La lotta per i diritti civili

di Allan Nevins, Henry Steele Commager

 

Avvicinandosi il centenario della guerra civile e della emancipazione, i negri nel Sud come pure in ampie parti del Nord, erano ancora cittadini di seconda classe, privati dei diritti fondamentali e sottoposti a continui attacchi alla loro dignità. Ci si sbarazzava dei bambini negri in scuole che non erano soltanto segregate ma anche inferiori; ai giovani negri veniva impedito l’accesso alle università statali; i negri erano costretti a viaggiare in vagoni separati, a mangiare in tavoli separati, a giocare in campi da gioco separati, a nuotare in spiagge separate, e perfino ad adorare Dio in chiese separate. Venivano loro assegnati lavori inferiori con una paga inferiore, ed erano dirottati in slums e ghetti che erano vivai del crimine e della delinquenza. Se il linciaggio era cessato, non lo era l’assassinio, e nel profondo Sud i bianchi potevano uccidere i negri godendo dell’impunità. Ancora nel 1944. l’economista svedese Gunnar Myrdal aveva chiamato il problema negro un dilemma americano: vent’anni dopo, esso era il dilemma americano e rimaneva irrisolto.

Tuttavia, la rivoluzione iniziata con la seconda guerra mondiale, che aveva ottenuto un riconoscimento costituzionale con la decisione della Corte suprema a favore di Brown contro Topeka (1954), stava ora acquistando una forza che sembrava irresistibile. Tre elementi contribuivano a quella avanzata: in primo luogo una lunga serie di decisioni della Corte suprema che si sbarazzavano degli ultimi resti della finzione «separati ma uguali», abbattendo le forme di discriminazione più scoperte, assicurando le garanzie di uguaglianza lungamente ignorate e rafforzando il diritto di suffragio a ogni livello. In secondo luogo una rinnovata consapevolezza del potenziale potere del voto dei negri in particolare nelle grandi città dove essi ora costituivano un gruppo politico dominante. Terzo e più importante elemento, la decisione di leader negri come il rev. Martin Luther King, A. Philip Randolph, Thurgood Marshall, James Baldwin e altri, di assumere la leadership nella crociata per i diritti civili. Con gli anni sessanta questa battaglia aveva raggiunto le proporzioni di una rivoluzione pacifica. Cantando il loro inno di battaglia We shalll overcome, i negri condussero una crociata che ricordava la sommossa populista degli anni novanta, un movimento che era quasi indipendente dalle precedenti crociate per l’uguaglianza, dominato dai bianchi liberali. Essi presero parte attiva ovunque nella politica, si impegnarono in una vigorosa campagna di pubblicizzazione e di istruzione, organizzarono sit-in e marce nel Mississippi, nell’Alabama, in Georgia e infine nella capitale nazionale, usarono le tattiche del boicottaggio economico, e combatterono ogni caso di discriminazione, o di negazione dei diritti nei tribunali.

Il Civil Right Act, la legge sui diritti civili del 1957, era stato, come previsto, inadeguato e inefficiente. Era ormai chiaro che il partito che un secolo prima aveva inserito l’emancipazione e i diritti dei negri nella Costituzione aveva perso la sua occasione. Nessun argomento premeva maggiormente al presidente Kennedy dei diritti civili; come discendente di irlandesi egli conosceva bene la storia delle persecuzioni, e come cattolico aveva combattuto pregiudizi simili a quelli che caratterizzavano l’esperienza quotidiana di un negro. Aveva anche un vivace senso della storia e sapeva che gli Stati Uniti correvano il rischio di perdere la loro leadership morale in vaste parti del globo con le loro ingiustizie nei confronti dei cittadini negri. «Ci troviamo di fronte ad una crisi morale, — ammonì il presidente nel suo appello del giugno 1963, soltanto pochi mesi prima della sua morte, — essa non può essere affrontata con un’azione di polizia, non può essere affrontata con sempre crescenti dimostrazioni per le strade, non può essere acquietata con gesti simbolici o chiacchiere. E’ tempo di agire nel Congresso, nel vostro stato, nei corpi legislativi locali e in ogni momento della vostra vita quotidiana». Ma, ahimé, il Congresso non scelse di agire: la brutalità della polizia, l’ingiustizia, la frustrazione, la discriminazione continuarono, e cosi anche le dimostrazioni e le marce di protesta, proteste che raggiunsero il loro culmine in una massiccia «marcia su Washington» di circa duecentomila negri nell’estate deI 1963.

Il presidente Johnson, che ereditò tanta parte del programma legislativo di Kennedy, ereditò anche la sua passione per l’uguaglianza e per la giustizia sociale. «Fino a che la giustizia non sarà cieca al colore, — disse in un discorso alla Wayne University all’inizio del 1964, — fino a che l’istruzione non farà differenze di razza, fino a che le possibilità non dipenderanno dal colore della pelle, l’emancipazione sarà un principio ma non una realtà». Egli era deciso a realizzarlo. Lo shock dell’assassinio di Kennedv e la localizzazione, certamente fortuita ma nondimeno drammatica, di quell’atto disperato al Sud, contribuì a galvanizzare l’opinione pubblica all’azione, mentre la magistrale capacità del nuovo presidente di trattare con il Congresso ebbe il merito di tradurre l’azione in legge. La legge sui diritti civili del 1964, fu la prima legge realmente efficace in quasi tutto un secolo. Essa aboliva la discriminazione nei servizi pubblici di ogni genere, alberghi e motel, ristoranti e stadi, teatri, biblioteche pubbliche, nell’impiego e, cosa ugualmente importante, nei sindacati dei lavoratori. Per accelerare il processo di desegregazione nella scuola che proseguiva invece con «tutta la ponderata rapidità», essa autorizzava il blocco dei fondi federali in ogni scuola che persistesse nella segregazione, e per superare il diffuso sabotaggio del XV emendamento nella maggior parte degli stati del Sud, essa metteva fuori legge la discriminazione nell’applicazione delle leggi o delle pratiche di voto in tutte le elezioni di un ufficiale federale, e stabiliva che sei anni di scuola potessero assicurare l’alfabetismo. Oltre a mettere fuori legge la tassa elettorale per le elezioni federali con il XXIV emendamento, queste misure garantivano il diritto di voto ai negri nelle elezioni successive. Le elezioni del 1964 nelle quali milioni di negri votarono, fornirono un drammatico quadro del loro potere nella politica americana.

[Allan Nevins, Henry Steele Commager, Storia degli Stati Uniti, Torino, Einaudi 1982, pp. 647-650]