La guerra, la pace, l'Europa

 

Mario Segni, Il Foglio 21 febbraio 2003

 

Signor direttore.

Spero che le interessi una lettera da parte di chi sull’Iraq la pensa in maniera opposta alla Sua. Sono convinto che la politica di Bush stia provocando un’ondata di reazioni dannosissima agli Usa e a tutto l’Occidente; che per il terrorismo la estremizzazione del mondo islamico, conseguenza certa di questa politica, sia la cosa più pericolosa; che l’errore fondamentale stia nella formula “con o senza l’Onu attaccheremo”, perché è proprio questo mancato assenso che determinerebbe la illegittimità e la unilateralità, mentre inquadrata in una azione Onu la guerra diventerebbe un atto di difesa della legalità internazionale. Non sono tanto queste considerazioni, opinabili come tutte, che dovrebbero colpire, quanto il fatto che oggi siano condivise da tanti che, come me, sono amici sinceri degli Usa. All’epoca di Sigonella fui tra i pochissimi ad attaccare il governo Craxi che concedeva un aereo militare per far scappare un terrorista, e Craxi mi rispose con un pepatissimo Ghino di Tacco in cui mi definiva “l’amerikano”. Ma è un’altra la preoccupazione più forte.

Sul Foglio di martedì Lei, con la abituale schiettezza, conclude: “Se l’Europa lo capisce bene. Sennò, meglio due Europe”. E’ in sostanza la posizione del governo. La priorità è l’accordo con gli USA; se è compatibile con la integrazione europea bene; altrimenti andiamo avanti lo stesso. E questa è la scelta strategica di fronte a cui si troverà l’Italia, anche dopo che la vicenda irachena si sarà conclusa. Credo che il fossato tra Europa e America sia destinato ad allargarsi. Forse è inevitabile dopo il crollo del muro di Berlino. Certo è che la presidenza Bush, così diversa da noi per sensibilità, aspirazioni, mentalità, indica un cambiamento profondo della società americana. Nasce una America più forte, più che mai convinta di una missione mondiale, ma meno tollerante e aperta al dialogo, e portata spesso a identificare sé stessa ed i propri interessi con la salvezza del mondo. Oggi la prospettiva europea è una sostanziale subordinazione. A meno che un’Europa diversa, avviata verso un vero processo di integrazione, non presenti al mondo un soggetto diverso, portatore di un patrimonio di valori comuni agli Usa, ma anche di una serie di istanze diverse. Credo che il compito dell’Italia sia di lavorare in questa direzione, magari iniziando dalla progressiva integrazione dei sei paesi fondatori. Non varrebbe la pena di aprire un dibattito su questo? Perché, tranne che nel momento delle dimissioni di Ruggiero, il cambiamento di rotta del governo è passato tra la distrazione generale. Un dibattito necessario soprattutto nel centro destra, che rivendica la eredità dei partiti laici e della Dc, ma nel quale nessuno, tranne i centristi, ricorda che l’eredità più importante di quei partiti è l’europeismo.

Mario Segni