisione di responsabilità e decisioni, prima di tutto con l´Europa. E ora, la si rinvierà alla prossima presidenza americana (e perché la prossima volta dovrebbe andare meglio? E perché in Italia, del resto?) E se si temono assalti avventurieri della euforica amministrazione repubblicana in Iran o in Corea del Nord, li si contrasterà con grandi manifestazioni postume di strada («Giù le mani» eccetera), o ci si proporrà di affrontare il fastidio dell´armamento nucleare coreano o sciita iraniano? E su Israele e Palestina? Penso che gli europei - la gente, i cittadini, non i governi, dai quali, all´ingrosso, l´esperienza di questi tre anni induce largamente a diffidare - farebbero molto bene a far durare il piacere dell´ingerenza nelle cose americane, e a disporsi a pagarlo onestamente con una responsabilità. Non è granché immaginare che Usa e Europa si confrontino e rivaleggino per la diversa presenza negli innumerevoli punti caldi del pianeta, a cominciare dall´Iraq. Si misurino a casa propria: voglio dire, gli uni a casa degli altri, come se fosse casa propria. Non si crogiolino nell´idea snobistica dell´esilio da una terra troppo volgare. L´esilio è l´esperienza più nobile e più dolorosa, a condizione che sia davvero una pena. Non lo si sceglie, l´esilio, per non arrossire quando si incontri lo sguardo di un vero esiliato. Fra i cittadini americani sconfitti alcuni proclamano di voler migrar via - in Europa, preferibilmente, mi figuro - o di voler sganciare la propria patria, coste occidentale e orientale, frontiera canadese, dal ventre molle dell´America rurale, tradizionalista, integralista e superstiziosa. Kerry, che non è un trascinatore, benché dietro di lui la domanda d´esser trascinati fosse forte e coraggiosa, ha fatto un buon discorsetto di commiato. L´America ha bisogno di esser riunita, ha detto. Un disperato bisogno, ha detto. Be´, anche l´America e l´Europa. Gli europei hanno appena messo i piedi nel piatto elettorale americano, con una passione e una disinvoltura pressoché americane. Adesso ci siamo rimasti male. Non torniamo a casa, né ai cartelli già scritti, sul Bush scorso - anzi, per i più previdenti, già sul Bush padre: non si butta via niente. La parola d´ordine sia: ingerenza, ingerenza, ingerenza. Votiamo anche, magari, davvero. Votiamo in tutta Europa sulle guerre di Bush, sugli affari di Chirac, sulle vacanze di Kofi Annan, sugli affari di Putin, sugli affari di Bush. Scopriamo l´America. Facciamoci le ossa da cittadini degli Stati uniti di America e d´Europa, intanto, e domani chissà, della terra. Facciamoci i fatti loro. Che si faranno i fatti nostri, è certo.