Uno scambio di opinioni tra A. Sofri e G. Ferrara

 

Il Foglio 13 febbraio 2003

 

Piccola posta di Adriano Sofri

Caro Giuliano, mi ha colpito la benevola definizione di ingenuità che hai impiegato l’altra sera a proposito della passione con cui Reinhold Messner sosteneva che i lutti e le sofferenze destinate alla gente irachena sono la ragione principale e insuperabile di opposizione alla guerra. Io in verità, avendo una testa più complicata e tortuosa di quella di Reinhold – e non me ne rallegro – penso la stessa cosa, e mi meraviglio e ci rimango male ogni volta, cioè quasi sempre, che le discussioni ignorano questo punto “ingenuo”. Trovo che qualunque posizione, compresa quella di chi sostiene la guerra o vi si rassegna, dovrebbe misurarsi in primo luogo con quel punto ingenuo: anche la tua, come proverò subito a dire. Ma prima propongo una riflessione, anche lei un po’ complicata. C’è forse una contraddizione fra il primato dell’angoscia e dell’orrore per le vittime che il piano della guerra inevitabilmente designa (sono lì, sono vivi, e presto non lo saranno più, o saranno spogliati e profughi nel mondo) proprio paese, per noi l’Italia, dalla guerra. E’ evidente che chi sia contro la guerra non può che volere che il proprio paese non le si presti. Ma c’è una gerarchia di fini. Badare soprattutto a tener l’Italia fuori dalla guerra rischia una specie di egoismo, quando non di calcolo politico interno, piuttosto che l’impegno a scongiurare la guerra, affrontando in altro modo il problema che essa pretende di affrontare e risolvere manu militari. Torniamo al punto della responsabilità diretta – non complementare, non di appendice, qualche cartello equanime per bilanciare gli slogan ufficiali – di chi si oppone alla guerra, nei confronti di un regime che non solo sfida la guerra, ma fa, come in passato, della strage di civili una propria carta di propaganda e di resistenza. Vengo al punto che riguarda la tua argomentazione ultima, sulla differenza fra i bersagli del terrorismo ubiquo e degli Stati canaglia – Israele e Stati Uniti – e gli altri, noi europei compresi, che per questo dovremmo almeno guardarci dal metterci sulla strada della altrui legittima difesa. Io provo una solidarietà intima con le ragioni per le quali non sono solo né tanto, come si crederebbe facilmente, la loro arroganza militarista e ricca e imperiale e coloniale, ma anche, e magari soprattutto, le loro libertà personali e le loro istituzioni democratiche, le elezioni e le “puttane ebree” – dunque non mi difenderò dal sospetto di pregiudizio antiamericano o antiebraico. Al contrario, proprio la solidarietà profonda mi spinge a tirare le conseguenze del nocciolo prezioso di quelle società, che loro stesse spesso ignorano o contraddicono: e cioè che l’idea della libertà civile e della democrazia costringe a considerare l’intero genere umano come “la propria gente”. La differenza fra noi e Saddam Hussein non può essere questa: che Saddam usa la “sua”gente come carne da macello, e noi abbiamo a cuore la vita e il benessere e la dignità della gente “nostra”. La differenza dev’essere che noi consideriamo “nostra” anche la gente irachena – e afghana, e bosniaca e del mondo intero. Non era forse questo il limite fatale di grandissima parte del pensiero illuminista, liberatore e insieme insidiato dal disprezzo razzista e colonialista? Il rispetto e il feticcio feticcio resistentissimo, l’insuperabile sovranità statale, e sempre tornante – consacrarono questa frontiera, e investirono gli uomini di Stato della responsabilità morale della tutela dell’incolumità e del benessere del proprio popolo, a spese dei popoli altrui. Ancora ieri, il bombardamento di Dresda o quelli di Hiroshima e Nagasaki ebbero questa nobilitazione. Il secolo scorso si è consumato fra la ferocia e il tentativo ricorrente di fondare una società delle nazioni e delle genti, regolata da una fraternità e un diritto, e motivata dal più forte degli interessi materiali – quello della sopravvivenza di una terra minacciata di finire per mano umana. Il tuo argomento sulla differenza fra Usa e Israele come bersagli designati e noi spettatori ed eventuali lucratori al margine del terrorismo mondiale non prende in conto questi pensieri: forse li considera ingenui, e comunque anacronistici, non so. Per me sono più che maturi, e sono il vero orizzonte possibile – difficile, rischioso – dello sforzo di andar oltre la divisione del lavoro fra l’abitudine della guerra e lo sbandieramento della pace.  

 

Risposta di Giuliano Ferrara

Caro Adriano, sei in linea di principio escluso dai miei ragionamenti o sragionamenti sulla mistica della buona fede, e tanto più dal dispetto in cui tengo l’indifferentismo morale delle classi dirigenti e di una buona fetta (oggi maggioritaria) dei popoli europei in cerca di appeasement. Non c’è bisogno che ti spieghi il perché. Basta dire che non solo ti conosco, ma ti leggo. Venendo al sodo, all’oggetto, tu proponi l’abolizione del nemico e la cancellazione del limes, del confine. Se fosse un altro, uno sbandieratore di virtù, risponderei: vaste programme. E in un delirio di cinismo, aggiungerei che il nemico si abolisce a cannonate. Alla tua argomentazione, al tuo ideale regolativo in sé sommamente giusto e desiderabile, rispondo invece così, con una banalità politica e storica. La pace è degli imperi. Sempre relative e imperfette, le regole della pace nascono dal potere, dall’imperium. Ho pensato a lungo che il potere capace di decidere di una pace giusta fosse l’eguaglianza, con il suo Stato-guida. Ho rovesciato tanti anni fa questa certezza nel suo opposto simmetrico: la pace giusta si realizza nel potere della libertà, con il suo Stato-guida. Oltre questa logica binaria io non so pensare: aut aut. So pensare bensì ai lutti della guerra, civili e soldati, stessa carne, e alle sue tremende insidie morali. So anche sentirli come un pacifista qualunque, come un animale qualunque. Poi mi arrendo, e li metto nel conto. Se questo atto di resa è comprensione politica, un dio mi perdonerà. Se è barbarie, mi trafiggerà.