Pionieri e indiani: dalla collaborazione allo scontro

 

di John E. Lewis

 

La paura maggiore degli emigranti non erano le malattie — erano gli indiani. Ma era una paura più immaginaria che reale.

Perlomeno all’inizio, gli indiani erano più soccorritori che cacciatori di scalpi. Nel 1843 la Grande Emigrazione di Marcus Whitman ebbe per guida un indiano, che man mano segnava la strada. Nel 1844 la spedizione di Stevens-Murphy attraversò con i carri la palude di Humboldt seguendo le indicazioni di Truckee, un capo dei Paiute al cui nome la pista sarà dedicata. Gli indiani erano particolarmente preziosi nell’attraversamento dei fiumi, tanto che in una guida scritta da J.M. Shively nel 1846 si leggeva nientemeno che «è indispensabile ingaggiare un indiano per farsi guidare nell’attraversamento dello Snake». Gli emigranti erano lieti di affidare carri, persone, buoi e bestie ai Sioux delle regioni dei fiumi Platte e Laramie.

Gli indiani impararono presto i metodi contrattuali del bianco, fino al ricatto. Poteva succedere che nel far passare i cavalli attraverso il Columbia i Chinook si fermassero in mezzo alla corrente e si rifiutassero di proseguire se non veniva aumentato il compenso. I nativi erano particolarmente scaltri nella compravendita dei cavalli. Nel 1850 il pioniere James Payne annotava: «Oggi molti indiani e bei ponies; cercammo di farne commercio con loro, ma in fatto di cavalli non li inganni». Già nel 1852 i Sioux arrivavano a chiedere 125 dollari per cavallo. Il commercio era proficuo soprattutto quando si trattava di cavalli rubati ad altre carovane. Tali furberie erano piuttosto frequenti, sicché la prudenza nello scegliere la guida per la traversata non era mai troppa.

Gli indiani accettavano di essere compensati in denaro, ma preferivano cose più concrete. Soprattutto munizioni, fucili, coltelli, coperte e capi di vestiario. Era particolarmente ricercato il whisky. Il viaggiatore Alonzo Delano riferì che i Sioux della zona di Ash Hallow chiesero in primo luogo l’«acqua di fuoco». Secondo Delano, essi erano disposti a scambiare con il whisky qualsiasi cosa, anche cavalli. Però i pionieri erano restii a passar loro la bottiglia, e quando cedevano, il risultato — deplorava un emigrante — erano «zuffe e schiamazzi da non dire!».

Ma non tardò che il reciproco aiuto fra bianchi e indiani cedette all’ostilità. I nativi paventavano il numero di bianchi che attraversavano le loro regioni, e sentivano gravemente minacciato il loro sistema di vita. I pionieri mettevano in fuga o uccidevano a cuor leggero la selvaggina, in particolare il bisonte, impoverivano la prateria con il pascolo, consumavano l’acqua, bruciavano l’erba, per incuria o a bella posta, e intaccavano il prezioso patrimonio boschivo. A partire dal 1843 gli indiani, per compensarsi, cominciarono a esigere dai convogli pedaggi a garanzia del passaggio pacifico per le loro terre. Alcune tribù costruirono anche ponti a pagamento. Gran parte dei viaggiatori mal sopportava tali tributi e pedaggi. Li irritava non tanto la richiesta di denaro, quanto l’idea che il pellerossa vantasse diritti sul bianco. Sicché era forte la tentazione di negare il pagamento e di imbracciare il fucile. Si moltiplicarono gli scontri armati. Un punto molto caldo di frizione era il pedaggio preteso dai Pawnee a Shell Creek, tanto che nel maggio 1852 si venne a una sorta di battaglia allorché gli indiani, per protestare contro il rifiuto di pagare il passaggio, abbatterono il ponte che essi stessi avevano costruito. Un gruppo di emigranti lo ricostruì e proseguì rifiutandosi di pagare. Il giorno successivo i Pawnee pretesero il pedaggio da un altro gruppo, e anche questo si rifiutò di pagare i 25 centesimi richiesti per ogni carro. Gli emigranti irruppero sul ponte ma i Pawnee avevano fatto un buco al suo centro dissimulandolo con frascame. Il carro di testa Io infilò e cadde in acqua, e cominciò la sparatoria. I Pawnee ebbero la peggio e ne uscirono con nove morti. Furono presto di ritorno, questa volta non per il pedaggio ma per la ritorsione. Il gruppo successivo di pionieri pagò con il saccheggio per quelli che a Shell Creek erano riusciti ad attraversare il ponte dei Pawnee.

Quando gli emigranti preferivano battersi piuttosto che pagare il pedaggio gli indiani si vendicavano sui successivi convogli, sordi alle loro proteste. I giornalisti non si lasciarono sfuggire l’occasione di raccontare storie adeguatamente impressionanti delle ruberie indiane. Nel leggerle i cittadini bianchi chiesero la protezione dell’esercito. La spirale dell’ostilità crebbe inesorabile. In tale atmosfera i rapporti fra gli americani bianchi e i pellirosse non potevano che inasprirsi.

[John E. Lewis, Alla conquista delle grandi praterie. La frontiera che divenne leggenda, Piemme. Casale Monferrato, 1998, pp. 85-86]