di Eric Foner
Negli anni cinquanta, il rapporto tra la schiavitù americana e la libertà americana divenne il perno su cui ruotava il dibattito politico. Il senatore dell’Illinois Stephen A. Douglas, grande antagonista di Lincoln e figura politica tra le più eminenti del decennio, sosteneva che l’essenza della libertà si fondava sull’autodeterminazione locale. Il diritto a tenere schiavi era quindi essenziale alla libertà americana; un popolo privato di quel diritto, dichiarava uno dei sostenitori di Douglas, era esso stesso «venduto alla schiavitù». Per Lincoln, invece, la democrazia era inconcepibile in assenza di libertà. «Poiché non vorrei essere uno schiavo, non vorrei neanche essere un padrone»: questa, rifletteva Lincoln nel 1858, era la sua «idea della democrazia». I sudisti invece, osservava, affermavano che la libertà significava «la libertà di rendere schiavi gli altri»». Se alla fine tale definizione fosse stata accettata, «l’amore per la libertà» si sarebbe esaurito, e con esso il «genio»» della nazione.
Al pari degli abolizionisti, Lincoln si rifaceva a quella parte della storia americana che di fatto stigmatizzava le idee sudiste come estranee alle tradizioni della nazione. «Noi» americani avevamo creato una nazione consacrata alla libertà universale attraverso la Dichiarazione d’Indipendenza, e «noi» siamo stati costretti a venire a compromesso con la schiavitù per «avere la nostra Costituzione». In realtà i fondatori, che avevano messo a punto «norme di massima per gli uomini liberi», credevano che la schiavitù si sarebbe alla fine estinta. Legando il futuro della nazione sempre più strettamente al «libero suolo» — terra libera da costi e libera dalla schiavitù — i repubblicani come Lincoln evocavano con forza l’immagine dell’America come di un impero della libertà e l’idea che l’accesso alla terra nell’Ovest garantisse l’autonomia economica, e quindi la libertà. Restituendo vigore alla schiavitù e chiedendone l’estensione nell’Ovest, i sudisti e i loro alleati del Nord ripudiavano gli intenti della nazione e davano aiuto e conforto ai «nemici delle libere istituzioni», da un capo all’altro del mondo.
Lincoln non era un egualitario sui piano razziale. Egli accettava senza dissentire molte delle interdizioni diffuse nella società del suo tempo. Quasi fino alla fine della sua vita si oppose alla concessione del suffragio ai neri, e occasionalmente parlò della possibilità di trasferire i neri fuori del paese. Tuttavia, al pari degli abolizionisti, sosteneva che la fede professata dall’America fosse abbastanza grande da comprendere tutto il genere umano. Lincoln rifiutava la definizione della libertà, basata sulla razza, di Stephen A. Douglas. «Credo che questo governo — diceva Douglas sia stato creato [...] da uomini bianchi a beneficio perpetuo di uomini bianchi e della loro posterità, e sono favorevole a limitare la cittadinanza ai bianchi [...] e a non conferirla ai negri, agli indiani, e ad altre razze inferiori»». Lincoln rispose che i diritti enunciati nella Dichiarazione si applicavano a «tutti gli uomini, in tutte le terre, dovunque», non solo agli europei e ai loro discendenti.
Quando Lincoln sostenne che il diritto ai frutti del proprio lavoro fosse un diritto naturale, non limitato a qualche particolare gruppo di persone egli illustrò il suo punto di vista scegliendo come esempio una donna nera: «Sotto alcuni aspetti certamente non è mia pari, ma nel suo diritto naturale di mangiare il pane che guadagna con le sue mani […] ella è mia pari e pari di tutti gli altri». Per quanto riguarda gli immigrati europei, la loro appartenenza alla comunità americana non derivava né dal «sangue» né da un atavico legame con la rivoluzione. Era il «sentimento morale» espresso nella Dichiarazione d’Indipendenza, l’ideale della libertà universale, che li rendeva parte di un’America unificata.
[Eric Foner, Storia della libertà Americana, Firenze, Donzelli, 2000, pp.132-133]