di Roberto Finzi e Mirella Bartolotti
La conquista dei territori dell’Ovest. mito delle origini della nazione americana, ha trovato nel successo straordinario e continuo del «genere» cinematografico detto western uno strumento di memorizzazione su cui vale la pena di riflettere.
L’epopea filmica dell’Ovest è un insieme di storia e di mitologia che diventa, per decenni, «il cinema americano per eccellenza».
Quello della «frontiera» è uno squarcio di storia millenaria compresso in tempi brevi: è stato detto infatti che «l’Ovest fa naturalmente coesistere (poco pacificamente) la preistoria (il bisonte), le popolazioni barbare (gli indiani), il feudalesimo (i re del bestiame) e la civiltà industriale (le ferrovie)».
In contrapposizione alla storia europea, lenta e dalle profonde radici, nei grandi spazi dell’Ovest si consuma una storia- lampo che capovolge se stessa nell’arco cronologico di una sola vita individuale. Ecco dunque il fascino di un racconto per immagini che descrive una vicenda storica, ma insieme l’illusione di una «terra promessa»; che mette in scena una espansione economica e territoriale di tipo capitalistico, ma insieme il mito dei pionieri bianchi portatori di civiltà fra i selvaggi; che, nello spazio aperto fra stato selvaggio e «giardino» della civiltà in avanzata, disegna alcune figure eroiche di cow-boys immersi nell’avventura e difensori dei deboli. Quasi una Iliade e una Odissea intrecciate e trasportate nel XIX secolo, affidate a un’omerica macchina da presa. «Omerica» infatti è stata definita l’arte cinematografica di John Ford (pseudonimo dell’irlandese Scan Aloysius Feency, 1895-1973), padre della ripresa del western classico nel 1939 con Ombre rosse. Alle sue spalle il western era già tradizione consolidata a partire da quello che gli esperti riconoscono come il primo esempio di tale «genere» filmico, La grande rapina al treno di Edwin Stratton Porter (1870-1941) del 1903; e questa tradizione si presentava già con una attitudine interpretativa complessa, che non sempre identificava negli indiani solo l’ostacolo malefico opposto al trionfo di una grande impresa.
Registi quali David Wark Griffith (1875-1948) e Thomas Harper Ince (1882- 1924) fin dagli anni 1912-1914, con film come Il massacro o Cuore d’indiano, dimostrano già di non accettare la tesi trionfalistica.
Ombre rosse, il film notissimo di Ford. è la storia di un viaggio in diligenza lungo un percorso continuamente minacciato dagli indiani e girato nella mitica Monument Valley. Nostalgia per l’America ottocentesca; considerazione ambigua degli indiani, demonizzati ma anche ammirati nel loro stato naturale libero e puro; visione lirica e partecipe della condizione umana si fondono nel capolavoro narrativo della macchina da presa. Negli anni Quaranta e Cinquanta, fino a Il grande Sentiero (Cheyenne Auiumn) del 1964, Ford continua la sua intensa e nostalgica rievocazione del formarsi della nazione americana: i gruppi di pionieri de La carovana dei Mormoni (1950) i soldati di cavalleria della trilogia di Fort Apache (1948-1950), varie comunità impegnate, con solidarietà e carità reciproca, nella costruzione di un nuovo mondo. In una dimensione mitico-avventurosa di tipo analogo si muove Howard Hawks (1896-1978) con le sue straordinarie epopee sulla trasmigrazione del bestiame, e le delicate vicende amorose fra bianchi e indiani. Si fa sempre più frequente la figura dell’eroe stanco di uccidere; e ormai si avvicina all’orizzonte il tema del ridimensionamento in chiave umana e dolorosa dell’eroe, che avrà il suo culmine in Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann (1952) coadiuvato da una memorabile interpretazione di Gary Cooper (pseudonimo di Frank John Cooper, 1901-1961). Lo sceriffo, pur vincitore, getta nella polvere la sua stella; i protagonisti segnalano via via invecchiamento, debolezza fisica, disagi che rendono palpabile la decadenza del mito. È ormai la crisi del genere western nella situazione storico politica degli Stati Uniti degli anni Sessanta e Settanta: in Soldato blu di Ralph Nelson (1970) la carneficina degli indiani non lascia dubbi interpretativi sulle responsabilità storiche dei conquistatori dell’Ovest. La fine del trionfalismo pionieristico (la frontiera, la conquista del presente e del futuro, la civiltà che assoggetta la natura, il nuovo che spazza via il vecchio) solo parzialmente però significa fine del genere western. La codificazione narrativa ha infatti dato spazio, al di là dei legami con una specifica vicenda storica, a forme tipiche (gli orizzonti vasti, lo scontro elementare e violento fra bene e male, l’individuo eroe ecc.) di un epos americano esportabile, e fabbricabile anche da noi, come nei western all’italiana degli anni Sessanta.
[Roberto Finzi e Mirella Bartolotti, Corso di storia. L’età contemporanea 1, Bologna, Zanichelli 1990, p.1027]