"La nuova Grande Europa potente, ma democratica"

Un colloquio-intervista con il capo dello Stato ceco Vaclav Havel e l’ex presidente della Commissione Jacques Delors

 

Jacqueline Henard Daniel Verneti, la Repubblica 1 febbraio 2001

 

SI È DOVUTO attendere più di dieci anni dopo la caduta del comunismo perché l'Europa intraprendesse il passo decisivo verso la riunificazione. L'ex dissidente ceco divenuto capo di Stato e l'ex presidente della Commissione pensano entrambi che la Grande Europa non debba imporre la propria civiltà, ma proporre un modello di coesistenza e di responsabilità. Circa dieci anni fa a Parigi, lei, Havel, pronunciò un discorso sull'attesa e la pazienza. Mentre i preparativi dell'adesione all'Unione europea entrano in una fase attiva, avete l'impressione che la lunga attesa stia per finire e che la riunione dell'Europa sia vicina? Vaclav Havel: "Nella storia, niente avviene come previsto. A volte si deve attendere a lungo. E' quello che è successo prima che questo progetto giungesse irreversibilmente a termine". Jacques Delors: "Il presidente Havel aveva detto: "Avevo creduto che il tempo mi appartenesse, mi sbagliavo". E aggiungeva: "Nessuno è padrone del tempo". Ma ha pure detto che il tempo della pazienza è anche il tempo della costruzione. Nel corso di questi anni, avremmo potuto fare di meglio nei rapporti tra l'Est e l'Ovest. Tuttavia, questa pazienza ci porta finalmente a costruire insieme un'Europa riunificata. E' senza dubbio il progetto più entusiasmante dopo la riconciliazione tra la Germania e la Francia dopo il 1945". Havel: "E' forse - nulla è mai certo - il progetto più importante nella storia europea così come noi la conosciamo. L'Europa è sempre stata un'unità ma, in passato, l'ordine europeo è stato dettato dai più forti, a spese dei piccoli. L'Unione Europea costituisce il primo tentativo di organizzazione del continente sulla base della legalità, del rispetto dell'identità dell'altro, della verità. E' un'occasione storica". Delors: "La sfida principale, come ha spesso detto Vaclav Havel, è di natura etica. Vorrei tuttavia modestamente ricordare che abbiamo costruito l'Europa a partire dalla necessità: da una parte, la riconciliazione tra le nazioni che sprofondavano il continente in una guerra civile permanente, dall'altra, l'adattamento delle nostre economie alla potenza americana. Questa base è vitale, anche se non è quella essenziale. Spero che nel 2020 gli storici potranno dire: la Grande Europa è riuscita a creare uno spazio di pace e d'intesa tra i popoli e ha inventato un sistema che concilia la libertà (in economia, il mercato) con il minimo di regole necessarie. Tanto da poter essere una matrice esemplare per quel villaggio globale che sarà diventato il mondo". C'è un fossato tra questa visione etica e il vissuto quotidiano dell'Europa. Quando vedete il mercanteggiamento del Consiglio europeo di Nizza, ad esempio, che cosa vi rende così ottimisti su questo grande progetto di civiltà? Havel: "Non so che cosa ci riserva il futuro. Non so se l'Europa finirà bene o male. Non so come finirà questo pianeta. Non sono mai stato ottimista, se si intende con questo l'avere la certezza che tutto andrà a finire bene. E nemmeno pessimista. Il futuro è aperto. Ci sono indici in tutte le direzioni. Bisogna sempre operare per incoraggiare la speranza. E credo che la situazione attuale dell'Europa sia portatrice di speranza, anche dopo Nizza. Perché si sono prese delle misure per mettere fine alle reticenze politiche rispetto all'allargamento. L'Unione europea sa che l'allargamento è nel suo interesse e nell'interesse generale e che non si può rimandarlo indefinitamente". Concretamente... Havel: "Concretamente, l'Unione europea ha recentemente manifestato la propria solidarietà a due cittadini cechi che si trovano in prigione a Cuba senza aver commesso il minimo reato. Eppure, non siamo ancora membri della Ue". Delors: "Bisognerebbe citare tanti altri esempi per dimostrare, come credo, che tutta l'Europa forma una famiglia. Da questo punto di vista, dopo Nizza, nessuno può più opporre una condizione all'allargamento. Invece, come non essere delusi dal resto delle conclusioni, dall'assenza di una visione comune e dall'inadeguatezza del metodo! Abbiamo due o tre anni per ritrovare i mezzi di un funzionamento più efficace, più semplice e più trasparente. Nell'attesa, spero che gli europei si ritrovino più spesso tutti insieme, in ventisette, e non solo per parlare dell'appoggio comunitario. Per ascoltarsi gli un gli altri e sentire ciò che i paesi dell'Europa centrale e orientale hanno da dirci, delle loro tradizioni e delle loro esperienze". Su richiesta della Francia, ogni riferimento cristiano è stato soppresso dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Jacques Delors ha protestato, assieme ad altri. Come presidente della Repubblica Ceca, se ne rammarica anche lei? Havel: "Non so. Ritengo soltanto che, nelle condizioni democratiche e pluralistiche in cui viviamo, non è possibile fare esplicitamente riferimento a delle tradizioni religiose in un documento così fondamentale. I valori in sé sono importanti e i valori essenziali sono contenuti nella Carta". Delors: "Mettiamo i puntini sulle "i". Non ho mai detto: l'Europa sarà cristiana o non sarà. Così come non ho mai detto, contrariamente ad altri, l'Europa sarà socialdemocratica o non sarà. L'Europa è al di là di queste definizioni semplicistiche. Ho, invece, condannato il fatto che non si menzioni tra le eredità dell'Europa, tra gli altri contributi, l'eredità religiosa. Perché è un fatto storico". Havel: "L'Europa si svilupperà al di là della Carta e al di là di Nizza. Sarà costituita da un insieme originale, un insieme di Stati che per coesistere avranno bisogno, prima o poi, di una Costituzione. Un testo semplice, intelligibile, grazie al quale ognuno potrà cogliere come essa funziona. Perché cessi la divisione tra il piccolo gruppo degli euro-esperti e la grande massa degli euro-analfabeti. La Carta potrebbe essere il preambolo della futura Costituzione. Intanto, si formulano i valori e poi si parla delle istituzioni. Perché tutti capiscano bene che le istituzioni sono il frutto dei valori citati nel preambolo". Deve convincere Jacques Delors che l'Europa ha bisogno di una Costituzione. Havel: "Lo faccio volentieri. Un anno fa, circa, chiesi ai miei collaboratori i documenti che definiscono il modo di funzionare dell'Unione. Mi portarono una valigia, con tutti i trattati, gli emendamenti, i complementi e le aggiunte. E' ancora nel mio ufficio. Esaminando quei documenti, ho capito che non erano destinati a un bambino della scuola elementare. Rappresentano un lavoro enorme, prezioso. Ma tra un anno, o tra cinque, bisognerà trasferire questo mucchio di testi in una Legge fondamentale comprensibile a tutti. Certo, ci sono persone più addentro di me in questa situazione, come Jacques Delors, che conosce l'Unione dall'interno, mentre io la osservo da lontano". Delors: "Per restare sulla linea difensiva prima di attaccare, dirò che i progetti emanati dalla Commissione erano molto più semplici di quelli adottati dai capi di Stato e di governo a Maastricht. Aggiungerei che un buon trattato è preferibile a una cattiva Costituzione; l'ho sempre detto. Nel frattempo, tuttavia, sono stati avanzati dei buoni argomenti a favore di una Costituzione europea; tramite il dibattito sulla Costituzione, i cittadini potrebbero essere portati a interessarsi all'Europa. Tutti dovrebbero parteciparvi. Non solo i Governi, i partiti politici e i Parlamenti. Ma anche la società civile, le parti sociali, gli intellettuali". Che diventeranno gli Stati-nazione nell'Europa di domani? Delors: "Bisogna fare attenzione. Secondo alcuni, la Costituzione europea implica la scomparsa degli Stati-nazione. Sarebbe un errore storico. Noi dobbiamo costruire una Federazione degli Stati-nazione. Questi hanno ancora un ruolo da svolgere per assicurare la coesione sociale e fungere da legame tra la base e il vertice". Havel: "E' ovvio che bisogna rispettare la sovranità e l'identità non solo di ogni nazione e di ogni Stato, ma anche di ogni regione, di ogni gruppo di cittadini, di ogni tendenza, di ogni classe sociale. Ma credo che ci sia una confusione ideologica e concettuale: da una parte, la Federazione non abolisce gli Stati-nazione; dall'altra, un trattato non è sufficiente per riunire degli Stati salvo accontentarsi di una specie di conglomerato. L'evoluzione attuale dell'Europa va verso la formazione di un'entità politica originale, né una Federazione nel senso tradizionale, né una semplice alleanza". (Copyright Le Monde, Die Zeit, La Repubblica. Traduzione di Luis E. Moriones)