L'avvocato della guerra preventiva
di Danilo Zolo, Il Manifesto 21 febbraio 2003
Perché il terrorismo internazionale è così diffuso e
potente? Perché è riuscito a organizzarsi in forme così capillari ed efficaci da
diventare una minaccia per il mondo intero? La risposta di Alan M. Dershowitz,
nel suo Why Terrorism Works. Understanding the Threat, Responding to the
Challenge - 2002, New Haven, Yale University Press e in questi giorni apparso in
traduzione italiana presso Carocci con il titolo Terrorismo ( pp. 257, € 18,50)
- è talmente semplice da apparire provocatoria e disarmante nello stesso tempo:
il terrorismo «funziona» perché paga. E' il successo delle sue azioni che lo
alimenta, lo diffonde e lo legittima circolarmente. Secondo uno dei più celebri
avvocati liberal degli Stati Uniti, docente di diritto penale ad Harvard, è del
tutto irrilevante l'indagine sulle ragioni profonde - storico-politiche,
economiche, sociali, culturali - del terrorismo. Anzi, questa indagine può
essere pericolosa. L'errore più grave che gli avversari del terrorismo possono
commettere è quello di attardarsi a riflettere sulle sue «cause». Nei confronti
del terrorismo occorre adottare una strategia opposta: è necessario «non cercare
mai di comprendere e di eliminare le sue supposte cause prime» e opporre invece
un rifiuto intransigente, che non ammetta dialogo o negoziato.
Il messaggio da inviare ai terroristi non deve riguardare le loro ragioni o i
loro fini: anche se le ragioni fossero ottime e le finalità legittime,
dovrebbero comunque essere negate e respinte come non pertinenti. Non farlo
significa istigare tutti coloro che si ritengono vittime dell'ingiustizia,
dell'oppressione o dello sfruttamento ad usare il terrorismo per far valere la
propria causa.
Per fermare i terroristi c'è secondo Dershowitz una sola strategia: impedire che
essi ricavino vantaggi dalle loro azioni e far capire loro in anticipo che non
otterranno alcun beneficio dalle loro imprese sanguinarie. Ma per spezzare il
corto-circuito di cause ed effetti che sostiene il terrorismo internazionale è
necessario intervenire con misure molto più energiche e coerenti di quelle che
sono state usate finora. Occorre infliggere ai terroristi punizioni severe,
«inabilitare» i suoi militanti arrestandoli o uccidendoli, decidere misure
preventive e sanzionatorie che includano la tortura, l'assassinio,
l'infiltrazione di spie, la corruzione, il ricatto, le rappresaglie collettive,
la distruzione delle case dei parenti degli attentatori suicidi.
Da questo punto di vista soltanto la replica degli Stati Uniti all'attentato
dell'11 settembre è stata veramente appropriata ed efficace: contro
l'Afghanistan «la prontezza e l'intensità della risposta militare» ha inviato un
messaggio chiaro ai terroristi e al regime che li sosteneva. Una metafora
efficace per rappresentare questa corretta strategia di inabilitazione, spiega
Dershowitz, forse ispirandosi alle gabbie di Guantanamo, è lo zoo. Nello zoo gli
animali feroci sono tenuti dietro le sbarre: «in tal modo non si cerca di
modificare le propensioni naturali degli animali, ma si erige semplicemente una
barriera insuperabile tra noi e loro».
Nel corso degli ultimi trent'anni, sostiene Dershowitz, la «comunità
internazionale» ha sistematicamente ricompensato i terroristi. In particolare lo
hanno fatto alcuni governi europei - la Francia, la Germania, l'Italia -, gli
organi delle Nazioni Unite, il Vaticano. La tragedia dell'11 settembre non si
sarebbe verificata senza la grave, oggettiva complicità di chi ha consentito che
la tolleranza venisse interpretata come incoraggiamento. Se questa tendenza
venisse invertita i gruppi terroristici, in particolare quelli di ispirazione
islamica, potrebbero venire rapidamente annientati.
Il riferimento implicito di queste tesi è al regime iracheno di Saddam Hussein.
Quello esplicito è non solo ad Al Qaeda, ma anche e soprattutto
all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e all'Autorità Nazionale
Palestinese. Secondo Dershowitz è impossibile spiegare l'evento dell'11
settembre se non si fa riferimento alla dinamica e al successo del terrorismo
palestinese. La lettura terroristica dell'intera vicenda che ha opposto il
popolo palestinese all'occupazione militare dei suoi territori consente dunque a
Dershowitz di negare in radice al popolo palestinese il diritto alla propria
terra e a un proprio destino. Non solo, gli consente di caricarlo di una colpa
gravissima: di essere stato all'origine del terrorismo suicida che ha portato
alla strage di Manhattan. Non a caso nella copertina illustrata dell'edizione
americana di Why Terrorism Works vengono accostate l'immagine di Osama bin Laden
e quella di Yasser Arafat.
Il capitolo centrale del libro è dedicato a provare che i benefici che gli
alleati europei e le Nazioni Unite hanno concesso al popolo palestinese a
partire dal 1968 «hanno reso inevitabile l'11 settembre». Una tabella di quasi
venti pagine registra in due colonne parallele le azioni terroristiche
riconducibili a organizzazioni palestinesi, da una parte, e, dall'altra, un
insieme di eventi politici e diplomatici riguardanti l'Olp e il suo leader
Yasser Arafat. Secondo questo schema, non solo gli accordi di Oslo del 1993 e i
negoziati di Camp David del 2000, ma persino l'attribuzione del premio Nobel per
la pace a Yasser Arafat (oltre che a Yitzhak Rabin e Shimon Peres) e l'incontro
del Pontefice romano a Betlemme con Arafat, devono essere interpretati come
altrettante concessioni al terrorismo palestinese. Lo stesso riconoscimento
internazionale dell'Olp è classificato da Dershowitz come un cedimento al
terrorismo: una condanna unanime e un rifiuto assoluto di riconoscere l'Olp
avrebbero sicuramente ridimensionato il conflitto arabo-israeliano e bloccato il
terrorismo sul nascere.
La tesi centrale di Dershowitz è che «il terrorismo palestinese rappresenta un
esempio paradigmatico di terrorismo che ha funzionato». E' grazie al successo
dei palestinesi che il terrorismo ha contagiato altri popoli e si è
internazionalizzato. Il popolo palestinese è oggi vincente e lo deve
essenzialmente al suo uso spietato dell'arma terroristica. I leader palestinesi,
in primis Yasser Arafat, sono riusciti, intrecciando abilmente l'arma del
terrorismo e quella della diplomazia, a ottenere dall'amministrazione Clinton
impegni concreti, come la creazione di uno Stato palestinese, la fine
dell'occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, il ritorno dei
profughi. Ma queste generose concessioni non sono bastate. Dopo il fallimento di
Camp David l'obbiettivo del terrorismo palestinese è di «estorcere concessioni
ancora maggiori al governo israeliano, rendendo la vita in Israele e negli
insediamenti ebraici sempre più invivibile». E alla fine riuscirà a realizzare
tutti i suoi obiettivi.
Si tratta di una tesi aberrante. L'intera vicenda della seconda Intifada prova
esattamente il contrario: prova la gravissima sconfitta del popolo palestinese,
dovuta in parte anche all'uso del terrorismo. Il terrorismo ha offerto al
governo Sharon e ai suoi sponsor statunitensi l'opportunità di realizzare il
progetto sempre perseguito dall'estremismo sionista: quello di negare
l'esistenza del popolo palestinese e di cancellarne l'identità storica. La
politica sionista si è sempre espressa con grande coerenza. Ha distrutto, anche
con metodi terroristici, un gran numero di villaggi palestinesi abbattendo
decine di migliaia di case; ha cacciato centinaia di migliaia di palestinesi
dalle loro terre; ha confiscato aree estesissime di terreni coltivati; si è
illegalmente impadronito di Gerusalemme; ha invaso anche il misero 22% che resta
oggi ai palestinesi con insediamenti di centinaia di colonie e con una fitta
rete di strade che le collega fra loro e con Israele, interdette ai palestinesi;
ha cancellato l'Autorità nazionale palestinese e costretto il suo leader in una
gabbia di macerie; ha ridotto alla fame (e tra poco anche alla sete) centinaia
di migliaia di civili; ha chiuso le scuole e le università palestinesi, incluse
Al Qud e Birzeit; sta erigendo lungo il confine fra Israele e la Cisgiordania un
muro di separazione che sottrae un altro 20% di terre fertili.
Le modalità con cui affrontare e sconfiggere il terrorismo internazionale è
senza dubbio uno dei massimi problemi della nostra epoca. Da questo punto di
vista Dershowitz ha perfettamente ragione. Ed è ovviamente importante non
incoraggiare e incentivare il terrorismo, in particolare quello di matrice
islamica, che fra tutti è il più agguerrito e spietato. Ed altrettanto rilevante
è definire le misure concrete che devono essere prese per sconfiggere il
terrorismo, facendogli mancare le giustificazioni ideali e il sostegno popolare.
Ma è proprio per queste ragioni che l'intero apparato delle argomentazioni e
delle proposte avanzate da Dershowitz è a mio parere da respingere con fermezza.
E' da respingere con la stessa fermezza con cui egli pensa che si debbano
respingere le ragioni profonde del terrorismo. Why Terrorism Works è un libro
tragicamente autoreferenziale. Il terrorismo, si potrebbe dire rovesciando le
tesi di Dershowitz, funziona proprio perché si scrivono libri come Why Terrorism
Works e ci sono governi che ispirano la loro lotta al terrorismo ai principi
compendiati e raccomandati in questo libro. Sia nel microcosmo palestinese sia
su scala mondiale il terrorismo funziona proprio perché le repliche strategiche
che gli sono state opposte - la guerra in Afghanistan, la repressione etnocida
della seconda Intifada, l'imminente guerra all'Iraq - sono esattamente quelle
che Dershowitz pensa di proporre come qualcosa di nuovo e di risolutivo. Sono in
realtà delle repliche sanguinarie quanto lo sono gli atti terroristici -
moralmente altrettanto spregevoli - e per di più motivate non dalla disperata
volontà di un popolo di resistere all'oppressione ma dalla spietata volontà di
una grande potenza (e di un suo alleato militarmente efficientissimo e dotato di
armi nucleari) di imporre al mondo una logica di potenza.
L'illustre giurista americano - paradossalmente famoso per la sua difesa dei
diritti di libertà dei cittadini statunitensi - non fa che teorizzare e
razionalizzare ex post una strategia antiterroristica già in corso da anni:
quella di Sharon in Medio oriente e quella di Bush su scala globale. Una
strategia che ha impedito sia alle Nazioni Unite, sia alla diplomazia europea di
tentare una mediazione politica fra i contendenti ricorrendo a forze di
interposizione e di peacekeeping. Non a caso Benjamin Netanyahu ha tessuto
pubblicamente gli elogi di questo libro e del suo autore, esaltandone le doti di
uncommon intellectual brilliance and moral courage (Cfr.
http://www.any-book.com/why_it_works.htm). Ma in realtà la strategia che il
libro raccomanda è già tragicamente fallita in Palestina e sta tragicamente
fallendo su scala mondiale: in entrambi i casi trascina i contendenti in una
spirale di odio, di paura, di distruzione e di morte che rischia di condurci
alla terza guerra mondiale. Una guerra terroristica senza fine.