Henry Kissinger, la Repubblica 1 novembre 2004
Mentre scrivo queste righe, il processo elettorale è tuttora in corso, ma questa settimana, a meno di un risultato di stallo, la campagna elettorale che ha avvinto l´America si concluderà. Ciò che rimarrà sono le sfide, che in qualche occasione hanno dato adito a vivaci battaglie, e la responsabilità di dover far loro fronte. Nessun presidente si è mai trovato davanti un programma di tale portata. Mai prima d´ora era stato necessario condurre una guerra senza una linea del fronte e senza connotazioni geografiche precise e, al tempo stesso, ricostruire i principi fondamentali di un ordine mondiale per sostituire quelli tradizionali, andati in fumo insieme al World Trade Center e al Pentagono.
L´incombenza di cui dovrà farsi carico il nuovo presidente eletto è forse assai simile a quella che il presidente Truman ereditò alla fine della Seconda guerra mondiale. Nel 1945 l´Unione Sovietica stava emergendo come minaccia per l´equilibrio mondiale, mentre la guerra aveva lasciato un grande vuoto nell´Europa centrale. Ma la sfida sovietica era concreta e geograficamente definibile. Le minacce odierne, invece, sono essenzialmente astratte e variabili. Il terrorismo non ha un recapito fisso e ha già colpito ovunque, da Bali a Singapore, da Riad a Istanbul, da Mosca a Madrid, Tunisi, New York e Washington.
Truman poté dare per scontata dal sistema internazionale la propria legittimità: l´Alleanza Atlantica unificò gli alleati americani della Seconda guerra mondiale in Europa Occidentale. Il presidente americano che verrà eletto martedì dovrà mettersi alla guida di uno sforzo mirante a definire, e quindi mantenere, un apparato internazionale che rifletta le nuove rivoluzionarie circostanze.
Durante questa campagna io ho appoggiato il presidente Bush e mi auguro che egli vinca, ma quale che sia il risultato, gli Stati Uniti non potranno affrontare questo programma se non nell´ambito di un impegno da parte di tutti. Tutti coloro che sono interessati al futuro di questo paese dovranno trovare il modo di collaborare, così che il mondo possa nuovamente vedere che gli americani si adoperano per il comune destino, sia in patria che nella comunità delle nazioni.
Se sarà il presidente Bush a vincere, è importante che i nemici dell´America non confondano la passione del periodo elettorale con la mancanza di unità in relazione agli scopi ultimi che ci proponiamo. Se vincerà il senatore Kerry, occorrerà un´immediata quanto impeccabile forma di collaborazione tra l´amministrazione uscente e quella che si insedia nel timore, qualora ciò non avvenisse, che la retorica che continua a descrivere come non necessaria questa guerra insieme al vuoto creatosi nei mesi di transizione, possa minare la fiducia delle autorità irachene provocando un collasso generale, prima ancora che la nuova amministrazione possa addirittura iniziare a profilare il proprio cammino.
Non vi è alcuna scorciatoia possibile: il prossimo passo in Iraq deve essere il ristabilimento della sicurezza, specialmente nelle zone che offrono protezione e ospitalità ai terroristi. La fase successiva sarà quella delle elezioni nazionali, fissate per la fine di gennaio. La democrazia in Occidente si è evoluta nel corso di secoli: dapprima è stato necessario che la Chiesa si rendesse indipendente dalla Stato, poi ci fu la Riforma che impose il pluralismo religioso, quindi seguì l´Illuminismo che ribadì l´autonomia della ragione sia dalla Chiesa che dallo Stato. Ci fu poi l´Età delle Scoperte che allargò gli orizzonti umani, e infine il Capitalismo, che diede particolare enfasi alla competitività e alla legge di mercato. Nessuna di queste condizioni sussiste attualmente nel mondo islamico, nel quale invece predomina una fusione di religione e politica, particolarmente ostile al pluralismo.
Le elezioni di gennaio in Iraq dovranno essere considerate come l´inizio di una concorrenza allargata a vari gruppi e ciò potrà comportare il rischio costante di una guerra civile o di una lotta nazionale contro gli Stati Uniti, o entrambe le cose. Sarà dunque necessario rafforzare il processo elettorale nazionale con il significativo elemento del federalismo, nonché varare delle garanzie costituzionali ben precise per coloro che potrebbero ritrovarsi a far parte di una minoranza permanente. La democrazia non deve essere vista come un patto suicida tra sunniti e curdi.
È auspicabile che all´indomani delle elezioni di gennaio un gruppo di contatto internazionale, sotto l´egida delle Nazioni Unite, si presti per offrire consigli e consulenze sull´evoluzione politica dell´Iraq. Candidati ideali sarebbero i paesi che hanno già esperienza con l´Islam militante e che avrebbero molto da perdere dall´eventuale radicalizzazione dell´Iraq, ovvero India, Turchia, Russia, Algeria, oltre ? beninteso ? agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. Questo non significa abdicare alla propria missione: gli Stati Uniti in virtù della loro presenza militare e del loro ruolo finanziario, continueranno ad avere la posizione di leader.
Se l´Islam militante costituisce la sfida più ovvia e immediata per l´ordine internazionale, la proliferazione nucleare sul lungo periodo è sicuramente la minaccia più insidiosa per la sopravvivenza del pianeta. Fino a questo momento le armi nucleare sono andate diffondendosi con relativa lentezza e sono attualmente in possesso di paesi che hanno molto da perdere e nulla da guadagnare dall´aggressione diretta all´ordine internazionale. Ora, però, il sistema internazionale si trova alle prese con un´imminente proliferazione e diffusione delle armi nucleari in mano a due paesi dall´agenda alquanto preoccupante: lo strano regime nordcoreano, isolato dal resto del mondo, responsabile di assassini e rapimenti multipli, che in tutto e per tutto corrisponde alla definizione di "regime canaglia"; e l´Iran, il cui attuale regime prese le mosse dal rapimento di alcuni diplomatici americani tenuti in ostaggio, e che da allora ha dato il suo appoggio a svariati gruppi terroristici mediorientali, e che tuttora continua a dichiarare che l´America è il suo principale nemico.
Aumentano la possibilità e il rischio di errori e anche qualora i nuovi paesi nucleari non facessero uso delle armi di cui dispongono, potrebbero sempre diventare il riparo dietro cui si moltiplicano le minacce dei terroristi. Infine, l´esperienza registrata con la cosiddetta "distribuzione riservata" della tecnologia nucleare pachistana ad altri paesi dimostra che questa potrebbe essere forse l´ultima volta in cui è possibile far sì che la proliferazione nucleare non vada fuori controllo per sempre. La Corea del Nord ha una tale penuria di valuta estera che i suoi diplomatici spesso ricorrono a quella contraffatta: un giorno forse questo paese potrebbe ritenere irresistibile la tentazione di scambiare del materiale nucleare con la valuta straniera. In Iran gli elementi estremisti hanno spesso dimostrato di essere molto abili a reperire delle fallaci e menzognere legittimazioni islamiche per le loro irragionevoli azioni a sostegno del terrorismo.
La comunità internazionale si è trovata spaccata tra la premonizione di una catastrofe nucleare e la fuga dalla realtà, con la connessa tentazione di trattare i moniti sulla proliferazione come un esempio della bellicosità americana. In alcuni ambienti di entrambe le sponde dell´Atlantico la questione viene presentata come un caso limite per verificare se, come strumento principale, sia più opportuno usare le pressioni o la diplomazia. Vi è in corso anche un dibattito su quali siano i meccanismi diplomatici più appropriati. Essendo necessario fare progressi in questo ambito, il presidente americano appena eletto dovrà farla finita con queste dispute e imporre una politica unitaria: in pratica la distinzione tra diplomazia e strumenti di pressione è accademica, perché la diplomazia non è mai astratta e inevitabilmente include entrambe le cose. La vera sfida consisterà nel determinare quale sia il giusto mix.
Di quanto tempo disponiamo ancora prima che il processo di proliferazione in Corea del Nord e in Iran possa dirsi irreversibile? Quali incentivi siamo disposti ad offrire? Di quali pressioni siamo pronti a far uso, se gli incentivi non andranno a buon fine?
Nella nostra epoca, l´ascesa della Cina quale potenziale superpotenza ha un suo enorme significato storico, in quanto contrassegna uno spostamento del centro di gravità degli affari mondiali dall´Atlantico al Pacifico. Una cosa è sicura: è improbabile che la Cina faccia affidamento sulla propria potenza militare come strumento principale per conseguire uno status internazionale. L´America dovrebbe mantenere la sua tradizionale opposizione alle aspirazioni egemoniche sull´Asia. Ma i rapporti a lungo termine con la Cina non dovrebbero essere guidati da aspettative di una resa dei conti strategica.
Un´equa gestione dell´accesso all´energia e alle materie prime va al di là della capacità del sistema internazionale così come è attualmente costituito. Se non si interverrà, se non si farà nulla, vi è un rischio reale di andare incontro a una crisi dei prezzi dei vari prodotti che potrebbe condurre il mondo intero alla recessione globale. Queste questioni dovranno essere affrontate con immediatezza dal nuovo presidente.
Sarà imperativo, categorico, approfondire il dialogo tra le due sponde dell´Atlantico: in un mondo contrassegnato dalla Jihad, dalla trasformazione dell´equilibrio dei poteri, dai cambiamenti demografici, da migrazioni di massa, dalla globalizzazione economica, la sfida decisiva per l´Alleanza sarà la ricerca di un obiettivo comune. Il dibattito sull´Iraq e sull´Iran più sopra descritto dovrebbe altresì essere affiancato da un nuovo approccio al problema israelo-palestinese: da decenni ormai l´impasse diplomatica è parsa aggravarsi perché l´Europa era percepita essere dalla parte dei palestinesi e l´America aver sposato le mire di Israele.
Il dilemma della nostra epoca fu forse esemplificato al meglio dal filosofo Immanuel Kant, circa duecento anni fa. Nel suo saggio intitolato "La pace perpetua", egli scrisse che il mondo è destinato alla pace perpetua, cui si arriverà o grazie alla preveggenza degli esseri umani o in seguito a una serie di catastrofi che non lasceranno altra scelta. In che modo si arriverà ad essa? Questa è la domanda decisiva alla quale il neoletto presidente americano dovrà dare risposta.
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(traduzione di Anna Bissanti)