Il massacro del Sand Creek

 

di John E. Lewis

 

Da tempo si diceva che la zona intorno al Pike’s Peak, nel Colorado, fosse ricca d’oro, finché nel 1858 un gruppetto di cercatori azzeccò il bersaglio. Si sparse il grido «oro nel Colorado!», e colonne di frenetici cercatori si mossero con i loro carri sui quali spiccava lo slogan provocatorio «Pike’s Peak o rovina!».

I cercatori che accorrevano nel Colorado aveva in testa un’idea ben chiara: gli indiani della zona erano un ostacolo, forse un ostacolo pericoloso. Dovevano andarsene.

I Cheyenne meridionali e gli Arapaho erano pure essi arrivati relativamente da poco nelle pianure; infatti parlavano entrambi la lingua algonchina della zona dei Grandi Laghi. Fu soltanto ai primi dell’Ottocento che i Cheyenne riuscirono ad accumulare una quantità di cavalli sufficiente a diventare dei veri allevatori di equini nelle pianure interne. Grazie alla loro vita nomade e sparpagliata essi erano sfuggiti alle peggiori epidemie di vaiolo e di colera. A metà dell’Ottocento la popolazione cheyenne contava all’incirca 20.000 individui. Fra i Cheyenne, popolo di alti principi morali, i delitti erano relativamente pochi, e i trasgressori erano considerati persone da riabilitare più che da punire. Un omicida non scoperto — così credevano — puzzava e allontanava i bisonti.

Se i Cheyenne e gli Arapaho erano abitanti recenti del Colorado, erano però decisi a tenerselo. Di fronte al numero crescente di cercatori che invadevano le loro terre — oltre 50.000 nel 1839 — gli indiani si allarmarono e divennero ostili. Alcuni Cheyenne e Arapaho si lasciarono persuadere dagli intermediari governativi a trasferirsi in una piccola riserva del Colorado orientale, ma i guerrieri più giovani si rifiutarono.

Per tutto l’inverno del 1864 corsero qua e là, lungo la strada di Denver, voci di una guerra indiana. Erano dicerie diffuse a bella posta dal maggiore generale Samuel R. Curtis, comandante militare del Dipartimento del Kansas e del Colorado, il quale cercava ogni pretesto per scacciare gli indiani. Dello stesso avviso era il colonnello John Chivington, l’ex fiero predicatore metodista convertito in soldato che aveva guidato l’Unione alla vittoria di Glorieta Pass. Diventato comandante del Distretto del Colorado, Chivington non vedeva l’ora di collaudare sui Cheyenne la sua nuova brama di guerra.

Niente vive a lungo

Il pretesto per «punire» i Cheyenne e gli Arapaho si presentò il 7 aprile 1864. Chivington riferì a Curtis che i Cheyenne avevano razziato 175 capi di bestiame da un ranch lungo la pista di Smoky Hill. Da una successiva inchiesta risultò che non esistevano prove del furto.

Erano giorni che Chivington bruciava dalla voglia di denunciare il «furto». Egli teneva in tasca l’ordine del governatore John Evans, egli pure un implacabile nemico degli indiani, di «bruciare i villaggi e uccidere i Cheyenne ogni volta e dovunque li trovasse».

Ai primi di giugno la brutale campagna di Chivington portò alla distruzione di quattro insospettabili villaggi cheyenne. In più, un suo ufficiale subalterno uccise il capo Orso Smilzo, un pacifico Cheyenne che si era avvicinato al bianco mettendo fieramente in mostra un medaglione ragalatogli dal Grande Padre di Washington. Vennero pure uccisi gli Arapaho che avevano tentato di fare da pacificatori in una controversia fra l’esercito e alcuni Kiowa. Di ha poco metà dei Cheyenne e degli Arapaho scesero sui sentiero di guerra.

Il primo attacco di rappresaglia venne sferrato in un ranch nei dintorni di Denver, dove la famiglia Hungate venne uccisa e mutilata. I cadaveri furono poi portati in mostra a Denver. La città fu presa dalla paura e dai furore. Bande di Cheyenne e di Arapaho presero ad assalire le piste tagliando praticamente Denver fuori dal resto dei mondo. Nel giro di tre settimane d’agosto vennero uccise 50 persone sulla sola strada del Piatte.

Visto che la città era pressoché ridotta alla fame, il dipartimento della guerra autorizzò il governatore Evans a reclutare per 100 giorni un reggimento di volontari con il compito specifico di combattere gli indiani. Il 3° Reggimento del Colorado (i «Magnifici dei Cento Giorni») al comando del «predicatore soldato» colonnello Chivington era ancora in formazione quando fu improvvisamente stipulata la pace.

Alcuni capi cheyenne erano stanchi di guerra; altri non l’avevano mai voluta. Tramite George Bent, un mezzo bianco che viveva con i Cheyenne, i capi inviarono al maggiore Edward W. Wynkoop, di Fort Lyon, una lettera con la profferta di cessare le ostilità:

Abbiamo tenuto un consiglio e abbiamo concluso tutti insieme di far pace con te a patto che tu faccia pace con i Kiowa, i Comence, gli Arropohoe Apache e i Sioux. Intendiamo mandare un messaggio ai Kiowa sulle nostre intenzioni di far pace con te. Abbiamo sentito che tieni alcuni prigionieri a Denver. Noi abbiamo sette prigionieri dei tuoi e intendiamo lasciarli liberi a patto che tu liberi i nostri. Ci sono ancora tre bande di guerrieri, e due sono degli Arropohoe; sono state fuori per qualche tempo e pensiamo che ritornino presto. Quando tenemmo il consiglio erano presenti alcuni degli Arropohoe e dei Sioux; desideriamo che tu ci risponda (per lettera).

Firmato PIGNATTA NERA e altri capi

Wynkoop, un ufficiale conciliante e capace, intravide la possibilità di evitare un bagno di sangue. Andò da Pignatta Nera, lo persuase a rilasciare quattro prigionieri e lo esortò a recarsi a Denver per parlare con il governatore.

Il 28 settembre il geniale e anziano Pignatta Nera galoppò a Camp Weld nei pressi di Denver per parlamentare sulla pace. Ammise di non essere in grado di controllare alcuni dei suoi guerrieri più giovani e accettò di stabilirsi a Fort Lyon con i Cheyenne e gli Arapaho che avessero voluto seguirlo. Là sarebbero stati sotto la protezione del maggiore Wynkoop. Gli indiani ripartirono con la convinzione di avere concluso un accordo di pace.

La pace era l’ultima cosa che l’ammazza-indiani colonnello Chivington desiderava. Se voleva mettere in azione i suoi uomini dei cento giorni, doveva farlo subito. Deprecò con il generale Curtis la politica conciliante di Wynkoop e riuscì a farlo sostituire a Fort Lyon con il maggiore Scott J. Anthony. Alla presenza degli altri ufficiali di Fort Lyon il nuovo arrivato dichiarò che Pignatta Nera avrebbe continuato a godere della protezione dell’esercito. Con il pretesto di offrire ai Cheyenne e agli Arapaho che si erano arresi la possibilità di darsi un po’ alla caccia, Anthony li esortò a trasferire i loro villaggi nei pressi di un corso d’acqua pressoché asciutto, 40 miglia a nord-est: Sand Creek.

Il maggiore aveva trasferito gli indiani in un luogo dove potevano essere eliminati senza dare nell’occhio. Chivington e il suo 3° Volontari del Colorado arrivarono a Fort Lyon il 28 novembre. Si unirono a lui il maggiore Anthony e 125 uomini della guarnigione. Nell’apprendere le intenzioni di Chivington e di Anthony alcuni ufficiali protestarono violentemente. Chivington, furente, li tacciò di spie e traditori, non migliori degli indiani.

All’alba della luminosa e gelida mattina del 29 novembre 1864 il colonnello Chivington e 700 soldati si appressarono all’accampamento di Pignatta Nera. Alle rinnovate proteste di un ufficiale subalterno che i Cheyenne erano in pace, Chivington ribatté urlando: «Sono venuto per uccidere gli indiani, e ritengo che sia giusto e onorevole usare tutti i mezzi messi a disposizione dal cielo per ucciderli». Ai soldati venne ordinato di «uccidere e scotennare tutti, vecchi e giovani; da pidocchio nasce pidocchio».

Agli indiani nel sonno non venne dato alcun preavviso, alcuna possibilità di parlare. Semplicemente, gli uomini di Chivington si scagliarono loro addosso, scaricando i fucili, irrompendo nelle tende addormentate. Ci furono confusione e grida. Pignatta Nera, non sapendo spiegarsi quanto stava succedendo, uscì dalla tenda con la Stelle e Strisce. Poi con la bandiera bianca in segno di resa. Ma lo sterminio continuò.

Alcuni indiani fuggirono fra le dune di sabbia della riva del fiume e presero a scavare freneticamente delle buche dove nascondersi. I soldati li inseguirono e li uccisero nei loro ripari. Per prevenire le fughe gli americani sciolsero i cavalli. Pochi indiani riuscirono tuttavia a sottrarsi alla carneficina fuggendo lontano cinque miglia: anch’essi furono abbattuti. Un bambino sperduto che piangeva in cerca della famiglia fu usato come bersaglio.

Nel loro stordimento i Cheyenne e gli Arapaho ebbero poche possibilità di difendersi. Alcuni giorni prima avevano consegnato i fucili al maggiore Wynkoop. I guerrieri che avevano armi ed erano in grado di usarle combatterono disperatamente. Lo stesso maggiore Anthony confessò: «Non ho mai visto sulla faccia della terra una popolazione che abbia dimostrato tanto valore come questi indiani. Si avventavano da soli contro l’intero reggimento, decisi a uccidere qualcuno prima di essere a loro volta uccisi». Il capo Antilope Bianca non volle sottrarsi al combattimento. In piedi davanti al suo tepee prese a cantare il canto della morte: «Niente vive a lungo / al di fuori della terra e delle montagne», finché venne ucciso.

Un pugno di soldati, quasi tutti del 1° Colorado, si rifiutarono di partecipare alla carneficina e alla successiva mutilazione dei corpi. «Non mi reggeva il cuore» scrisse il capitano Silas Soule «nel vedere fanciullini che supplicavano in ginocchio di avere salva la vita, e che poi cadevano come cani con il cervello spappolato.»

Un altro militare, il tenente James Connor, annotò:

Passando per il campo di battaglia non vidi un corpo d’uomo, di donna e di bambino che non fosse scotennato, in molti casi mutilato nel più orribile dei modi. Ho sentito di molti casi in cui gli uomini avevano tagliato le parti nascoste delle donne appendendole poi alla sella e portandole sul cappello mentre cavalcavano in formazione.

Sul finire del giorno, 28 uomini e 105 donne e bambini giacevano morti sul terreno di Sand Creek. Fra gli scampati vi fu Pignatta Nera, che fuggì portando in spalla la moglie malamente ferita.

Al ritorno dei soldati la popolazione di Denver fu presa da un delirio di gioia. «Ancora una volta — scrisse il “Rocky Mountain News” — i soldati del Colorado si sono coperti di gloria.., il colonnello [Chivington] ha meritato del Colorado e del West.» Durante una pausa all’Opera di Denver gli scalpi dei Cheyenne furono appesi attraverso il palco per attirare gli applausi.

Sulle Grandi Pianure le onde dello shock si allargarono da Sand Creek verso ovest. Già messe in subbuglio dall’insurrezione dei Sioux del Minnesota, le tribù furono colte dalla rabbia di una vendetta disperata. Era raro che gli indiani delle pianure combattessero d’inverno, ma questa volta fecero un’eccezione. Nel gennaio 1865 una spedizione militare combinata di Cheyenne, Arapaho settentrionali, Oglala e Siuox Brulé — 1600 guerrieri scelti e una delle più grandi forze di cavalleria mai vista al mondo — si abbatté sul Colorado. Fort Rankin subì gravi perdite. La città di Julesburg fu messa a sacco due volte, minacciati i dintorni di Denver. Vennero devastate 75 miglia della pista del South Piatte. Allevamenti e stazioni furono messi a fuoco, catturati convogli di carri e uccise più persone di quante ne avesse massacrate Chivington a Sand Creek.

Il massacro di Sand Creek fece scandalo nell’Est e rafforzò il movimento per la riforma indiana. Una commissione militare d’inchiesta condannò Chivington e i suoi soldati, ma il colonnello evitò la punizione perché aveva lasciato l’esercito. (Il capitano Silas Soule, il testimone più pericoloso, venne ucciso, probabilmente con la connivenza di Chivington, prima che la commissione terminasse i lavori.) Il Congresso approvò la relazione e vi aggiunse ulteriori testimonianze.

Nel luglio 1865 il senatore James Doolittle del Wisconsin andò a Denver per discutere la possibilità di risolvere pacificamente il problema indiano. La scelta — disse alla folla che stipava l’Opera di Denver — era fra sistemare gli indiani in riserve adeguate dove potessero mantenersi da soli, oppure sterminarli. Il pubblico, scrisse in seguito Doolittle, esplose in «un urlo da far crollare il soffitto del teatro: “Sterminateli! Sterminateli! Sterminateli”».

[John E. Lewis, Alla conquista delle grandi praterie. La frontiera che divenne leggenda, Piemme. Casale Monferrato, 1998, pp. 320-325]