La “razza anglossassone”

di Eric Foner

In un paese la cui crescita economica e la cui espansione territoriale richiedevano l’appropriazione della terra di proprietà di gruppi non bianchi (i nativi americani), lo sfruttamento del lavoro altrui (gli schiavi) e l’annessione di gran parte della nazione definita non bianca (il Messico), era inevitabile che la nazionalità e la libertà acquisissero forti connotazioni razziali. Nel corso degli anni quaranta, quando la nazione acquistò vasti territori dal Messico e l’ideologia del destino manifesto raggiunse la sua massima influenza, l’espansione territoriale arrivò a essere considerata come una prova dell’innata superiorità della «razza anglo-sassone» (una costruzione mitica largamente definita dai suoi opposti: neri, indiani, ispanici, cattolici). La «razza», dichiarò il «Democratic Review» alla vigilia della guerra messicana, era la «chiave» della «storia delle nazioni» e della nascita e caduta degli imperi. Alla metà del XIX secolo la «razza» era una nozione amorfa che coinvolgeva il colore, la cultura, l’origine etnica e la religione. Ma la stampa e i giornali popolari, i trattati politici e gli scritti dei filosofi e degli storici dell’epoca divulgavano l’idea che la libertà americana fosse legata alle caratteristiche, amiche della libertà, dei protestanti anglosassoni. Nelle colonie e nella giovane repubblica c’era sempre stata una ristretta popolazione cattolica, ma fu soltanto negli anni quaranta, con la carestia delle patate in Irlanda e con la guerra messicana, che un numero rilevante di cattolici entrò improvvisamente a far parte della popolazione. Il risultato fu quello di riattizzare l’antica ostilità protestante nei confronti del «papismo» e rafforzare ulteriormente l’identificazione della libertà con la putativa eredità anglosassone. In conferenze come «Il genio della razza anglosassone» di Ralph Waldo Emerson, gli oratori pubblici fondevano la superiorità anglosassone, definizione razziale della nazionalità, e il destino manifesto in un’unica descrizione della missione della nazione.

[Eric Foner, Storia della libertà Americana, Firenze, Donzelli, 2000, pp.112-113]