L' America, la politica e il mondo. La Casa Bianca rovescia la sua storia

Arthur Schlesinger jr, Il Corriere della Sera 17-18 ottobre 2003

Arthur Schlesinger jr è nato il 15 ottobre del 1917. Prima agente dell'Oss (antesignano della Cia), è stato consigliere alla Casa Bianca, con Kennedy. È uno dei più eminenti storici del XX secolo e ha vinto per due volte il premio Pulitzer: nel 1946 con L'età di Jackson e nel 1966 con i Mille giorni (su Kennedy). Nel 2001 ha raccolto le sue memorie nel libro (pubblicato in Italia da Rizzoli) Il mio secolo americano.

Il presidente George Bush ha cambiato in maniera decisiva la politica estera degli Stati Uniti. Ha ripudiato la strategia che si dimostrò vittoriosa durante la guerra fredda - la combinazione di contenimento e di deterrenza messa in atto attraverso gli organismi multilaterali come l' Onu, la Nato e l' Organizzazione degli Stati d' America. La dottrina di Bush ha rovesciato tutto. L' essenza della nostra nuova strategia è di tipo militare: colpire un potenziale nemico, se necessario in maniera unilaterale, prima che lui possa colpire noi. Bush ha rimpiazzato una politica finalizzata alla pace attraverso la prevenzione della guerra, con una politica che mira alla pace attraverso la guerra preventiva. Lo ha fatto con calma, facilmente e con abilità, senza richiamare indebita attenzione per una così fondamentale revisione della politica estera o provocare un dibattito nazionale su questo cambiamento di rotta così drastico. La combinazione di contenimento e di deterrenza fu introdotta oltre un secolo fa dal presidente Truman. Era stata confermata come politica bipartisan dal presidente Eisenhower e in seguito mantenuta da Kennedy, Johnson, Nixon (seppure modificata), Carter, Reagan (con deviazioni), da George H.W. Bush e da Clinton. Durante i lunghi anni della guerra fredda, una guerra preventiva era innominabile. I suoi sostenitori erano considerati dei pazzi. Durante il governo Truman, Francis P. Matthews, il segretario alla Marina militare Usa, richiese pubblicamente una guerra contro l' Unione Sovietica come un modo per costringerla a cooperare per la pace. Fu subito rimproverato dal presidente. «Sono sempre stato contrario persino al pensiero di una guerra simile - scrisse Truman nelle sue Memoirs -. Non vi è niente di più stupido che pensare che la guerra possa essere fermata da una guerra. Non si ""previene"" nulla con la guerra, eccetto la pace». Nel 1954 James Reston del The New York Times, domandò a Eisenhower che cosa pensasse della guerra preventiva. «Una guerra preventiva, per quanto mi riguarda, è impossibile - rispose Eisenhower - ... E francamente nessuno è mai venuto qui a parlare seriamente di una cosa del genere». Nel 1962, quando il governo Kennedy lottava con la minaccia dei missili sovietici a Cuba, i capi di stato maggiore consigliarono di rimuovere i missili destinati all' attacco preventivo. Robert Kennedy definì l' idea dei capi di stato maggiore una «Pearl Harbor al contrario». Aggiunse: «Per 175 anni noi non siamo stati quel genere di Paese». Il presidente Bush, a quanto pare, oggi vorrebbe trasformarci in quel genere di Paese. Ricordando i quarant' anni della guerra fredda, possiamo essere infinitamente grati che i pazzi di entrambe le parti fossero deboli. Nel 2003 amministrano il Pentagono e la dottrina di Bush della guerra preventiva è ora la politica ufficiale . Vista la cattiva reputazione di cui gode l' idea della guerra «preventiva», l' amministrazione Bush preferisce parlare di «guerra difensiva». C' è infatti una differenza tra i due concetti. Guerra «difensiva» si riferisce a una minaccia diretta, immediata, specifica agli Stati Uniti che deve essere affrontata subito; dal manuale del ministero della Difesa: «Un attacco iniziato sulle basi di un' evidenza incontestabile che un attacco nemico è imminente». Guerra «preventiva» si riferisce alle minacce potenziali, future, quindi speculative. La guerra «difensiva» è al limite della legalità. Gli avvocati internazionali citano ancora l' affermazione del segretario di Stato Daniel Webster del 1841: un attacco difensivo potrebbe essere giustificato se chi attacca mostra «un' esigenza di autodifesa, urgente, pressante, che non lascia nessuna possibilità di mezzi e nessun tempo di decisione». La guerra preventiva non ha un simile richiamo alla legalità. La crescita del terrorismo internazionale ha portato in evidenza lo slittamento dell' amministrazione Bush dalla strategia di contenimento e deterrenza, alla guerra preventiva come base della politica Usa. La guerra fredda, dopo tutto, non era che una rivalità antiquata tra gli Stati sovrani, persone giuridiche visibili con governi responsabili delle loro decisioni. Ma i terroristi internazionali sono invisibili e irresponsabili. Colpiscono dall' oscurità e si ritirano nell' oscurità. Il terrorismo internazionale di conseguenza richiede nuove strategie. Nel suo discorso di West Point del primo giugno 2002, Bush ha esplicitamente ricusato il contenimento e la deterrenza come armi sufficienti nella guerra contro il terrorismo. «Dobbiamo - ha detto - confrontarci con le minacce peggiori prima che emergano. Nel mondo in cui siamo entrati l' unica strada per essere al sicuro è quella dell' azione» . Simili discorsi preparavano la strada per una dichiarazione formale, La strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d' America, pubblicata dalla Casa Bianca nel settembre 2002. «Visti gli obiettivi degli Stati canaglia e dei terroristi - vi è scritto - gli Stati Uniti non possono più fare affidamento esclusivamente su atteggiamenti reattivi come nel passato. L' incapacità di fermare un potenziale aggressore, l' imminenza delle minacce e l' immensità del danno potenziale che potrebbe nascere dalle armi scelte dai nostri avversari, non permettono tale opzione. Non possiamo permettere che i nostri nemici colpiscano per primi» . L' unico serio ricorso a questa logica per le forze armate americane è stato un attacco antiquato a uno Stato sovrano. La guerra contro l' Iraq non era difensiva. Non era una guerra «iniziata sulle basi di un' evidenza incontestabile che l' attacco nemico fosse imminente». Era una guerra preventiva; per adoperare un eufemismo pesante, un esercizio «di autodifesa precorritrice». Da dove Bush ha tirato fuori l' idea insolita di guerra preventiva come base della politica estera americana? La sua convinzione, in apparenza, è che l' impareggiabile posizione degli Stati Uniti nel mondo come supremazia militare, economica e culturale crei un' opportunità senza precedenti per imporre il suo esempio sugli altri Paesi e perciò salvarli da se stessi. Il caso dell' egemonia globale attraverso l' azione unilaterale fu presentato per la prima volta nel 1992 in un documento misterioso del Pentagono visibilmente approvato da Paul Wolfowitz e Dick Cheney e rapidamente soppresso dall' amministrazione Bush. Wolfowitz si oppose alla decisione del 1991 del presidente Bush di non proseguire su Bagdad e di sbarazzarsi per sempre di Saddam Hussein. Nel 1996 un documento preparato da Richard Perle, Douglas Feith e mezza dozzina di altre persone per Benjamin Netanyahu richiamava, tra le altre cose, un «impegno per allontanare Saddam Hussein dal potere in Iraq». Nel 1998 Rumsfeld, Wolfowitz e Perle erano tra i diciotto firmatari di una lettera aperta al presidente Clinton e sostenevano che il cambio di regime in Iraq «doveva diventare lo scopo della politica estera americana». America Unbound di Ivo H. Daalder e James M. Lindsay, i due scienziati del rapporto Brookings, è un' utile analisi di ciò che gli autori definiscono «la rivoluzione di Bush nella politica estera». Il loro approccio è cinico, incisivo e competente. Mettono meno enfasi sullo spostamento verso la guerra preventiva rispetto all' unilateralismo dottrinario e alla sua arroganza moralistica. Daalder e Lindsay hanno davanti a loro due gruppi di consiglieri presidenziali uniti in una politica immediata ma divisi negli obiettivi finali. Un gruppo consiste di quei fin troppo familiari «neoconservatori» - Paul Wolfowitz, Richard Perle, Douglas Feith, Lewis Libby, Elliott Abrams e, esterni al governo, William Kristol, Robert Kagan, Charles Krauthammer e Joshua Muravchik. Il secondo gruppo è capeggiato dai «nazionalisti risoluti» - il vicepresidente Dick Cheney e il ministro della Difesa Rumsfeld. I neoconservatori sono dei visionari che vogliono rifare il mondo secondo l' immagine americana; i nazionalisti sono dei politici spietati che vogliono usare il potere americano per intimidire le nazioni rivali e sconfiggere le potenziali minacce alla sicurezza americana. Entrambe le fazioni sono attualmente alleate nell' inosservanza delle istituzioni internazionali e nella difesa della guerra preventiva. Concordano anche presumibilmente su quella che può apparire come un' esplorazione della strategia di un primo attacco nucleare americano. L' affascinante dibattito del 20 maggio, non molto diffuso dalla stampa, prese luogo in Senato. L' amministrazione Bush chiedeva la revoca di una clausola del 1994 che stipulava: «La politica degli Stati Uniti non dovrà condurre ricerca e sviluppo che possano portare alla produzione degli Stati Uniti di una nuova arma nucleare di piccola potenza». Sono definite armi nucleari di piccola potenza, stupidamente conosciute come mininuke, quelle sotto i cinque kilotoni. Poiché il Senate Armed Services Committee ha votato per abolire la proibizione della ricerca sulle mininuke, Dianne Feinstein ed Edward Kennedy hanno presentato una riforma. I loro sostenitori sottolineavano che le mininuke non erano dei giocattoli, che cinque kilotoni rappresentavano un terzo della potenza esplosiva della bomba che distrusse Hiroshima, che l' attivazione della ricerca sulle mininuke si sarebbe rivoltata contro la politica di antiproliferazione americana e «autorizzerebbe una catena di reazioni, di test nucleari nel mondo» (Kennedy), sostenevano inoltre che «gli Stati Uniti non dovrebbero seguire una politica che non è tollerata dagli altri» (senatore Carl Levin del Michigan). La riforma Feinstein-Kennedy fu approvata. La Casa Bianca eliminò la ricerca sulle mininuke, ma il 16 settembre il Senato trovò il modo di annullare la riforma Feinstein-Kennedy.

Ma l’America crede in Lincoln, non in Machiavelli

Dopo l'11 settembre, Rumsfeld e Wolfowitz non hanno perso tempo nel porre l'Iraq subito nel programma presidenziale. Rumsfeld sosteneva la guerra in Iraq perché era convinto che Saddam possedesse armi di distruzione di massa, che Saddam Hussein fosse attivamente alleato con Osama Bin Laden e che il trasferimento della base mediorientale americana da un’istabile e ambigua Arabia Saudita a un Iraq compiacente fosse desiderabile. Wolfowitz credeva tutte e due queste cose e, inoltre, apprezzava molto la fantasia neoconservatrice che stabilire una democrazia alla Jefferson in Iraq potesse modernizzare e democratizzare l'intero mondo musulmano, che quindi sarebbe divenuto meno ostile a Israele. In un'intervista a Vanity Fair nel giugno 2003, Wolfowitz ha fatto la lista delle armi di distruzione di massa immaginate e della immaginaria alleanza con Al Qaeda come le due fortissime ragioni per far guerra all’Iraq. Ha poi aggiunto una terza ragione, la liberazione della sofferente popolazione irachena da un mostruoso tiranno. Ma ha detto che questa da solo «non era sufficiente per mettere a rischio le vite dei giovani americani». Ora che le prove delle armi di distruzione di massa e della collaborazione tra Saddam e Bin Laden non si sono materializzate, l'amministrazione Bush ha solo la «liberazione», prima ritenuta ragione insufficiente . Qual è lo stato della dottrina di Bush oggi? In termini politici, è stata danneggiata dalla diminuita credibilità di Bush. L'idea della guerra preventiva si fonda sulla teoria che abbiamo informazioni accurate e affidabili sulle intenzioni del nemico e sulla sua capacità militare, talmente accurate e affidabili da condurci a mandare i nostri giovani uomini e donne a uccidere e morire. Ma «invece di usare le informazioni come prova su cui basare una decisione politica», come ha detto Robin Cook, ex ministro degli Esteri che si è dimesso dal governo Blair durante la guerra, «abbiamo usato le informazioni come base per giustificare una politica che avevamo già deciso». Ora, mentre parte della stampa torna scettica, possiamo notare lo zelo avido con cui Bush e i suoi alleati si sono gettati su briciole di informazioni che sostenevano le loro decisioni, alcune false, altre fallaci, altre gonfiate, altre vecchie o plagiate.

L'amministrazione Bush, che non aveva «nemmeno un dubbio» sulle armi di distruzione di Saddam Hussein, non aveva dubbi nemmeno sulla sua alleanza con Osama Bin Laden o sulla sua capacità di costruire velocemente una bomba nucleare o sulla gioiosa accoglienza data dagli iracheni alle nostre truppe. Il collasso di tali ottimistiche previsioni suggerisce che la «dottrina di Bush» pone un peso troppo grosso sulle spalle dei servizi segreti: non sappiamo nemmeno tutte le cose che dovremmo sapere prima di entrare in guerra. La perdita di credibilità dell'amministrazione americana in Iraq può minare la politica della guerra preventiva.

In seguito all'attacco dell'11 settembre la guerra afghana era necessaria, in quanto il governo dei talebani aveva rifiutato di deporre Bin Laden; ma la guerra irachena non lo era. Bush ci ha guidato in un caos orribile, come risultato della spettacolare incompetenza della sua amministrazione nel pianificare il periodo postbellico. Richard Lugar, il presidente repubblicano del Senate Foreign Relations Committee, ha detto con candore imparziale che il pessimo piano per il periodo postbellico è il risultato di ipotesi dell'amministrazione americana che «erano semplicemente inadeguate fin dall'inizio». Il senatore Chuch Hagel del Nebraska, un altro repubblicano, è stato più duro: la Casa Bianca «ha pianificato in modo miserevole l'Iraq del dopo Saddam». La preoccupazione dei senatori era sostenuta dal rapporto del Pentagono «Operazione libertà irachena», rapporto che è stato pubblicato dal Washington Times il 3 settembre. Il rapporto ascrive la guerriglia contro le truppe americane alla pianificazione superficiale e affrettata di Washington. Il primo conto ammonta a 87 miliardi di dollari, oggi, e salirà domani. Come il Sansone di Milton a Gaza, noi siamo senza occhi in Iraq.

È poco probabile che il presidente Bush possa di nuovo riunire una «coalizione dei volontari» in una guerra preventiva contro l'Iran o la Corea del Nord. Ma la dottrina di Bush non è già obsoleta? Vi sono anche obiezioni a lungo raggio. «Non è negli interessi nazionali americani - osserva Henry Kissinger - stabilire la prevenzione come un principio universale disponibile per ogni nazione». Ma riservare quel principio agli Stati Uniti da soli significa eleggere la nostra nazione a giudice del mondo, giuria e boia. Per quanto virtuosi alcuni americani possano sentirsi nell’assegnare questo triplo ruolo a un presidente americano, le nazioni meno potenti ci odieranno per questo. Il recente studio del Marshall Fund tedesco, ad esempio, registra un sorprendente scivolamento degli Stati Uniti nell'opinione europea. La maggioranza degli europei ha espresso una forte disapprovazione alla politica estera degli Stati Uniti, con gli italiani e i tedeschi che vedono crescere la loro disapprovazione di oltre venti punti rispetto a uno studio simile condotto lo scorso anno. Dopo l'11 settembre, Le Monde , notoriamente non filoamericano, ha dichiarato: «Siamo tutti americani». Dopo la guerra in Iraq, Jean Daniel, in passato filoamericano, ha dichiarato al Nouvel Observateur : «Non siamo tutti americani». L'amministrazione di Bush, seguendo Machiavelli - «E' molto meglio essere temuti che amati» - tratta l'opinione mondiale come una faccenda da codardi, dimenticando i codardi che combatterono per la Rivoluzione americana e istituirono una nuova Repubblica.

«Un'attenzione al giudizio delle altre nazioni è importante per ogni governo, per due ragioni» dichiara il 63° Federalist:

«Primo: indipendentemente dai meriti di ogni particolare piano o misura, è auspicabile, in vari sensi, che appaia alle altre nazioni come il prodotto di una saggia e onorevole politica; secondo: in casi dubbi e in particolare quando i consigli nazionali sono stati logorati da grandi passioni o interessi momentanei, la supposta o conosciuta opinione del mondo imparziale può essere la migliore guida da seguire». Inoltre, incoraggiando il despotismo e l'arroganza, il triplo ruolo è destinato a corrompere il nostro Paese. John Quincy Adams - forse il nostro più grande segretario di Stato - disse il 4 luglio 1821: «Ovunque il livello di libertà e indipendenza si dispieghi, lì saranno il cuore dell’America, le sue preghiere e le sue benedizioni. Ma non andremo all'estero in cerca di mostri da distruggere». Adams predisse che se ci si trovasse coinvolti in guerre di interessi e intrighi: «Le massime fondamentali della politica americana cambieranno pian piano da Libertà a Forza... L’America potrebbe diventare la dittatrice del mondo ma non sarebbe più la padrona del proprio spirito».

Il triplo ruolo fa anche risorgere la presidenza imperiale. Ecco ancora moniti dal passato dell'America. Il 15 febbraio 1848, durante la guerra con il Messico, un giovane parlamentare dell'Illinois mandò una lettera a un suo collega sottolineando i problemi costituzionali e pratici in quella che noi chiamiamo ora la dottrina di Bush: «Permettete al presidente di invadere una nazione vicina quando lo ritiene necessario per respingere un'invasione», Abraham Lincoln scrisse a William H. Herndon: «E tu gli permetti di farlo, così ogni volta egli potrebbe scegliere di dire che lo ritiene necessario per uno scopo e gli permetti di dichiarare guerra a piacimento... Se oggi lui dicesse che ritiene necessaria un'invasione del Canada per impedire agli inglesi di invaderci, come potresti fermarlo? Puoi dirgli: "Non vedo alcuna probabilità che gli inglesi ci invadano", ma lui ti dirà: "Taci, se tu non la vedi, la vedo io"» La Convenzione di Filadelfia, disse Lincoln: «Ha disposto una siffatta Costituzione perché nessun uomo possa avere il potere di opprimerci». Il presidente americano come autoeletto giudice del mondo, giuria e boia? Disse il presidente J. F. Kennedy: «Gli Stati Uniti non sono né onnipotenti né onniscienti, siamo solo il 6 per cento della popolazione mondiale, non possiamo imporre la nostra volontà sull'altro 94 per cento della specie umana, non possiamo mettere a posto ciò che è fuori posto o sistemare ogni avversità e quindi non può esserci una soluzione americana a ogni problema del mondo».

[The New York Review of Books/La rivista dei libri,.ottobre 2003,  Trad. di Maria Teresa Gabriele e Annalisa Coppolaro]