Elisabetta Rosaspina, Corriere della sera, 26 febbraio 2003
Osirak 1981, i jet d’Israele non attesero l’Onu
Il generale Ivry guidò l’attacco: «Ogni anno festeggio la distruzione del reattore iracheno »
TEL AVIV — Quella volta, per disarmare Saddam Hussein, gli
israeliani non chiesero il permesso a nessuno: « La sorpresa era un elemento
fondamentale per il successo dell’operazione Opera » ricorda colui che la guidò.
Quella volta, il 7 giugno 1981, l’ultima preoccupazione del generale David Ivry,
allora comandante dell’aviazione militare, era di far firmare una risoluzione
all’Onu. In quella missione gettava quattordici piloti, i migliori che aveva, la
testa del suo premier, Menachem Begin, proprio alla vigilia delle elezioni, e la
sua carriera personale, oltre a quelle del capo di Stato Maggiore e del capo
dell’Intelligence: « Le resistenze interne furono enormi. La data fu
ripetutamente spostata » ricorda adesso il direttore dell’ « Opera » che, alle
16 della prima domenica di giugno dell’ 81 diede l’ordine di decollo agli otto
F- 16 e ai sei F- 15 incaricati di distruggere la centrale irachena.
In gioco c’erano l’isolamento internazionale di Israele e una rabbiosa reazione
di tutto il mondo arabo, ma anche il reattore nucleare che Saddam Hussein stava
perfezionando a Tammuz, meno di 20 chilometri da Bagdad, con la collaborazione
di tecnici francesi e italiani.
L’accordo non era un segreto e, ufficialmente, i laboratori lavoravano a scopi
civili, senza secondi fini militari. L’Italia e, soprattutto, la Francia
garantivano, il resto del mondo ci credeva, salvo Israele che, per tre anni, e
all’insaputa di tutti, studiò il modo più rapido per cancellare la centrale di
Osirak dalle mappe e dai suoi incubi. Ci riuscì in un minuto e venti secondi.
Per rattoppare i rapporti con Washington, furibonda, e Parigi, oltraggiata, ci
vollero poi parecchi mesi, ma è superfluo chiedere a David Ivry se il gioco
valesse la candela.
La risposta è nella rassegna di foto a colori appese nel suo ufficio, all’ottavo
piano di un palazzo di vetro nel centro di Ramat Gan, vicino a Tel Aviv, dove è
tornato da dieci mesi, dopo due anni e mezzo di missione diplomatica negli Stati
Uniti: ecco Ivry accanto a Bush padre, accolto da Clinton nella stanza ovale
dalla Casa Bianca, congratulato da Bush figlio, da Colin Powell, da Wesley Clark.
Dieci anni dopo. « Grazie per aver reso più facile il nostro lavoro durante la
Tempesta nel Deserto » gli ha scritto nel ’ 91 da Washington il ministro della
Difesa ( ora vicepresidente) Dick Cheney, dedicandogli una foto del rottame
nucleare scattata dal satellite. Solo l’orgoglioso Saddam Hussein non ha mai
voluto dargli soddisfazione: « Ce la ricostruiremo in pochi anni » sfidò tutti a
caldo, senza immaginare che vent’anni dopo avrebbe tenacemente sostenuto il
contrario.
Il raìs mentiva allora o mente adesso?
« Credo che in questo momento l’Iraq abbia tutto il know- how, la competenza
tecnica, per costruire una bomba atomica — valuta l’uomo che ha rotto a Saddam
il giocattolo più caro — . Ma dubito che possieda il plutonio e l’uranio
necessari. Non si potrà togliergli la volontà di diventare una potenza atomica.
Ma glielo si può impedire » . Nove mesi prima di Ivry, ci avevano provato gli
iraniani a bombardare il reattore di Bagdad, senza successo. Ci rimisero un
aereo e il dittatore li schernì: « Non preoccupatevi, l’atomica non è destinata
a voi, ma a Israele » . Il generale, tornato ora all’ingegneria aeronautica
privata, non si scompone: « L’Iraq vuole diventare una potenza nucleare per una
questione di status, non perché gli serva. Ma la guerra del Golfo ha dimostrato
che avrebbe potuto riuscirci in un anno » .
Dunque è stato un errore strategico non arrivare a Bagdad nel ’ 91?
« Forse allora l’America si è fermata troppo presto, ma non sono sicuro che
sarebbe stato necessario entrare a Bagdad.
Sarebbe bastato circondarla e aspettare.
Combattere in città comporta sempre un alto numero di vittime » .
Se non nucleare, c’è una minaccia chimica o batteriologica su Tel Aviv?
« Non credo che Saddam Hussein abbia la capacità di attaccare Israele. Potrebbe
al massimo tentare di far decollare aerei kamikaze. Mi sembra più alto il
rischio di attentati, anche con armi chimiche o biologiche. Un reattore non è
facile da mimetizzare, ma i laboratori sì. Si possono spostare, nascondere sotto
terra.
Gli ispettori dell’Onu sono pochi e il paese è molto grande » .
E’ vero che, quella volta, nell’ 81, l’unico a intercettare i caccia e i
bombardieri israeliani fu Re Hussein di Giordania?
« Sì, li vide passare sopra la sua nave, nel Golfo di Aqaba. Ma il comando
giordano non ne sapeva nulla. I piloti rientrarono tutti sani e salvi alla base,
e da allora ci ritroviamo ogni anno. Ho una loro foto, con dedica: al direttore
dell’Opera dai suoi suonatori » . Quel 7 giugno, all’ultimo briefing prima della
missione il capo di Stato Maggiore, Rafael Eitan, li aveva caricati con poche,
semplici parole: « Non potete fallire. L’alternativa è la nostra distruzione » .
Ma il prossimo giugno, al raduno annuale degli orchestrali, ne mancherà uno:
Ilan Ramon, morto al rientro dallo spazio con gli altri sei astronauti del
Columbia, il primo febbraio scorso. Troppo presto per sapere se e come sarebbe
finita la musica per Saddam Hussein.